Rick Moody, Diviners. I rabdomanti

 

C’è il romanzo in tv

Rick Moody e il monumentale Diviners: la struttura narrativa è modellata sui telefilm

di Giampaolo Simi

Che differenza c’è fra un buttero della Maremma e un cow-boy del Kansas? A giudicare da qualche celebre disfida degli inizi del Novecento, i primi erano decisamente più abili. E forse anche alla base della leggenda del brigante Tiburzi c’è molta più verità di quanta non ne sia bastata per costruire il mito di Billy the Kid. Ma lasciamo perdere esterofilie e provincialismi: il punto è che le pianure del Midwest, gli Appalachi o i canyon del Colorado sono molto più grandi. Per misurare le distanze ci vogliono quattro o cinque cifre, e oltretutto anche le miglia sono più lunghe dei nostri chilometri. La dimensione epica è spesso una questione di dimensioni. Lo insegnano Moby Dick, King Kong e il grande marlin de Il vecchio e il mare. Dal fatturato della Coca Cola all’offensiva di Omaha Beach fino ai chilometri percorsi da Forrest Gump, l’immaginario che accompagna la supremazia americana non disdegna di poggiarsi solidamente (e spesso senza ipocrisie) sulla rudezza oggettiva di cifre che danno l’idea di grandezze e distanze di fronte alle quali il cor si spaura. Anche in narrativa le dimensioni contano. E molti scrittori americani avvertono prima o poi il richiamo dell’opera monumentale. Peschiamone a caso, fra i più eterogenei, e troviamo King e DeLillo, Capote e Foster Wallace. In certi casi, raccontare molto è direttamente proporzionale al raccontare grandi storie di un paese dove tutto è, quasi necessariamente, grande. Per l’acclamato Rick Moody l’appuntamento fatidico sembra giungere con Diviners – I rabdomanti, romanzo che esce a sette anni dal precedente. Dato che focalizzare la trama non è facile e forse neppure necessario, partiamo con lo spiegare il titolo: I Rabdomanti è in realtà un titolo nel titolo, perché indica il fantomatico progetto di una miniserie televisiva ispirata a un libro inesistente e nata solo dal vagellare alcolico di un attore di serie B in declino. Anche grazie a qualche equivoco, tutti la cercano, ma nessuno l’ha scritta.
Tutti ne parlano, e forse proprio perché nessuno sa di cosa parli veramente. Del resto, il plot riesce
a essere imbarazzante pur nella vaghezza delle sue poche cartelle, dato che è un malsano, sgangherato tentativo di riunire in una grande storia Attila, sciamani, zingari ungheresi, ebrei erranti, schiavi delle Colonie, mormoni e gangster di Las Vegas. Cos’è che rende allora i Rabdomanti appetibili a qualche produttore? Il semplice fatto che, essendoci dentro di tutto, non dirà assolutamente nulla e non urterà la sensibilità di nessuno.

Come in un telefilm
Intorno a questa miniserie del tutto virtuale si scatenano ambizioni e frustrazioni di una pletora di personaggi: la produttrice indipendente sovrappeso e sua madre devastata dalla colite, una film-maker rampante e nevrotica, un taxista indiano laureato, un ex pittore bipolare che fa il pony express in bicicletta, l’attore bollito di cui sopra e via andare, fino a sfiorare il centinaio, anche limitandosi a contare solo quelli che si affacciano nel libro per almeno cinque o sei pagine. Ecco che il romanzo di Moody sulla serie tv mutua la struttura di una serie tv, o forse addirittura di un reality o di un talk-show, che fagocita, trita e sputa via un personaggio dopo l’altro. Fate conto che ogni capitolo sia una puntata. Comune denominatore di tutti questi personaggi? Essere dominati da un’infelice e smarrita frenesia, coltivare manie stravaganti e saper compiere improvvise digressioni su argomenti tanto disparati quanto, alla fine, oziosi. A nessuno di loro, importanti o meno, Moody regala qualcosa che si avvicini al mantello dell’eroe. E neanche all’impermeabile stazzonato dell’antieroe (che, a guardar bene, è un eroe elevato alla seconda). Moody racconta uno stuolo affannato di non-eroi aggressivi, diffidenti e disillusi. Dunque, Diviners è un romanzo sulla tv, sugli effetti maturi che il mezzo ha provocato nella società occidentale, ma per quanto detto sopra è anche tv, esso stesso.
Corto circuito cercato con pervicacia da Rick Moody, che affida alla struttura del romanzo un valore contenutistico esplicitato in partenza. Non sappiamo però se l’ex enfant prodige della narrativa statunitense abbia valutato fino in fondo le subdole conseguenze del marchingegno. Perché l’era della tv che, dopo essere entrata nella vita delle persone si assume ora il ruolo di unica vita sociale possibile, impone a questo libro dei prezzi alti, e non trattabili. Per esempio, le serie tv sono fatte apposta per fidelizzare lo spettatore e al tempo stesso permettere l’entrata di nuovi appassionati in qualsiasi momento.
Fate l’esperimento di aprire Diviners all’inizio di un qualsiasi capitolo e sarà lo stesso. Potete leggere senza preoccuparvi troppo di quello che c’era prima, perché il capitolo è pensato per reggere anche a sé. Come il tease di una puntata tv, cerca di tirarvi subito dentro con qualcosa di appetitosamente nuovo (che in realtà del tutto nuovo non deve essere). Allo stesso modo, i personaggi più importanti di Diviners rimangono eguali a se stessi per tutto il libro. Sono schemi televisivi che si ritrovano in Dallas come nei Simpson, se volete. Fatelo invece con un grande romanzo degli autori citati all’inizio. Fatelo con una vera grande storia, con uno di quei libri che scorrono, magari lenti e maestosi come il Mississippi-Missouri.
Non funzionerà. Non avrà nessun senso. O ci state dentro dall’inizio, o vi sentirete degli intrusi, con quella stizza colpevole di quando si entra in sala che il film è già cominciato.

L’America è piccola
Dunque, Diviners esemplifica come l’autentica narrazione, dotata di una logica essenziale e di eventi non replicabili ad libitum, sia di fatto ormai estranea al modello televisivo odierno. Lo rimane anche quando a tentare il rischioso esperimento è un narratore raffinato e letterariamente iperconsapevole come Rick Moody. Forse per questo l’acclamato “capolavoro satirico” di Moody alla fine regala scarsissime emozioni, qualche risata e un unico, lungo brivido che lo percorre come una scossa elettrica a bassa intensità. Diviners infatti si svolge nell’autunno del 2000. Mentre produttrici, film-maker, segretarie, imprenditori, tassisti, reverendi, lunatici e impiegatucoli si affaccendano dietro a un progetto televisivo in modo cinico e fideistico allo stesso tempo, in Florida viene deciso che il nuovo presidente degli Stati Uniti è George Bush a causa di qualche scheda elettorale in cui la punzonatura ha generato un coriandolo di carta non perfettamente regolare. Se ne vanno migliaia di voti per Gore e la storia dell’intero pianeta cambia.
Sempre in quei mesi, qualche insospettabile sta ultimando sul suolo americano il proprio addestramento come pilota di Boeing. Di lì a poco, si dirà, l’America era destinata a scoprirsi vulnerabile. In questo voluminoso romanzo di Moody, il lettore è invece destinato a scoprire che quell’America era forse un po’ più piccola di quanto
ce la siamo immaginata.


Giudizio Universale n.22, il sommario

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...