Daniele Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore

 

Fertili intrecci tra il romanzo e il terrore

di Emanuele Trevi

Sul titolo di questo bel libro di critica letteraria scritto da Daniele Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore (Bompiani, pp.143, euro 8,00) c’è purtroppo ben poco da eccepire: se è evidente che le radici del fenomeno, come fanno tutte le radici, affondano nel più oscuro passato, altrettanto palese è il fatto che un’età terroristica come la nostra l’umanità non l’ha mai vissuta. E se il terrorismo, agli occhi dei più pessimisti, sembra assurgere a modello e paradigma dei rapporti fra gli uomini, ci mancherebbe che l’immaginazione letteraria, questa insaziabile parassita, non avesse attinto a piene mani dal presente stato d’emergenza. Come del resto avevano già fatto, da par loro, Dostoevskij e Conrad e James di fronte alle gesta e ai pensieri dei nichilisti e degli anarchici in marsina di fine ottocento.
Ho citato di proposito i nomi di tre giganti, sulla cui opera ormai vige un giusto consenso universale, perché I demoni, L’agente segreto e La principessa Casamassima, oltre a testimoniare qualcosa in merito al terrorismo dei loro tempi, sono essenzialmente delle opere d’arte riuscite alla perfezione. Per questo motivo non è mai possibile argomentare razionalmente, perché lo specchio che ci mettono di fronte è ancora il nostro, sporco e appannato quanto si vuole: è ancora uno specchio di Narciso, uno specchio di Alice, un’esperienza possibile del senso e del destino. Che queste opere d’arte, poi, e le tante venute in seguito che sfruttano la macchina narrativa del terrorismo, abbiano qualcosa da insegnarci, oltre che su se stesse, anche sulla cosa in sé, questo è tutt’altro paio di maniche.
Daniele Giglioli è un critico letterario troppo intelligente per aggirare il problema. A differenza di molti suoi colleghi che si dedicano a ricerche di tipo «tematico», rifiuta giustamente di dare per scontato, come una petizione di principio, che la letteratura conosca le cose di cui parla in un modo speciale e irrinunciabile, un modo che le apparterrebbe per diritto: ottimismo accademico, questo, che finisce sempre per imbalsamare la letteratura in una sua inutile infallibilità, mentre è vero il contrario: quel poco che c’è di davvero speciale e irrinunciabile appartiene alla singola opera, per non dire alla singola pagina o alla singola frase. È una scommessa, e non sfugge alla regola secondo la quale la maggior parte delle scommesse, per loro natura, si perdono. E nessun linguaggio, nessun tipo di sapere è privilegiato sugli altri in questo gioco in perdita. Dunque, afferma a ragion veduta Giglioli, «sul terrorismo la letteratura non ha nulla da insegnare, se si intende con questo la trasmissione di una qualche forma di conoscenza». Semmai, se ha intenzione di insegnarci qualcosa, «è piuttosto un atteggiamento, una postura esistenziale, un esperimento di familiarizzazione con quell’alterità traumatica». Ecco ben definita la vera posta in gioco: se la letteratura può vantare un suo colpo segreto, un suo asso nella manica, esso consiste in una modalità dell’esperienza, in una vocazione fondamentale a patire e compatire l’umano, a mettersi nei panni degli altri e insieme nei propri, a scompigliare le gerarchie del discorso con le aritmie delle emozioni. È un atto di profanazione, come lo chiama Giorgio Agamben, radicalmente antimetafisico. Mettendo in causa il potere dell’invisibile, lo restituisce infatti alla contingenza, ai suoi rischi e alle sue possibilità.
Va da sé che poi, essendo le intenzioni di Giglioli quelle del critico e non del filosofo puro, il suo è un pensiero che parte dalle singole opere e ad esse sempre ritorna. Ne risulta un libro molto avvincente, nonostante la sua materia in tutti i sensi plumbea. In quanto macchina narrativa globalizzata, quella del terrorismo funziona attualmente a pieno ritmo. Non c’è forse attività umana, a parte l’adulterio, che si presti con altrettanta naturalezza all’abbraccio e alla fagocitazione del romanzo. Non è forse la trama il denominatore comune, e insieme la materia prima, del terrorista e del romanziere? Ma è lecito al lettore interrogare questo libro di Giglioli anche con la più scorretta delle domande: esiste oggi qualche scrittore paragonabile, per la profondità della visione e la memorabilità dei caratteri e degli eventi, ai giganti ricordati sopra? Esistono libri che reggano il confronto con i Demoni, o con l’Agente segreto? Dalla stessa documentazione raccolta dal critico, un nome sembra imporsi su tutti gli altri, quello di Don DeLillo, che già in certi romanzi giovanili degli anni ’70, come Giocatori o I nomi, si era lasciato tentare dai risvolti più surreali (quando non decisamente comici) di complotti segreti, cellule combattenti, sette iniziatiche. Ma l’essenziale lo avrebbe scritto più tardi, a partire da Rumore bianco, il capolavoro del 1985, seguito tre anni dopo da Libra, dedicato alla morte di Kennedy e agli intrighi nascosti nell’attentato di Dallas, e infine da Mao II (1991), levigato gioiello narrativo che si conclude, con grazia e ferocia da conte philosophique settecentesco, tra i bunker e le macerie della periferia di Beirut. Più che una trilogia del terrorismo, questi libri formano una trilogia dell’intrigo, della trama come equivalente della morte. Se la morte è il significato ultimo, la trama, non importa se del complotto per assassinare Kennedy o del romanzo che lo racconta, è il suo significante, la forma in cui una paura invisibile si lascia osservare, proietta una sua ombra. «Più la trama del racconto è fitta», medita un personaggio di Libra, «più è probabile che approdi alla morte». Solo in apparenza dunque gli intrighi perseguono lo scopo di controllare gli eventi, imprimere loro una direzione, dominare l’incertezza. In realtà il romanziere e il terrorista sanno bene che, quanto più la trama si ramifica e sviluppa, aggredendo ogni spazio del reale, tanto più è il nulla, il nulla della mortalità umana, che impone le sue regole a tutta l’esistenza. A maggior ragione perché le trame, per loro natura, tendono a sfuggire al controllo di chi le ordisce. Win Everett e i suoi complici, i complottatori di Libra, non hanno intenzione di uccidere Kennedy, ma di mandare un avvertimento, generare una reazione concreta alla messa in scena di una minaccia. Proprio perché è un simbolo, una specie di teschio di Amleto, una trama è qualcosa che eccede sempre le capacità di controllo individuale. Questa eccedenza di energia, questa autonomia dell’intrigo, noi la chiamiamo destino, oppure caso. Ma entrambe le definizioni ne riconoscono la potenza.
In DeLillo questa intuizione filosofica si accompagna a una grande capacità di persuasione poetica. A lato della storia vera e propria dell’attentato di Dallas, Libra allude di continuo a un autoritratto: è l’immagine del romanziere che legge le migliaia di pagine del Rapporto Warren, vale a dire la «verità ufficiale» sulla morte di Kennedy.
Se è questa «verità ufficiale» che intende profanare, DeLillo non può certo farlo in nome di una «verità» di migliore lega, presente nel suo romanzo: sarebbe come opporre una mistificazione a un’altra mistificazione. Cosa sa uno scrittore, in definitiva, che non sanno gli altri? DeLillo, e con lui ogni vero scrittore, risponderebbe che non si tratta di sapere, ma di vedere. E nelle testimonianze e nelle perizie che si accavallano nei pesanti volumi del Rapporto, lui ha visto il profilo di un teschio, il suo ghigno ironico e livellatore. Se le trame «possiedono una logica», rivelarne la forma non significa spiegarle, ma mostrarne tutte intere la follia e le oscure necessità.

Articolo apparso su Il Manifesto del 22 maggio

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