Il primo amore su carta

 

Il primo amore su carta

di Antonio Moresco

Alcune persone, legate tra loro solo da liberi vincoli di comune passione, hanno pensato di dare vita a questa piccola rivista che cercherà di guardare il mondo da una prospettiva più ampia. Di cosa dovrebbe parlare una nuova rivista nata in questi anni, in una situazione simile? Di competenze specialistiche, estetiche, letterarie? Che apporto, che contributo possiamo dare? Dovremmo giocare la nostra presenza in relazione o in contrapposizione alle meschine confraternite e alle piccole mafie che intossicano anche il mondo della cultura nel nostro paese, né più né meno di quello politico, economico, sportivo…?
   Nel Novecento, le riviste che sono nate via via, promosse da scrittori, intellettuali, pensatori, artisti, poeti… si muovevano nel gioco delle cosiddette poetiche, oppure cercavano interazioni con le strutture politiche di intervento. I loro promotori potevano ancora aggrapparsi a qualcuna delle cosiddette utopie e nutrire o fingere di nutrire l’illusione che fosse sufficiente il loro “impegno” per uno spostamento della configurazione politica e sociale della vita umana all’interno di queste strutture. Vedevano gli uomini attraverso la loro dimensione di volta in volta sociale, artistica, culturale. Per questo sceglievano per le loro riviste titoli che erano all’interno di questo tipo di lettura della vita e del mondo. Era tutto un fiorire di aggettivi come “nuovo”, “moderno”, ecc… Oppure si richiamavano agli spazi e alle pratiche di lavoro e di trasformazione e distribuzione della propria epoca: “laboratorio”, “officina”, “magazzino”…
   Noi abbiamo pensato di chiamare la nostra rivista, leopardianamente, “Il primo amore”, perché, nella condizione in cui siamo, bisogna attingere anche ad altre forze e ad altre possibilità ancora e sempre latenti dentro di noi per riuscire a pensare e a immaginare e a sognare qualcosa che abbia la radicalità sentimentale, emotiva e mentale necessaria per tentare di muovere uno spazio immobilizzato. Perché ormai il primo amore è diventato l’ultimo amore, il primo e l’ultimo amore sono diventati l’unica possibilità, una cosa sola.
A cosa servirebbe fare oggi l’ennesima rivista che non sia altro che l’espressione residuale di piccole specializzazioni all’interno di un tessuto politico e culturale depotenziato? Bisogna avere il coraggio di buttare il ferro a fondo, non limitarci a girare attorno alle cose ma affrontarle di petto. Cercheremo di fare una rivista così. E allora quale può essere la sua ragione, la sua dignità culturale e umana, quale il nostro contributo se non la presa d’atto, senza scorciatoie e senza consolazioni, della disperata situazione e del passaggio che sta di fronte non solo a noi, al nostro paese, ma anche alla nostra specie e alla sua parte scrivente e leggente? Facendola intendere, vedere, sentire in modo inequivocabile, tridimensionale, profondo, per rendere evidente che non c’è un’altra via d’uscita che l’invenzione di un contromovimento che non accetti di porsi in partenza dentro gli stessi limiti angusti, anche se è ancora tutto da inventare, da reinventare, e dove bisogna ripensare completamente i fini, le strutture, le forme, per riattivare capacità umane atrofizzate, i corpi e i percorsi psicofisici e mentali tenuti artificialmente separati. E incontrando, in questo percorso, chi oggi si è già reso conto di quanto sta succedendo davvero, a livello nazionale e internazionale, personale e di gruppo, e sta già dando il suo prezioso contributo di espressione, di riflessione, di documentazione e di lotta.
   Per questo, numero dopo numero, andremo a toccare urgenze sotto gli occhi di tutti eppure ignorate, veri e propri tabù che non vengono portati allo scoperto, focalizzando e guardando il mondo che ci circonda attraverso traiettorie negate, rimettendo in movimento forze intime e mentali da tempo sopite, insurrezionali.
   Nel corso del tempo e della loro breve vita di specie gli uomini, nelle situazioni bloccate, hanno sempre cercato di creare movimento nello spazio e nel tempo quando le strutture umane tendevano a ossificarsi, anche attraverso invenzioni artistiche, di pensiero, di ingegneria e prefigurazione sociale. Ma tutto questo era sempre inscritto dentro un gioco che non poteva spostare in modo profondo la nostra situazione di specie. Non la sposterebbe tanto più oggi. Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura nuova, impensato, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti. Perché anche pensare non basta più. Abbiamo bisogno dell’impensato, dell’inconcepito. Ci vuole qualcosa di infinitamente più profondo di una rivoluzione: ci vuole una rigenerazione.

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