tratto dal nuovo Nandropausa

Su “Nelle mani giuste” di Giancarlo De Cataldo

di Wu Ming 1

per leggere tutto Nandropausa

Il biennio 1992-94, quello di “Mani Pulite”, della fine del Pentapartito, del vuoto di potere, delle stragi mafiose, del tutti contro tutti, “assoluta libertà d’azione per chiunque”, “tempi eccellenti per uomini abili e spregiudicati”. L’arrivo della cosiddetta “Seconda Repubblica”: ex-panchinari, zozzoni impresentabili, “banditi de strada”. Sono entusiasta di questo libro, dei personaggi che ci vivono dentro, e soprattutto di come è scritto. Inizio con l’indicare la mia frase preferita, che esplode a metà di pag. 92. “I camerati si erano lanciati sui libretti al portatore”. Tesa e beffarda. L’uso del trapassato prossimo a indicare una cosa già data, avvenuta prima ancora che l’occhio potesse registrarla. Scatto fulmineo di tante mani: la Patria lascia il posto ai danari. I camerati in questione sono quelli inanellati a formare la Catena, livello ancor più segreto di Gladio, chiamato a combattere una guerra più sporca, e non meramente ipotetica, non nell’eventualità di una presa del potere da parte dei comunisti, chissà quando, bensì subito, adesso, giorno dopo giorno. In parole povere: gli attori della Strategia della Tensione (in senso stretto e in senso lato). Il loro coordinatore, tale Stalin Rossetti, ha appena dato il rompete-le-righe: dopo tanti anni la Catena si scioglie, fine dei giochi. I camerati si disperano, inveiscono, piangono di collera, qualcuno annuncia un beau geste per chiudere in bellezza, poi, come suol dirsi, “l’incidente è chiuso”: la barca dell’onore va a cozzare contro la vita quotidiana. Finita la commedia, passiamo alle cose serie, scattano le mani ad afferrare gli sghei, la “roba”. Un istante, la Catena requiescat in pacem. Cinque anni dopo Romanzo criminale De Cataldo ci consegna un libro lavoratissimo, dove quasi ogni frase ha la densità di un pulsar, non una parola appare disposta “in mancanza di meglio”, ogni pagina comunica una sensazione di (dolorosa) indispensabilità: «Sono scritta così perché dovevo essere scritta così, sono necessaria in questa veste, qualunque altro modo di scrivermi sarebbe stato falso, conciliante, consolatorio.» Alla presentazione bolognese di Nelle mani giuste, coordinata da Tommaso De Lorenzis, sono intervenuto con l’ennesima variazione su un mio vecchio cavallo di battaglia: la “sovversione del registro medio” da parte di diversi autori italiani, quelli che hanno attraversato le letterature di genere forzandole, slabbrandole, bucandone le pareti. La loro è una lingua apparentemente piana, scorrevole, senza picchi né sprofondamenti; in realtà nasconde abilmente la sperimentazione che la agita, e se osservata con attenzione rivela soprassalti, oltranze, arditezze. Il rallentamento del ritmo di lettura rivela un formicolìo di micro-interventi atti a scardinare, “sgangherare”, spostare il maggior numero di parole dal loro alveo semantico (sarebbe a dire: allargarne i possibili significati). Senza che il lettore se ne avveda (e senza che il critico nemmeno lo sospetti), sotto gli occhi – quasi sub limine – si avviano sequenze di piccole esplosioni, che producono effetti utili a portare avanti la storia. E la storia rimane sovrana. La storia è la cosa più importante. Sarebbe davvero troppo facile sperimentare con la lingua scollandola dalla storia, fottendosene della storia: così son capaci tutti! Va bene, va bene, hai trovato la frase scoppiettante, hai scritto la “bella pagina”, sei un domatore di parole selvagge, ma non sai raccontare una storia dall’inizio alla fine e quindi a me, lettore Wu Ming 1, di te non frega un cazzo. De Cataldo, con questo libro, dimostra non solo di saper cavalcare una storia selvaggia (già lo aveva fatto con Romanzo criminale), ma anche di saper domare parole selvagge. E’ entrato nella gabbia delle belve, armato di seggiola e frustino, e il risultato è Nelle mani giuste. Che è un magnifico campo minato di esempi, non c’è figura retorica che De Cataldo non abbia sepolto in attesa che il lettore ci appoggiasse sopra il piede. La mina che esplode più spesso è l’anafora, cioè la ripetizione della stessa parola (o gruppo di parole) all’inizio di due o più frasi consecutive. L’immagine più efficace per descrivere l’uso dell’anafora da parte di De Cataldo l’ha trovata il mio amico Valerio Guizzardi: l’anafora dota il nostro occhio di una funzione “multiscatto”, così possiamo girare intorno a un oggetto, un luogo, un personaggio, fotografandolo da ogni angolatura, “scansionandone” la personalità. Un esempio da pag. 59 e uno dalle pagg. 65-66:

Ilio Donatoni era un uomo alto, forte, elegante, bello e virile come un attore del cinema americano. Ilio Donatoni era venuto su dal niente, e sul niente aveva costruito un impero. Ilio Donatoni si era infiltrato in una robusta dinastia avvizzita dalle rughe del successo e l’aveva innervata con il suo sangue corsaro. Ilio Donatoni aveva sempre la battuta pronta e non perdeva mai la calma.

D’altronde, Carù era un giornalista da combattimento. Carù era un opinionista di lotta. Carù si esaltava davanti a un nemico […] Carù azzannava la preda e non la mollava fino a che morte non sopraggiungesse. Carù menava fendenti a destra e a manca. Carù ne aveva sempre per tutti. Carù dava l’impressione di essere cattivo ma imparziale.

Anche James Ellroy usa spesso l’anafora, ma lo fa in un altro modo. Ellroy si scaglia in avanti, lo vedi sfrecciare, tagliare gli angoli, prendere scorciatoie, la sua anafora è un drive-by shooting (raffica di proiettili da un’auto in corsa): “Littell riagganciò. Littell chiamò il centralino. Littell interpellò un operatore: mi dia il numero dell’ufficio passaporti della dogana di New Orleans” (da Sei pezzi da mille , cap. 71). Laddove Ellroy è telegrafico e mitragliante, De Cataldo è sinuoso. Di un noto salotto romano scrive: “Lo frequentava chi aveva qualcosa da far sapere a qualcuno, qualcosa da vendere a qualcuno. Lo frequentava chi voleva far sapere qualcosa da qualcuno, chi voleva comperare qualcosa da qualcuno.” (pag. 40). Qui oltre all’anafora c’è la catafora, cioè la ripetizione dello stesso gruppo di parole al termine di ogni frase. Altre figure retoriche usate in modo sapiente: l’enfasi: “Tutti. Tutti c’erano. I mafiosi c’erano tutti.” (pag.186), subito seguita da un’inversione (rovesciamento dell’ordine della frase): “Dove i picciotti di guardia sorvegliavano le blindate, la strada e la trazzera erano i mafiosi.” Tu sei lì che fai l’analisi logica (“Dunque, il soggetto della frase è…”), quando ne arriva un’altra: “Dove la neve s’ispessiva nell’inverno crudo di Enna erano i mafiosi.” – la paronomasia (accostamento di due parole simili ma di significato diverso): contatti-contratti, fatua vacua, eseguire-esibire etc.; – l’elencazione: a pag. 35 c’è un’ubriacante lista in ordine alfabetico, rassegna della fauna italiana che inizia con “Artigiani, assassini, architetti…” e finisce con “Zoccole zinnute, zazzeruti zanni, zoppicanti zoroastriani” (l’ispirazione viene forse da un lungo elenco che appariva in Programma finale di Michael Moorcock); E l’uso misto di queste figure? “Patrizia amava la vita di un uomo di successo. Patrizia amava un uomo di successo. Patrizia amava il successo” (pag.148). Catafora + climax. Questi, va ribadito, non sono virtuosismi fini a se stessi. Hanno funzioni ben precise. Nelle mani giuste si svolge nella proverbiale “zona grigia”: quella in cui non si sa cosa sia giusto e cosa sbagliato e soprattutto giusto o sbagliato per chi; quella in cui l’infiltrato non capisce più da che parte sta; quella in cui i doppi giochi collassano, i limiti scompaiono, le coperture saltano, anzi no, non saltano, stavano per saltare ma adesso il rischio è passato… e quello è il momento in cui saltano davvero! Ogni azione compiuta dai personaggi è ambigua, suscettibile di più interpretazioni. I personaggi sono complessi, gli umori lunatici, i sentimenti contraddittori fino all’inverosimile. Perché una simile materia narrativa non si trasformi in una sbobba illeggibile occorre una lingua precisa e curata, ma anche spiazzante. Occorre una lingua in tensione. Infilare zeppe sotto le ruote di frasi parcheggiate in discesa, sistemare tiranti, contrappesi, piantare paletti, schiacciare molle… La “zona grigia” ha questo di bello: richiede uno scrivere adeguato. Ultima osservazione sullo stile: De Cataldo, ogni tanto, esegue uno spostamento del punto di vista (da un personaggio all’altro) all’interno dello stesso capitolo, senza rimarcarlo con uno stacco, senza annunciarlo in nessun modo. E’ un cambiamento improvviso ma fluido. Pagina 231 inizia dentro la testa di Maya. Senza alcuna soluzione di continuità, approfittando di un rapido dialogo, entriamo nella testa di Ilio, ma ne usciamo quasi subito per entrare nella testa di Giulio Gioioso (lontano centinaia di chilometri), il quale ci accompagnerà a fine capitolo. Chapeau. Termino questa lunga recensione dicendo che nel biennio 1992-’93 io non ero molto lucido. Di quel che succedeva, all’epoca capii ben poco. Ero un giovane estremista iper-ideologico e anche in seguito, per anni, di quegli eventi ho dato interpretazioni semplicistiche. Oggi che sono meno rigido, eviterei di tranciare con l’accetta, sputerei meno sentenze da “duro e puro”. Su una cosa, però, credo di aver visto giusto fin da allora. Quando Berlusconi scende in campo, unico in grado di approfittare del vuoto di potere post-Tangentopoli, nel libro di De Cataldo sboccia una frase amarognola: “Come se i giudici, sotto sotto, avessero lavorato al soldo del re di Prussia!” (pag.293). No, i giudici no, ma certo popolino in tumulto, certi fans isterici del “Di Pietro salvaci tu”, certi vandeani qualunquisti (apologeti dell’apolitico sbavanti e ringhianti i loro crucifige), certe masse adoranti pronte a passare da un führerprinzip all’altro, loro sì, che prepararono l’avvento del re di Prussia. Loro, e i media che li aizzarono e ne furono ri-aizzati. L’investimento libidico fatto su Antonio Di Pietro, che per un (breve) momento parve l’Uomo Giusto Al Momento Giusto (!), predispose ad attendere e accogliere l’Uomo Ancor Più Giusto Al Momento Ancor Più Giusto. Il trait d’union era la voglia di avere un capo, di dare a un leader una delega assoluta. Di Pietro o Berlusconi, l’importante era trovare al più presto l’Uomo della Provvidenza. Uno a cui affidare la rappresentanza delle “pulsioni profonde”. Uno che non fosse un odiato “politico di professione”. Uno che “venisse dalla società”, che si ponesse “in sintonia con gli umori del Paese”, uno “nuovo”, il “nuovo che avanza”, la modernità, la Seconda Repubblica, Forza alziamoci | il futuro è aperto, entriamoci | e le tue mani unite alle mie | energie per sentirci più grandi – grandi… L’italiano. Il solito, vecchio coglione. Vediamo che s’inventa a ‘sto giro.

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