Alda Merini, Canto Milano

 

Alda Merini e la sua Milano: una madre diventata matrigna

di Rossano Astremo

“Non l’amo più Milano. È diventata una belva che non è più la nostra città. Adesso è una grassa signora piena di inutili orpelli”. In queste poche righe si può sintetizzare l’aura negativa che pervade tutte le pagine di Canto Milano, ultimo libro di Alda Merini, edito da Manni, che raccoglie poesie e prose, alcune edite, altre inedite, tutte declinanti il rapporto tra la scrittrice e la sua città natale. Nell’introduzione al testo la Merini si sofferma più volte sull’imbarbarimento civile non solo dei milanesi, ma degli italiani tutti: “La gente oggi non sogna più. Arriva la mattina al lavoro e si trasforma in una macchina di produzione. Abbiamo perso l’umanità. Continuando a costruire e affollare case su case, l’uomo nono sogna, non fa più il poeta”.
Le pagine più dense sono quelle, quindi, in cui la Merini ricorda la Milano dell’infanzia, quella dei quartieri popolari e delle osterie, dei barboni e degli artisti. Perché, come ha giustamente scritto Maria Corti nell’introduzione a “Fiore di poesia”, nella Merini “vi è prima una realtà tragica vissuta in modo allucinato e in cui lei è vinta; poi la stessa realtà irrompe nell’universo della memoria e viene proiettato in una visione poetica in cui è lei con la penna in mano a vincere”.
Il racconto di una città diviene racconto di se stessa, luogo mentale attraverso il quale imbandire la tavolo tragica di un io che si manifesta in toto, un io che si frantuma in schegge, che appare colmo di immagini e di risposte diverse, o si presenta come la scena di un teatro costeggiata da personaggi e volti che si intrecciano nelle oscure casualità dell’esistenza: “Io invece cammino tribolata / su e giù / per questa mia città rattrappita / che non vede il tuffo spericolato / della mia povera anima”. O ancora: “Milano non è più mia madre / mi è diventata matrigna: / la gente mi ferma solo per dirmi / che mi ha visto alla televisione e nient’altro, / molti mi chiedono gli autografi, / ma io mi sento più sola che mai, / molto più di prima, di quando andavo al centro / sconosciuta da tutti”.
Si gioca continuamente su questi rimandi esterno/interno, l’azione dell’occhio che osserva Milano è seguita da una reazione che si snoda tra le trame del soggetto poetico. Appaiano anche in questo libro le tematiche tipiche del suo lavoro, amore- erotismo, cristianesimo-paganesimo, sequestro-esilio-manicomio, senza che l’alternarsi di poesia e prosa snaturi la costante presenza del dettato epico-tragico che sostanzia il suo percorso creativo.
A completare il volume in questione un inserto fotografico che descrive attraverso le immagini il rapporto fra la Merini e Milano e un’antologia critica sulla sua opera, nella quale sono raccolti interventi di Maria Corti, Giorgio Manganelli, Benedetta Centovalli, Giorgio Patrizi e Roberto Vecchioni.

articolo apparso ieri sul Nuovo Quotidiano di Puglia

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