Giancarlo Liviano D’Arcangelo: Andai, dentro la notte illuminata

 

 tratto da Andai, dentro la notte illuminata

di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

Le telecamere si preparano ad avvolgerci. C’è una regia premeditata che sembra aspettarci come il mittente di un invito a cena. E’ paterna e personalizzata. E’ la regia di qualcosa che può sfociare in tragedia, una sorta di pornografia delle mucose e delle zone corporee attraverso cui ognuno di noi riesce a rivelarsi più espressivo. Muggeridge ha costretto il regista e gli operatori a provare movimenti e inquadrature per intere giornate, e mentre intrattiene il pubblico con un carisma da vecchio ammaliatore di serpenti, trova il tempo per sovrintendere l’intero staff demandato alle riprese. Utilizza gesti e occhiate severe. Incarna il contenuto della parola piagnoleria, occhiate severe cariche di significato. Noi attendiamo nel corridoio che conduce sul grande palco. C’è un assistente di studio a governarci, è basso, tracagnotto e piuttosto sudato. Ha un paio di cuffie microfonate che gli consentono di dare e ricevere istruzioni, facendolo assomigliare vagamente a un telecronista sportivo attempato e popolare. Dalla regia gli dicono qualcosa e lui si avvicina progressivamente a ognuno di noi. A turno ci sente il polso. Conta i battiti cardiaci subentrando nel nostro addome, soppiantandolo con il suo nervosismo. Poi ci perquisisce e controlla che i nostri microfoni siano perfettamente funzionanti. Uno degli assistenti in regia gli trasmette uno strano suggerimento, qualcosa che riguarda i tempi di scena probabilmente, e allora lui annuisce, lo si capisce dalla sua mimica corporea, dall’aria di chi impone a se stesso di ascltare attentamente un’istruzione basilare, per impadronirsene e metterla in pratica. Muggeridge si avvicina alla telecamera e chiede al pubblico a casa il massimo di partecipazione possibile. Noi lo osserviamo di nascosto, fissiamo quello che fa, le parole e le sue azioni, e dietro ogni movimento appare un segnale equivocabile. E’ il suo modo di gesticolare. E’ l’arte di temporeggiare in cerca di suspense. Sono prove inconfutabili, dogmi o profezie. Dicono che la soluzione dell’enigma è solo a un dame e caballeros, dicono che non ci sono più dubbi, e che ora tocca a noi finalmente. L’assistente di studio spalanca il palmo della mano e impone quel gesto sulle nostre teste, sembra una benedizione ma in realtà è una semplice indicazione temporale. Ogni dito corrisponde ad un istante più o meno lungo, e le sue dita sono solo cinque. Lo vedono anche Nancy e Ronald. Sono abbracciati ma i loro occhi puntano la mano dell’assitente, guardano e si stringono a vicenda, gelosamente, e le dita sono quattro adesso, se ne accorge anche la sfinitezza emaciata di Pablo, una condizione accentuata dal suo trucco, un’espressione derelitta che perfino dopo il make up, o proprio per quello, non è rasserenata ma piuttosto ammorbata. Ora sono tre, le dita e gli istanti. Si vede Peter Sobzcek che si fa il segno della croce, non si sa bene per pregare chi e cosa, perché le dita sono soltanto due adesso, e il momento è davvero vicino, sembra troppo tardi perfino per pregare, si avverte la claustrofobica vicinanza a qualcosa d’importante, di decisivo, al punto che Stanley vorrebbe lasciarsi andare in un gesto di scaramanzia macabra ista la sua situazione. E’ uno. Il momento che manca è solo uno. Anzi, era solo uno,perché ora c’è più tempo. L’assistente di studio e tracagnotto stringe un pugno chiuso sopra di sé, una postura che significa niente e mille cose, uno zero, un’intenzione violenta, un gesto militaresco di forza che evoca una specie di strano potere.

Ed eccola che arriva, la morte.

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