L’incanto delle macerie: recensione di Francesco Sasso

Il senso di morte e d’amore ne L’incanto delle macerie di Rossano Astremo

di Francesco Sasso

L’incanto delle macerie, questo volumetto di poco più di settanta pagine, edito da Libreria Icaro Editore, si configura, a mio parere, come un poema narrativo/esistenziale dall’andatura magmatica.

Ora, eviterò di esprimermi attraverso gli strumenti della critica, ma cercherò, altresì, di trasmettere il mio sentimento di lettore de L’incanto delle macerie. A tal proposito, ricordo ciò che scrive l’autore in una poesia (o stanza) della raccolta:

Non è poesia ciò che scrivo, / ma resa disarmante al vulcano-parola, / putrida mistura che stratifica l’eccesso.

L’incanto delle macerie rappresenta, nella sua vorticosa oscurità, un’agonia individuale che anela a modellare un po’ la virulenza della vita. Esso è il racconto di una vita sospesa tra le radiazioni della tv e le banali posture quotidiane, tra deserto e inferno. In breve, è l’angoscia quotidiana e tragica della morte.

Il mito della morte, Astremo, se l’è formato all’ombra del barocco, n’è come bagnato, intriso di nera luce meridionale, senza scampo: “ sono cancrena che non posso curare”.

Questo tempo di morte che il poeta lascia scorrere fra penombra e oscurità si riflette nella sintassi, nel lessico che s’incarna sui sensi tormentanti e inorriditi: “taglio cerebrale di concetti / arditi e arguzie del linguaggio”

Ne L’incanto delle macerie il verso incalza il lettore attraverso accumulazioni d’immagini compatte e allo stesso tempo fragili come “sangue raggrumato si adagia/ su sabbie di terre che non respiro”. Figure crude; forme in tensione nervosa; apparenze ghermite, distorte e poi perdute nei meandri della mente del poeta, dentro itinerari cancellati dalla furia del dolore che solo l’amore carnale (e non) può, per un breve intervallo, lenire:

“Insieme per non strapparsi, per non / scucirsi, per credere nella vita che brilla, / per non morire rinchiuso in questa strada.”

Tuttavia, oltre il momento di sospensione amorosa, c’è la prigione del corpo, la vuota e allucinante vita:

“Solo il nulla può consolarmi. / E’ che non posso fuggire da questa / gabbia di corpo-cadavere.”

La stessa vita degradata e mediata dalla tv, la quale non cessa mai di trasmettere violenza, guerra, sgomento psicologico, attentati, orrore, assassinio.

A questo punto, voglio però abbandonare l’istinto del lettore, per concludere con una piccola nota critica. A mio parere, alcune “stanze” (o poesie) e alcuni versi, in verità pochi, cadono nell’artificiale, nel forzato. Ma sono piccoli cedimenti. Nel complesso, l’opera di Astremo mi è piaciuta.

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