Giuseppe Cesareo: un dattiloscritto del 1956

(Stamane la mia vicina di casa, un’anziana signora molto ricca, mi ha dato uno scritto di Giuseppe Cesareo, un contadino, amico di un suo vecchio zio, divenuto sindaco di Crispiano negli anni ’60. Il testo è del 1956, composto da quartine di endecasillabi. Lei l’ ha ritrovato tra vecchie cartacce lasciate in abbandono per anni chissà dove. L’ho ricopiato e ve ne faccio dono. Non so se è inedito. Non so se è stato pubblicato, quando, dove e perché. La Rete in questo caso non mi aiuta)  

La cortina di ferro
di Giuseppe Cesareo

Se fantasia è o se ho sognato
non so, mi son ritrovato in una scuola,
ero un ignaro fanciullo ritornato…
Signor maestro una comanda sola:
Cos’è la cortin che dicono di ferro
di cui tanto si parla e si ragiona?
Dacché mondo e mondo, se non erro,
è la prima volta che tal frase suona.
E se è di ferro certo non si vede
Quel che dietro si nasconde e si complotta
contro il libero mondo che non cede
giammai il campo, e rinunzia alla lotta.
Il ferro di cui è fatta la cortina
è lo stesso ferro col quale si forgian le catene,
se la cortina cade e va in rovina,
i popoli in servitù chi li mantiene?
Duro e temprato è il ferro, ma la fiamma
è fatale che un dì lo scioglierà,
questa ha nome Rivolta ed è la mamma
della bella e fatidica libertà.
A volte questa bella si addormenta,
quando dall’uom si sente poco amata,
è allor che la tirannide si avventa
con la ferocia di belva ch’è affamata.
Dalle ferite strilla umano sangue,
ne stilla tanto che si forma un mare,
esausto, senza forse l’uomo langue,
invoca chi lo possa rianimare.
Ne approfitta la belva e le catene
stringe impiegando e senno e tatto,
irride alla libertà che già ritiene
lontano ricordo di cadavere putrefatto.
Ma nelle tenebre della fonda notte
un fantasma vaga in cerca di qualcosa,
quante nei secoli ha visto di aspre lotte,
questo Spirito che sempre cerca e mai riposa!
Ha una fionda e un sasso nella mano
destra, nella sinistra una scintilla,
dovunque passa vi scoppia l’uragano:
È Davide che va in cerca di Balilla.
Da un altro secolo anch’esso assai lontano
un’altra ombra avanza a testa alta,
il suo grido è il boato d’un vulcano,
dove passa costui tutto ribalta.
Né si volta indietro, ha molta fretta,
arrampicato al monte ascende il culmine:
è Spartaco, quando giunge sulla vetta
dice a Dio: su presto dammi il fulmine.
Intanto la bella addormentata
apre gli occhi, si scuote dal torpore:
dei fantasmi è stata una ventata
che le ha sfiorato il viso con furore.
Son il che additar debbovi la via,
non son io per voi madre e figlia?
Avanti venite con me in Ungheria,
là l’ordine costituito si scompiglia.
Tu, Davide, lascia ormai quel sasso,
non serve più, i tempi son cambiati:
Golia è un nano rispetto a quel gradasso
che qui impera coi mostruosi carri armati.
Cosa può contro il ferro il sasso audace?
Prendi questa: è una bottiglia di benzina,
basta cambiare un mostro in una brace,
scagliala, dai fuoco alla cortina.
Tu Spartaco in ogni direzione
dei tuoi fulmini fai tuonar l’artiglieria,
alle barricate! La gran rivoluzione
del quarantotto si rinnova in Ungheria.
Avanti, avanti, il bolscevico tiranno
di sociale giustizia si ammalò,
alla beffa poi si aggiunge il danno,
or sappiamo di quanto ei c’inganno.
Edificare il socialismo si doveva,
il pan per tutti, la fine della fame,
non più miseria e ozio si diceva…
Ahi! Senza libertà, no, non c’è pane!
Che per ogni altro uomo che lavora un altro a lato
col fucile spianato sta a guardar,
ne consegue che il povero forzato
per sé e per chi lo spia dee lavorar.
E se si ribella son pronte le manette
e la deportazione da dove più non tornerà,
nessun diritto dell’uomo più si ammette,
soffocata è l’umana dignità.
Premon l’ossa di Kossut e la terra
sotto i piedi ai tiranni fan tremar,
a chi schiavi ci tiene, guerra, guerra,
morti è meglio che schiavi dolorar!
Qualunque sia il sistema di governo
dal consenso deve essere suffragato,
come nel matrimonio che in inferno
si tramuta, se di esso è viziato.
La sacrosanta aspirazione non vale
per l’orco che real sangue la reprime,
a mille i profughi si liberano dal male,
i forti restano a far la guerra a chi li opprime.
Nome e cognome, un cartellino al petto,
un bacio ed un singhiozzo, andate via
bambina laceri dal doloroso aspetto,
testimoni del martirio d’Ungheria.
Macerie e tombe, su ogni tomba un fiore
E fiamme e fuoco, incendi di ogni via,
ignota mano innalza il tricolore,
non è finita la lotta in Ungheria!
– Signor maestro, dopo tanta ruina
Che ha reso quella terra incandescente,
esiste, esiste ancora la cortina?
– Sì, ancora c’è, ma è trasparente!

Crispiano, 8 dicembre 1956

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