Giuseppe Genna: William Burroughs

 

L’antieconomia della narrazione in Burroughs

di Giuseppe Genna

Burroughs, in una sorta di racconto autointervista del ’63 (reperibile in Burroughs Live, a cura di Sylvère Lotringer): “Io non sono un dipendente. Io sono il dipendente. Il dipendente che ho inventato per mostrare questo spettacolo itinerante sulla strada della tossicodipendenza. Io sono tutti i dipendenti e le dipendenze e tutti i tossici del mondo. Sono la tossicodipendenza e sono incatenato a questa dipendenza nei secoli dei secoli. Ora utilizzo un’immagine basica della dipendenza. Estendetela. Io sono la realtà e sono totalmente dipendente da questa realtà. Datemi un vecchio muro, una cassetta della frutta e io posso, Dio me ne è testimone, sedere lì inerte per tutti i giorni a venire. Perché io sono il muro e anche la cassetta. Il che significa: necessito di un ospite umano”.
Da questo assolutismo della percezione, che è la scoperta della dipendenza, Burroughs fa emergere il senso reale del Personaggio Vuoto, assumendolo in prima persona: è l’immagine di Bartleby alla sua indefinita fine, al di là della fine e dell’inizio: fermo, in contemplazione, davanti a un muro. Come è arrivato a questo punto, e insospettabilmente, William Seward Burroughs? Si è consapevoli che questo scrittore è la più prodigiosa macchina produttiva di Personaggi Vuoti del secolo?

C’è un percorso da compiere, ci sono tracce da reperire e calcare per giungere alla destinazione ignota del Vuoto in Burroughs. Il percorso coinvolge la comunità che, nonostante i silenzi di WSB, lo elesse a maestro – cioè la comunità Beat, affascinata dalla silenziosa mummia senza sorriso di quest’uomo che già sembrava essere stato mentre era.
Qui c’è da compiere una digressione fondamentale, che è in realtà una premessa. E’ talmente innestato nel testo, il contesto esistenziale e creativo di Burroughs e dei Beat, che bisogna enunciare una posizione abbastanza centrale nell’atteggiamento che teorici e critici letterari hanno assunto nel contesto del Novecento e che io riconosco in questo passo di Hans Blumenberg, ne La leggibilità del mondo: “Tra i libri e la realtà è posta un’antica inimicizia. Lo scritto si è sostituito alla realtà allo scopo di renderla – in quanto definitivamente inventariata e accertata – superflua. La tradizione scritta, e infine stampata, si è costantemente risolta in un indebolimento dell’autenticità dell’esperienza”. Questa posizione è ascrivibile a ciò che io chiamo riduzionismo critico. Per Blumenberg, tanto per non andare per il sottile, l’intero sistema culturale antropico (e i primis la letteratura, come espressione dell’immaginario) è una risposta all’ansia di base, al terrore primario che comporta l’affrontamento del mondo, lo choc dell’esterno. Non essendo un filosofo né un teorico della letteratura, bensì uno scrittore, posso permettermi il lusso di prendere una posizione ambigua nei confronti di una simile enunciazione. Da un lato, essa costituisce, nella sua ignoranza a proposito delle sorgenze necessitanti del momento in cui si scrive letteratura, il mio nemico. Anzitutto c’è un minimo appretto filosofico che fa da strumentazione per smentire Blumenberg: egli tratta lo scritto come postumo, ex post, e lo separa dalla realtà, suppostamente autentica, di cui non esiste testimonianza, mentre la letteratura e tutto ciò che è culturale sono a loro volta realtà. Viene ignorato il fatto che è un umano che vede lo scritto e vede la realtà: quindi corre un dato carsico di cui l’uomo tende a non ricordarsi (valgano le osservazioni in calce a Giuseppina in Kafka) – cioè il continuum interno/esterno, e questo continuum è la percezione, l’attività aperta che percepisce la percezione: l'”io stesso” insomma. Viene cioè denegato il vuoto. Poi si espone un’incredibile incomprensione della funzione della scrittura: quando mai essa ha inventariato e accertato la realtà? Semmai la sostituisce, e questo potrebbe essere un punto di comunicazione con Blumenberg. Al quale tuttavia devo dare totalmente ragione, ma per i motivi contrari rispetto alle sue argomentazioni. Credo che l’autentico dell’esperienza, e lo credo fermamente, sia in dimenticanza per l’uomo che si identifica con se stesso: l’uomo si scorda di essere e allora ecco subentrare uno dei momenti (tra i molti possibili) che intensificano la spinta verso l’oblio di sé, fino al recupero della ricordanza di quell’elemento aperto e silenzioso che ho abbozzato con l’impreciso sostantivo “Vuoto” – e questo momento di intensificazione (che corrisponde all’indebolimento di Blumenberg) è proprio l’esperienza della scrittura. Insomma, Blumenberg, ed è ciò che qui mi interessa, come ogni riduzionista inserisce un dualismo, vale a dire una faglia, tra vita e letteratura – insanabile, detrimentosa per i termini della potenza di esperienza, tutta a favore del culturale come feticcio virtuale che indebolisce il mondo.

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