L’incanto delle macerie: reading sabato 23 giugno

 

Sabato 23 giugno, a partire dalle 22,30, presso il locale Bevande Sonore di Lecce, in Via dei Verardi 9 , Rossano Astremo terrà un reading tratto da L’incanto delle macerie, suo ultimo lavoro poetico pubblicato da Icaro.

Un uomo. Una donna. I loro corpi rinchiusi in uno spazio domestico. Un amore totale, il loro. Uno schermo proietta immagini. Programmi di tutto il male che c’è. Flashback della realtà lasciata alle spalle. Potere, guerre, collassi. Due solitudini. Un’unione. Inseparabili, mediatizzati: vivono attendendo un mutamento che li travolga. Questa in sintesi la storia raccontata in versi in “L’incanto delle macerie”, seconda raccolta poetica di Rossano Astremo, edita da Icaro, pubblicata ad oltre tre anni di distanza da “Corpo poetico irrisolto”.

Perché questo è il punto: nella centrifuga di stimoli e impulsi che questa poesia muove e genera, a fine lettura si ha l’impressione che essa consista, non slabbri o ecceda – il rischio di tanto barocco –, ma sia. Sia e dunque dica, senza concedersi aloni o zone d’ombra. Dica di un mondo dove trionfa lo spettacolo, lo scambio simbolico e la morte, dove la finzione viene survoltata e diventa realtà: “Questo pensiero della morte, ora, / così castrante, così reiterato: / scaglio il telecomando sul divano, / ammasso di giornali e riviste, / mentre il sole di una città malata / soffoca l’azione. Alluciniamo”. Dica di una storia d’amore che, consentaneo specchio del mondo, è finzione nel momento in cui è reale, ed è reale nel momento in cui finge: “Due corpi in azione strappata, amputata, / […] / immagini che non s’apprendono, s’elidono, / eppure terrorizzano (come videotape / noleggiati a poche monete, la percezione / dello sfascio è svuotata, iniettata / d’inconsapevolezza)”. Dica di un mondo dove guerra è sempre: “Iraq è metonimia della globale devastazione”. Di un mondo visto come enorme e roboante discoteca dove techno e pop music scandiscono la forza degli stessi versi, sublimandoli e desublimandoli schizofrenicamente: “Amami ora, amami ora o mai più / qui tutto scade, il sudore imperla / l’orlo di questa camicia scarnita, / amami ora, amami ora, io sogno / la tua pelle, ogni notte, da notti / che s’insinuano su altre notti: / un circuito in continua deviazione”.

Flavio Santi

Astremo racconta l’accecato perdersi nell’amore, un’incantata eclissi di reazione e ragione; racconta lo sperpero delle energie amorose, degli ormoni in circolo, naturalmente fertili, urlanti, eppure così tragicamente fragili. E dopo? Cosa può mai accadere dopo? La poesia diventa verità, e la verità del corpo, si sa, alla fine di un simile scandaglio verbale, può trovare la sua unica revisione nella morte. Proprio come in Godard, nella cui pellicola d’esordio, Patrizia denuncia Michel alla polizia perché vuol dimostrare a se stessa di non amarlo, di non conoscere l’amore, di non subirlo, e che l’amore stesso altro non sia che un piccolo difetto, una leggerezza, un inciampo da evitare, fino all’ultimo respiro, appunto, anche la coppia di Astremo sperpera il suo tempo nell’abbandono. E dopo, quindi? Dopo questo avventato abbandonarsi alla furia cieca del mondo, sprofondando in un divano? Se non la morte, che in fondo è solo vanto, altezza, sfida, dopo una poesia come questa, almeno un po’ di silenzio.

Elisabetta Liguori

Il poetare di Rossano Astremo incontra senz’altro elementi che sanno d’impostazione beat contagiata e poi cullata dai confini culturali d’un Meridione che guarda sempre più a Sud e a Est, bagnato di Balcani e mari. L’ipotesi di sopravvivenza non è in discussione dentro L’incanto delle macerie. Perché per vivere ancora basta rinunciare ad ammazzarsi. Invece l’obiettivo del poeta è quello di andare coi piedi nei resti che già appaino alla vista. Fermarsi, respirare. Poi andare avanti con il petto legato ai seni della donna che è con lui. L’intimità delle liriche esplodono, e lo scoppio è addirittura amplificato dalla scelta linguistica espressiva dell’autore.

Nunzio Festa

Ne L’incanto delle macerie il verso incalza il lettore attraverso accumulazioni d’immagini compatte e allo stesso tempo fragili come “sangue raggrumato si adagia/ su sabbie di terre che non respiro”. Figure crude; forme in tensione nervosa; apparenze ghermite, distorte e poi perdute nei meandri della mente del poeta, dentro itinerari cancellati dalla furia del dolore che solo l’amore carnale (e non) può, per un breve intervallo, lenire.

Francesco Sasso

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