Kenneth J. Harvey, Dentro

 

Incipit di Dentro

di  Kenneth J. Harvey

Avevano fatto un errore. Se n’erano accorti. Tutto ciò che aveva passato, lo strascico alle sue spalle, le cupe pareti istituzionali che lo avevano rinchiuso, senza tregua, il groviglio d’uomini, se ne sarebbe dovuto andare.
Ogni passo che aveva mosso dalla cella all’accettazione gli si era fissato nella memoria. Quello che c’era e quello che non c’era, per anni. Se gliene tornava in mente il pensiero. Lo allontanava. Le cose che mancavano.
Cercava di non percepire i propri movimenti. Chiuso a ogni azione. Rifiutava di vedere gli occhi fissi su di lui. Lo avevano portato verso le nove. Rilascio.
Era stato nello stesso ufficio accettazione quattordici anni prima. Allora, ne aveva assorbito ogni dettaglio. L’astio durante il processo. I soldi e i valori che gli avevano tolto. La ricevuta che aveva firmato. L’apertura del suo file. Nome. Indirizzo. Parenti stretti. Religione. Reato. Fotografia. Perquisizione. Doccia nel box di fronte. Gli avevano restituito i vestiti. Assegnato la cella. Il processo gli aveva turbato la mente per mesi. Continuava a riesaminarlo. Impossibile cambiare.
Adesso, era di nuovo in quella stanza.
Lo sceriffo gli porse la cornetta.
– Pronto, – disse lui. Non gli piaceva la sensazione del telefono in mano.
– Ciao nonnino. Ti vedo sempre in Tv. Sei famoso. Torni a casa, giusto? Ho una voglia di vederti.
Quella vocina. Il pavimento si appannò di lacrime nel punto in cui lo stava guardando.
Disse poche parole perché le parole gli venivano difficili dopo tanto tempo. Poi riappese.
Lo sceriffo gli diede le sue cose e, a testa china, disse: – Da questa parte.
Uscì dall’accettazione. Vide la doccia dall’altra parte del corridoio. Avrebbero dovuto fargliene fare una adesso. Prima del rilascio. Ripulirlo. Smacchiarlo. Ma non accadde. Solo quello che entrava aveva importanza.
Seguì l’uniforme oltre la porta sbarrata e in cortile. Le alte mura, le spire di filo spinato in cima. Le torrette con le guardie quando era entrato. Niente guardie adesso. Videocamere ovunque. Nulla si muoveva in quel cortile. Soltanto loro due. Lui e l’uniforme. Si voltò verso le finestre. Facce che lo guardavano andar via. Occhi in cui il tempo era morto.
Più avanti, c’era una guardia donna. Su una passerella di legno dietro un’alta recinzione metallica. Aprì il cancello e li fece costeggiare la zona riservata alle visite. Una specie di prefabbricato scolastico, come quando era giovane. Superarono un altro cancello sprangato. Il clangore delle chiavi. Superarono un’altra porta. Non d’acciaio o metallo. Una stanza non di cemento ma in legno. Gli risuonava sotto i piedi. Aria diversa. Atmosfera diversa. Quasi normale. Sciolta. Visitatori in attesa. Persone normali, libere di andare e venire. La vita esterna incisa sulla pelle. Il metal detector. Ci passò sotto. Pensò che avrebbe potuto suonare senza motivo. La videocamera mostrava l’altro lato del portone. La folla al parcheggio. Che si muoveva senza rumore sullo schermo. In attesa che rilasciassero lui. Vide il registro con scritto chi entrava e chi usciva. Su un ripiano. Le varie firme. Passò accanto ai visitatori. Guardavano i suoi movimenti. Come se non avessero mai visto un uomo muoversi. Ascoltò attento. Nervoso. Aspettava di sentire il ronzio del portone. Magari non sarebbe arrivato, pensò. Il peso nel suo petto. Il respiro. Le spalle doloranti. Nel tentativo di non far vedere niente. Soltanto un giorno nuovo. Identico a tutti gli altri.
– Sono qui per te, – sorrise lo sceriffo indicando la porta.
La guardia donna era lì. Contemporaneamente al ronzio del portone. Una mano su un pulsante in un punto nascosto. Andava sempre così. Dita su pulsanti in un posto che non si vedeva. Il ronzio del portone metallico. La donna si chinò ad aprire. Lui non la guardava. Lei sorrideva appena. Cercava di essere professionale ma gentile.
Tutto entrava. Tutto usciva. Quell’unica porta che si apriva sull’esterno. Niente manette. Aria fresca. Rumori nuovi e agitazione da fargli dolere orecchie e occhi. Si voltarono tutti verso di lui. Gli andarono incontro. Praticamente di corsa. Senza freno. Il suo corpo in allarme. I muscoli tesi. Il fagotto delle sue cose stretto sotto il braccio. Le grandi mani penzoloni lungo i fianchi. Alcuni nella folla pronunciarono subito il suo nome. Lo chiamavano signor Myrden. Gridavano tutti quel nome. C’erano telecamere e microfoni. Esattamente come prima che andasse dentro. Gli stessi di allora o quasi. Erano cambiate le facce. Tutto il resto era uguale. Lo stesso bisogno accanito. L’aria era fredda. C’era vento fuori. E non aveva muri contro cui sbattere. Gli pungeva la pelle. Lo sentiva nei capelli. Sulla cute. Tra le dita che così gli pulsavano a tempo col cuore. Al di là della folla si estendeva il paesaggio. Sempre più in là. Talmente alto e lontano, all’infinito. Vertigini alla testa e nello stomaco.
Signor Myrden. Signor Myrden…
Continuamente il suo nome. E la pressione della folla che gli bloccava la strada e gli rendeva difficile passare.


A portarlo a casa della moglie fu suo figlio, Danny. Diciannove anni. Il penultimo di cinque maschi e una femmina. La casa apparteneva a qualcun altro. A chissà chi. Non lo aveva mai chiesto. Sapeva soltanto che sua moglie ora viveva lì.
Si era seduto dietro perché davanti per lui era troppo. Il parabrezza. Il movimento simultaneo di ogni cosa. Gli faceva male agli occhi. Pensò che forse avrebbe vomitato. Guardò stordito fuori dal finestrino. La visuale netta e limitata, incorniciata dal vetro. E continuava e continuava. Così tanti individui fuori. Che andavano in giro a proprio piacimento. Niente lo fermava. Lo tratteneva. Lo ostacolava.
L’auto rallentò a un semaforo. Passò una donna magra incappottata. Lo sbirciò all’interno dell’abitacolo. Niente su cui fermare lo sguardo. Solo un uomo come tanti seduto in macchina. Tirò dritta. Continuò a camminare. Le gambe della donna una macchia confusa. Chiuse gli occhi. Temette che potesse essere un errore. Riaprì gli occhi e si guardò alle spalle. Si erano mossi. Automobili e furgoni lo seguivano. Con a bordo delle persone che volevano tutte sapere cosa pensava. Come ci si sente a essere un uomo libero? Quali sono i suoi progetti? Chi ha ucciso davvero Doreen Stagg? Signor Myrden. Libertà. Progetti. Guardò suo figlio. Vide la mano di Danny sul volante, le parole tatuate sulle dita.
– Stronzi, – disse Danny. – Quanto ti fa incazzare? – Gli occhi di Danny nello specchietto retrovisore. Si stava arrabbiando. – Lo ammazzi di botte Grom? Quel contapalle di merda.
Ma lui non era arrabbiato. Era tranquillo. Era calmo. Non sapeva come avrebbe dovuto comportarsi adesso. A chi avrebbe dovuto fare del male? Guardò il riflesso degli occhi irati di suo figlio. Danny stava ancora parlando. Lo sentiva respirare pesantemente dal naso, con rabbia. In attesa di qualcosa. Se c’era qualcuno a cui fare del male, avrebbe fatto del male a se stesso. Era così che si sentiva. Peggio è, meglio è. Farla finita.
– Stronzi. Sei sempre stato innocente.
Innocente. Quella era una parola che dentro si usava spesso. Si diceva spesso. Innocente. Lui non lo sapeva. Era l’ideale per farsi una bella risata. Una brutta risata. Il modo in cui scoppiavi a ridere. Quando si diceva quella parola. Una risata diventava altro. Ti si aizzava contro. Innocente. Quella parola e l’espressione negli occhi di uno nuovo che la pronunciava. Che poi capiva come stavano le cose grazie alla risata brutta. E non la ripeteva più. Chi lo sapeva mai di sicuro? Sapeva per certo? Ma era l’ideale per farsi una bella risata.


Le case cominciarono a cambiare. I bungalow e le costruzioni più vecchie coi loro bei giardini si trasformarono in costruzioni più piccole con giardini più piccoli, poi in case a schiera. I gradini davanti all’ingresso direttamente sull’asfalto. Niente giardini. Niente marciapiedi. I bambini per strada. Che giocavano come fossero i padroni del quartiere. Senza badare alle macchine. Erano le macchine a dover fare attenzione. A loro. Sta’ a vedere che ti succede se mi becchi. Tira dritto. Sta’ a vedere dove vai a finire. Gli adulti sulla soglia, a guardare la sfilata di automobili. Un paio di loro strillavano ai bambini, o alzavano una mano. In segno di saluto. Come se sapessero chi era. Come se aspettassero di intravederlo. La macchina di Danny. Probabilmente la riconoscevano.
L’auto si fermò davanti alla casa di sua moglie. Guardò la sicura dello sportello. Per stringerla piegò le dita e gli fecero male. Rotte troppe volte. Tirò la maniglia. Lo scatto di molle e acciaio. Un congegno non complicato. Facile da aprire. Facile da rompere. Di lì poteva uscire con una spinta. Lo sportello si spalancò. Troppo forte. Non ne aveva avuto intenzione. Lo sportello si spalancò completamente. Non c’era nessuno a prendergli il braccio. Per sicurezza. Lo sportello gli rimbalzò addosso. Lo fermò con la mano.
Scese. Le suole sull’asfalto. Aria sopra e intorno a lui. Spazio che sfrecciava in ogni direzione. Spazio che si adattava intorno a lui. Che sfrecciava in ogni direzione.
Alzò le braccia di fronte a sé. Le mosse senza accorgersene. Si vide le mani. Ma senza guardarle direttamente. Che farsene delle mani qua fuori?
Suo figlio, Danny, gli diede una pacca sulla spalla e lo precedette.
Lo seguì al rumore degli sportelli che sbattevano dietro di lui. Persone che si sbrigavano. Che lo rincorrevano. Che già gridavano.
La porta della casa di sua moglie si aprì di colpo. Lo aspettava un mucchio di gente, urlavano. Bentornato a casa. Sorpresa. Sentì sbattere altri sportelli. Si girò e vide furgoni e automobili fermi nella via stretta, che bloccavano il traffico. Telecamere e microfoni. Cronisti ormai vicinissimi, le loro domande gridate. Signor Myrden? Il suo nome, una domanda. Che ne pensa di un sistema penale che…? Signor Myrden? Come si sente se pensa…? Signor Myrden? Secondo lei chi è davvero l’assassino? Signor Myrden? Se le venisse restituito il tempo…?
Danny lo prese per una spalla e lo spinse dolcemente in avanti. In casa. Conosceva quasi tutti quelli che gli stavano dando il benvenuto. Non erano cambiati molto, negli anni. Gli diedero pacche sulla schiena. Gli toccarono le braccia e le mani. Gli augurarono ogni bene. L’abbraccio di sua moglie. Un abbraccio troppo forte. Una stretta ossuta ma vigorosa per una donna tanto piccola. Era venuta a trovarlo dentro. Forse una volta al mese. A dirgli cosa aveva fatto di male. Come mai era dentro. A parlargli dei propri problemi. Lui la guardava e si chiedeva chi fosse. Che cosa volesse.
Ora, lei lo stava abbracciando. Gli strizzava un braccio. Rideva in risposta agli altri. – Innocente come un agnellino, – diceva a tutti. – L’ho sempre saputo.
Sua nipote, Caroline, alzò le braccia e lui la prese e la sollevò da terra. La conosceva appena. Da una fotografia sul muro. Nient’altro. Tutto quel che sapeva di lei. Sorpreso di quanto fosse leggera. Un corpo minuto come quello. Niente di così minuto in quattordici anni. Le baciò la guancia morbida. Niente di così minuto, dentro. Caroline lo stringeva forte. Gli si aggrappava come fosse lei quella disperata. Finché lui non si ritrovò a piangere e gli altri si calmarono un po’. Lo aiutarono a superare quel momento con brandelli di conversazione.
La porta gli si chiuse alle spalle. I giornalisti chiusi all’esterno.
Ma non riusciva a toglierseli di mente. In piena festa, guardò dalla finestra che si affacciava sul davanti della casa. Li vide là fuori. Perfino nel buio. Stavano nelle macchine e nei furgoni con le luci accese. A guardare la casa di sua moglie.
– Ecco qua, – disse il suo vecchio amico, Randy, sopra la musica di violino e le chiacchiere. – Mica puoi restare sobrio proprio stasera -. Randy rise nel suo solito modo. Come una sequela di latrati. Niente lo spostava mai di un millimetro. I primi tre bottoni della camicia aperti. Una croce d’argento a una catenina d’argento. I capelli corti. La faccia scarna con un’ombra di barba. Occhi accesi e indagatori.
Vide che Randy gli tendeva una bottiglia di birra. Ne aveva già una per mano. Randy gli bloccò la terza tra gomito e fianco.
– Ehi, – gridò Randy e si girò per essere sicuro che lo stessero guardando. Lo guardavano sempre. Gli altri risero e alzarono i loro drink. Bottiglie di birra. Bicchieri di coca e rum. Niente ghiaccio. Gli occhi di tutti su di lui. Per capire a cosa pensasse. Che cosa avrebbe fatto.
Era troppo.
Randy fece un cenno a sua moglie. – E vai di diritti coniugali, stanotte -. Rise sciolto. Aspro.
Bevve un altro sorso di birra. Si sentì un po’ meglio. La birra aveva un buon sapore ma non lo stesso. C’era qualcosa che non andava con tutte quelle persone nella stanza. Qualcosa che mancava. Qualcosa di sbagliato. Erano troppo vicine, ognuna di loro. Non stavano in disparte. In fila. In reparto. In isolamento. E la gente fuori dalla finestra. Che ne sapevano della sua innocenza. Chi ci credeva? Un tecnicismo. Ecco tutto. Aveva detto uno dentro. Gli incombeva addosso. Col suo corpo iperpompato. Muscoli di insuperabile marmo. Colpiscimi, fammi vedere quanto colpisci forte. Colpiscimi. Più forte. Sputava. Lo odiava. Lo aveva preso a calci. Colpiscimi più forte. Tecnicismo sarai tu.

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