Pincio/Pynchon: un occhio di riguardo

 toilet bowls in gravity’s rainbowParallelismi con “Fountain” di Marcel Duchamp

tratto da LA DISSOLUZIONE ONESTA

di TOMMASO PINCIO

L’atto dell’escrezione costituisce un motivo ricorrente in Gravity’s Rainbow e s’inserisce in un complesso schema di relazioni dove gli escrementi sono – a seconda delle circostanze – elemento di congiunzione tra l’uomo ed il mondo animale, oggetto di perversione sessuale, simbolo di fobie ed odi razziali, protagonisti di inquietanti apparizioni e di visioni fantastiche che toccano il culmine esattamente a metà del romanzo con l’immagine di King Kong “o qualche suo parente prossimo se ne sta accovacciato in strada, evidentemente intento a cagare! Sta facendo tutti i suoi bisogni in mezzo alla strada!” (1). In un simile contesto il toilet bowl può essere posto tra gli oggetti inanimati fondamentali del romanzo di Thomas Pynchon.
Partendo da una prospettiva puramente letteraria tanta insistenza potrebbe essere facilmente ricondotta allo Ulysses di James Joyce e in particolare al noto passo della `sosta’ mattutina di Leopold B1oom (2). Se poi consideriamo che nelle sue Lezioni di letteratura Vladimir Nabokov arriva espressamente a sottolineare l’importanza occupata dal tema della latrina nell’economia dello Ulysses il cerchio sembrerebbe chiudersi definitivamente (3). Ci sono però molte ragioni per dubitare della reale natura degli echi joyciani e dei filtri interpretativi di Nabokov.
Nel suo commento allo Ulysses, Vladimir Nabokov esordisce enfatizzando la mole dell’opera e la varietà del lessico (“È un grosso libro, di oltre duecentosessantamila parole, con una ricchezza di circa trentamila vocaboli”) per poi soffermarsi su due fonti usate da James Joyce: il Thom’s Dublin Directory (“un testo verso il quale i professori di letteratura volgono segretamente le ali prima di occuparsi dello Ulysses, per sbalordire i propri allievi con quel bagaglio di conoscenze che lo stesso Joyce aveva attinto da questa autentica guida”) ed il quotidiano dublinese “Evening Telegraph” del giovedí 16 giugno 1904 (“prezzo un penny e cinquanta”). In modo analogo Thomas Pynchon attinge informazioni e dettagli su Londra dalla piú classica delle guide, il Baedeker, e dal più importante quotidiano cittadino, il “Times”. Anzi è proprio grazie ai precisi e documentati riferimenti alle condizioni del tempo tratte dal “Times” che è possibile individuare giorno ed ora – informazioni che Pynchon evita sistematicamente di fornire in modo esplicito – dei vari episodi della prima parte di Gravity s Rainbow (4). Quanto alla mole del libro e alla ricchezza del suo vocabolario non si può certo sostenere che Pynchon si sottragga al confronto.
La cosa è talmente evidente che alcuni hanno voluto leggere nell’incipit di Gravity’s Rainbow una metaforica allusione, se non una vera e propria sfida allo Ulyssess ed effettivamente le pagine iniziali dei due romanzi contengono similitudini palesi e ricorrenti. Si pensi al fatto che entrambi i romanzi cominciano al mattino, che la maisonette nei pressi del Chelsea Embankment con “a spiral ladder ringing to the roof garden” ricorda molto da vicino la Martello Tower, che Pirate Prentice sale sul tetto ad osservare il panorama circostante proprio come Shephen, o anche a tutta una serie di dettagli paralleli o di analogie lessicali già esaurientemente inventariate dalla critica (6).
Molti parallelismi, probabilmente troppi per essere veramente ciò che sembrano. D’altronde è altrettanto acquisito che il ricalcare certi sperimentalismi joyciani non risponda alle intenzioni di un Pynchon molto spesso attento a modelli ben piú tradizionali quali, ad esempio, Bleak House di Dickens. Analizzando piú attentamente i parallelismi tra Joyce e Pynchon, il secondo sembra seguire le orme del primo solo per distaccarsene. Superato il blocco iniziale infatti, le similitudini di Gravity’s Rainbow con lo Ulysses diminuiscono considerevolmente per essere soverchiate da un’invasione ipertrofica di riferimenti e situazioni che poco hanno da spartire con l’opera di Joyce. Tra protagonisti, comprimari e semplici comparse nel romanzo di Pynchon si contano piú di quattrocento personaggi, il che non trova un corrispettivo nello Ulysses dove tutto ruota intorno alle tre figure del figlio/Stephen, del padre/Bloom e della madre/Molly. L’azione di Gravity’s Rainbow, inizialmente concentrata in una Londra meticolosamente ricostruita a tavolino come la Dublino joyciana, si sposta in un secondo tempo sul continente per disperdersi nel campo aperto della “Zona” dove la questione dell’orientamento non si può certo risolverla con il minimale aiuto di una guida turistica o di un giornale. Allo stesso modo se a Joyce è sufficiente un solo giorno per dipanare la vicenda dello Ulysses, a Pynchon non bastano nove mesi per arrivare a sciogliere i complessi nodi della multi-trama di Gravity’s Rainbow. Sarebbe logico dedurre da tutto ciò che l’intenzione di Pynchon sia allora quella di mostrarci il modello joyciano come obsoleto o quantomeno inadeguato alla sua idea di letteratura.
Un’impressione simile la si ricava laddove l’attenzione rimanga concentrata su escrementi e latrine. Anche in questo caso ci troviamo davanti una serie di vistosi parallelismi che riguardano tanto lo Ulysses quanto il commento di Nabokov. Nel tratteggiare la sfera della fantasie sessuali di Bloom, l’autore di Lolita sintetizza la questione nel seguente modo: “Non voglio annoiarvi con un elenco dei suoi strani desideri, ma dirò solo questo: nella mente di Bloom e nel libro di Joyce il tema del sesso si mescola continuamente con quello della latrina”. Quando giunge a commentare l’episodio in cui Bloom si ferma al gabinetto esterno prima di recarsi al funerale di un suo amico, Nabokov riporta testualmente una buona parte di questa particolare sosta. Si tratta di poche righe ma sembrano un concentrato della simbologia da latrina sviluppata da Pynchon. Abbiamo le fantasie sessuali (le fanciulle che cambiano abiti con il calare della notte), un pizzico di perversione (pugnali e mascherine), l’idea della morte (il funerale) ed anche i colori, cosí importanti in Gravity’s Rainbow.
Ma è sul piano del linguaggio che le differenze tra i due scrittori si fanno evidenti. Malgrado Nabokov lamenti il fatto che la “particolarissima materia patologica sembra in questo contesto artificiosa e superflua” certe espressioni dello Ulysses risultano fin troppo morbide se messe a confronto con il vocabolario di Pynchon, di gran lunga piú esplicito e dettagliato.

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