Andrea Comotti, L’organigramma

 

Incipit di L’organigramma

di Andrea Comotti _ Vibrisselibri

Era fatta. Dio se lo era. Dal piccolo pontile a piloni e traversine di legno, come il dio dei laghi e dei pontili comanda, o almeno comandava – che il legno scarseggia e i pontili altrettanto, e quasi quasi anche i laghi, enfisemati come i polmoni di un succhiatore di pallmall –, Nicotrain si crogiolava nel colpo d’occhio della casa dei suoi sogni. Proprio così aveva imbonito l’annuncio: “Villetta da sogno con orto e giardino, terrazzo con pergola, in riva del Lago del Segrino. Pontile privato”. I dati dell’imbonimento erano più che sufficienti a titillare anima e subanima. Da quant’era che si baloccava con l’idea a occhi aperti di sentirsi cigolare sotto i piedi, alla fine di un tappeto erboso che andava dritto a pucciarsi nell’acqua, un suo personale pontile, con barchetta regolarmente imbittata, da cui (pontile) o su cui (barchetta) all’alba e al tramonto fare a braccio di ferro o a morra cinese con cavedani e lucci? Ma c’era di più, ben molto assai di più. La telefonata all’agenzia distillò il vangelo: la villetta che Morfeo si teneva sotto l’ala era a Longone al Segrino! Longone, il carcere paradisiaco dove aveva sgambettato in braghette corte e aveva poi biciclettato coi calzoni alla zuava della gioventù e quelli ermenegildozegnati della maturità nientedimeno che Carlo Emilio Gadda, Carlos El Grande, l’imperatore della parola – anche se lui si coronava soltanto duca di Sant’Aquila –, semplicemente e galatticamente l’autore da sempre circolante sovrano nelle vene e nei visceri di Nicotrain come e più di un assolo di John, di Miles, di Eric in ensemble, l’unico autore con la a maiuscola e la elle e l’apostrofo anche. La coincidenza era fatale, l’effervescenza rasentava il fuorigiri, la felicità snobbava il settimo cielo, guardato dall’alto come un qualsiasi pianterreno. Rinunciare un delitto, tentennare peggio, una viltà da Celestino V. Insalare la coda del fato invece un imperativo categorico e repentino, da meno che quattro e quattr’otto. La lira era l’ultimo dei problemi, graziaddio. Ormai rimossi in un’altra vita i tempi grami della cinghia all’ultimo buco. A quale medioevo geologico rimontava la sua travettata schiavitù al servizio ginocchioni della real casa editrice Spantégala & C., specialità grandi cose di pessimo gusto, a buon intenditor brodini di dado allungati per bocche più che buone? Adesso per mettere sotto contratto la sua penna gli editori facevano anticamera, e anche harakiri magari, ma per le scale e per strada – il parquet era degno dell’immacolata –, congedati con una pugnetta al moscato. Il primo parto era stato cesareo, nel travaglio stilistico e nel trionfo pecuniario: Exapatao. L’enigma della margherita greca. Con quel romanzo aveva smesso la biro anonima da redattore per brandire timidamente la montblanc diplomatique del neoconsacrato giallista. Metaforicamente, s’intende, perché era ormai dal paleoinformatico superiore che la visibilità nerobianca alla pagina la davano i tasti del mac, condannando alla cantina anche la gloriosa olivetti in ghisa anni trenta, quella dal design ispirato all’altare della patria, per capirci, dai tasti morbidi e inanellati che tanta fluidità infondevano al circuito meningi-polpastrelli. Il romanzo non vesuviò dalle fondamenta il botteghino planetario degli incassi, era vero, scilindrò comunque la non disprezzabile magia di piedigrottare il neoautore a cavallo di una cometa technicolor imbizzarrita e in legittimo sospetto di overdose. Un melange di equilibrata simbiosi tra potenza e atto, un bouquet ineffabile di traguardo traguardato, uno striscione auroallorato sotto cui far processionare le catenelle appagate di un dna ambizioso anzichenò. Una sovramoderata felicità, insomma, che non durò che il classico prosaico attimino, qualcosa come sette giorni in cui né neuroni né polmoni né talloni si sentirono più in dovere di assecondare la volgare legge della gravità. Alla fine l’apoteosi fantasmagorica di mille e mille faville, scintille, febbrille si buconerò salutarmente nel caldo e fisico riassaporamento di quello che Herr Sigmund prescriveva inderogabilmente a vecchi e piccini, artisti e imbianchini d’entrambi i sessi: il sano principio di realtà, stare e voler stare con gli alluci ben piccicati per terra. Come dire guarda, figliolo, negli occhi la realtà, fissala e rifissala, correndo magari il rischio dell’ipnosi, tua o magari sua. Rischio concreto, perché la realtà finallora accattona si era fatta un bel bagno di metempsicosi uscendone lustra lustrenta con le fattezze di una bella vagonata di grana, tanto bella e tanto tanta e tanto vogliosa di reiterarsi in altrettanta da non poter, proprio no, non essere indotti nella tentazione circeocalipsica e anche un po’ morgana di pensarsi seduta stante un futuro di vita – e di lavoro, che della vita è la zavorra troia – affatto diverso, antipodalmente diverso.

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