Laura Pugno, Il colore oro

 

La mutazione del corpo

di Rossano Astremo

“Il colore oro” di Laura Pugno è un libro “complesso” sin dalla sua composizione. Così come “Nel gasometro” di Sara Ventroni, altro libro pubblicato nella collana “Fuori Formato” della casa editrice Le Lettere, curata da Andrea Cortellessa, anche in questa raccolta della Pugno la poesia non basta a se stessa. Il libro contiene, oltre ai tre poemetti che lo strutturano, una serie di foto, in bianco e nero in hacker/aidoru e descrizione del bosco, a colori in il colore oro, di Elio Mazzacane, contraltare figurativo al dipanarsi dell’orditura linguistica. Le foto in questione, “flash di una città di marmi e ombre, severa e distante; di un rito misterioso e conturbante; di una natura enigmatica, forse ostile”, dicono in immagini ciò che la Pugno dice in versi. La sua è una poesia che richiede al lettore un uso smisurato dello sguardo. Come dinanzi ad una foto da decriptare, allo stesso modo il lettore delle poesie di Laura Pugno si trova dinanzi a parole da guardare, parole che dicono oggetti, oggetti che appaiono e scompaiono veloci, inesorabili, in un dettato meccanico asfittico, claustrofobico, indocile. In un contesto vagamente bellico, a tratti violento, fortemente post-umano, frequenti sono gli inserti di un lessico quotidiano, estratto o dalla sfera del cibo (latte, uova, riso, spaghetti) o dal mondo mercificato (coca cola, bottiglia di plastica, supermarket). Gli oggetti in questione, però, non sono i veri protagonisti della poesia della Pugno. Ossessivo in lei è la presenza del corpo. Corpo di donna, corpo di uomo, mai declinato usando il pronome “io”, sempre presente sulla pagina come “tu”, “voi”, “lui, “lei”, corpo distante, quindi, osservato, fotografato, corpo parcellizzato, frantumato, scannerizzato in dettagli, corpo-oggetto che ama la trasformazione, la collusione con il mondo animale e vegetale: “scrivi / la tua vegetazione come una mente viva / come il tuo corpo intorno ad un albero: / l’idea stessa di giardino”. O ancora: “tu ti chiudi / tra uomini-toro e uomini-tigre / sei conservato in vasche di calcare”. Infine: “se sei / telepate, corpo di figlia / vieni e mangia / gli spaghetti con le mani / qui dalla scatola, / tra noi, / tocca il cibo / che ti diventa mente e corpo”. Questa ossessione del corpo oggettivato mi fa venire in mente alcune frasi di Roland Barthes, che in Frammenti di un discorso amoroso scrive: “Non posso spingere il mio corpo fino all’estremo di se stesso se non con un altro; ma anche quest’altro ha un corpo, un immaginario. Quest’altro può essere un oggetto”. È su questo corpo-oggetto che si concentra il lavoro poetico della Pugno, che esce fuori dal proprio corpo, frantumando il suo io, perdendosi nell’altro, fino al dissolvimento dei propri confini, del proprio corpo nel corpo dell’altro. Chi è l’altro? L’umanità tutta, poeticamente fotografata nella sua futuribile mutazione: “lascerai tracce / di lupo, così ti troveranno / (parlano di feci e sangue, / di rami rotti che buttano sangue ) // non sarai più rilegato insieme, / ti spargerai”.

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