Sandro Veronesi, Brucia Troia

 

Incipit di Brucia Troia

di Sandro Veronesi

Quando, esattamente, tutto fosse cominciato, non lo sapeva nessuno: chi conosceva il brefotrofio dei Cherubini, e la Pia Missione di Maria Assunta in Cielo, in cima a quella strada attoreigliata a ricciolo, sapeva soltanto che se n’era cominciato a parlare poco dopo la fine della guerra, come della Coca-Cola o del boogie-woogie, e lo stesso valeva anche per padre Spartaco, che era bruno di pelle ed era stato missionario in Eritrea. Né si potrà mai sapere chi sia stata la prima madre a depositare il suo bambino davanti alla porta della missione, quando, di preciso, lo abbia fatto, o perché, né chi sia stata la prima vecchia ad arrampicarsi fin lassù, seguendo quale istinto, per assistere alle prediche del sacerdote e cominciare a adorarlo. Come fosse andata avanti da allora, invece, non era un mistero: le vecchie che diventavano cinque, poi dieci, poi quindici, la comparsa di alcune suore, le elemosine e soprattutto i bambini che certe mattine, senza che la cosa si mostrasse regolata da nessuna legge, venivano trovati davanti al portone, accompagnati da sgrammaticate implorazioni di perdono.
La costruzione dove padre Spartaco aveva fondato la missione era una vecchia villa molto vasta, sulle pendici della collina, e dalla finestra del suo studiolo si poteva vedere lontano. Un grande corpo centrale racchiudeva ampie sale bucate da finestre tutte uguali, lunghi corridoi, una piccola cappella, dei refettori affrescati, le celle per le suore e i locali per l’istruzione dei bambini; un’ala sghemba verso la collina, come un’unica lisca di pesce, conteneva i dormitori. C’era molta pace. La città era lontana, le ultime case arrivavano vicino al cancello, in fondo alla discesa, ma erano sparute e più silenziose della campagna. Davanti al corpo centrale si apriva un bel piazzale con una grande fontana vuota, alcune voliere vuote e i resti vuoti di una scuderia. Verso l’anonimo panorama della città, distesa sulla pianura come un animale stroncato da una fucilata, sporgeva un terrazzo cintato da una balaustra in finta pietra che se ne andava dignitosamente in briciole.
Quella mattina non pioveva e non tirava vento, e le vecchie si erano riunite al gran completo per assistere alla messa delle sette: forse ce n’era una in più, con un tacchino vivo tra le mani che di tanto in tanto disturbava la funzione con i suoi spasmi e faceva svolazzare qualche piuma nella penombra della cappella. Proprio perché gli pareva di intravedere un nuovo proselito, nell’omelia padre Spartaco offrì il meglio di sé. Predicò con vigore -Iddio colpirà -, scatenò terrore e devozione – Iddio castigherà -, si agitò e si inginocchiò – solo Maria può salvarci -, producendosi in una di quelle prestazioni di eloquenza celeste che erano rinomate tra le quattordici o quindici – quella mattina sedici – vecchie. Ma terminata la messa, contrariamente al solito, accomiatò le sue fedeli senza conferire con loro, procurando delusione. Il motivo era grave. Un bambino, uno dei tre più grandi, che lui aveva allevato e nutrito da solo, i primi tempi, quando ancora non c’erano le suore, non era presente alla funzione. Era lo stesso che il pomeriggio precedente avevano cercato dappertutto, e lo avevano infine trovato in fondo al giardino posteriore, sui rami di una quercia, intento a sgranocchiare dell’uva passa. Era stato redarguito, ammonito, e nemmeno ventiquattr’ore dopo ecco che era sparito di nuovo.
Disperse le vecchie, padre Spartaco chiamò suor Ernesta, la più anziana, che si occupava dei ragazzini grandi ed era responsabile della sparizione.
– Non capisco, padre – disse suor Ernesta – Stamattina si è alzato con gli altri. L’ho visto con questi occhi mentre si infilava il grembiule. Poi li ho messi in fila e li ho contati, e c’era anche lui, non mancava nessuno.

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