Flavia Piccinni mi intervista: su Terranullius

Intervista a  Rossano Astremo L’Incanto delle Macerie (Icaro, € 10)

di Flavia Piccinni

Le domande. Sono queste le protagoniste dell’ultimo libro di poesie di Rossano Astremo, talento pugliese in meritata ascesa. Il titolo, chiaro riferimento a quello che sta diventando il Sud, arrotolato su se stesso in una grande e meravigliosa maceria, è un omaggio agli ostacoli, alle difficoltà, alle sofferenze. La realtà, filtrata attraverso gli occhi di Astremo, si slabbra così fra il contemporaneo e il passato, lasciando spazio a soluzioni e riflessioni che, inscindibilmente legate alla fisicità – poco importa che sia dei corpi o dei sentimenti – diventa immagine contraddittoria e interrotta che non disdegna incursioni nel cinema e nella prosa. La forza del libro è tutta nellinguaggio, fatto da flash che sono parole, scatti lunghi e brevi quanto lo possono essere l’amore e la morte. Un linguaggio fatto di sensazioni primordiali che nella loro raffinatezza, nella loro drammatica sincerità, si illuminano di vite con quella consistenza che è ossessività, immobilità. Una prova, in una realtà che mette in secondo piano la poesia, appassionata e appassionante. La poesia di Astremo è l’ago che punge il dito.

Hai scelto un verseggiare barocco, che sembra quasi un elemento di rottura con la maggior parte della tua produzione precedente e con quello che ci circonda. Da cosa nasce questa scelta, che sembra, in alcuni casi, una vera e propria necessità?

Sì, direi che si tratta di una vera e propria necessità. Era l’unico modo che avevo per riuscire a raccontare lo sfacelo contemporaneo. Flavio Santi nell’introduzione giustamente osserva che “nella centrifuga di stimoli e impulsi che questa poesia muove e genera, a fine lettura si ha l’impressione che essa consista, non slabbri o ecceda – il rischio di tanto barocco –, ma sia. Sia e dunque dica, senza concedersi aloni o zone d’ombra”. L’immaginario entropico che volevo costruire in versi poteva solamente passare dalla strada della complessità.

Tema centrale della silloge è l’autodistruzione, cui spesso dedichi la tua attenzione. Un fascino per te preoccupante e senza freni, perché?

Ho cercato di costruire un mondo claustrofobico nel quale un uomo e una donna assistono impassibili a quello che avviene fuori, tutto appreso attraverso la televisione. L’autodistruzione riguarda questa coppia di innamorati. È una sorta di virus che viene loro iniettata dalle immagini televisive assimilate. Però, c’è anche molta speranza nella loro vita. Non è il mio un pessimismo spinto al massimo. Perché credo che ogni distruzione porti con sé una nuova rinascita.

Spazio viene anche dato alla guerra, che sia interiore o combattuta dei campi d’Iraq non ha differenze. La guerra è sofferenza, prima di tutto. Da cosa nasce questa scelta, questo paragone?

Della guerra, ancora una volta, mi interessa il potere che sprigiona attraverso lo schermo. Quanto male ci fa vedere corpi dilaniati? Ascoltare le cifre della gente che ogni giorno muore a Baghdad? Quanto ci riguarda la guerra? Quanto si scontra con la nostra quotidianità? Interrogativi che ho cercato di trasformare in versi.

Grande attenzione è rivolta verso il mondo attuale, la contemporaneità, che viene vista come una pura schizofrenia che accantona i più deboli, con una crudeltà – espressa sia dalla parola che dalla storia – indescrivibile. Pensi che questo rispecchi la realtà?

Sì, penso che questo rispetta molto la realtà. Basta leggere i giornali. Tutto sembra vorticosamente ruotare verso una distorsione dei rapporti umani che poi ha le sue ricadute all’interno di ogni settore del vivere comune.

Anche l’amore ha grande spazio, ma spesso viene vissuto come una sofferenza, un patimento infinito che non ha modo di essere placato e che si divide con la morte. Una visione dolorosa, sanguinante, da dove trova la partenza?

Il tema dell’amore è un altro filo conduttore della raccolta. Ci sono alcuni riferimenti alla mia biografia personale. Trasfigurata quanto possibile. Perché nel libro non volevo che ci fossero parti di me che parlassero, ma mi dicono che non ci sono riuscito molto.

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