Claudio Menni, Gardo Mongardo #2

 

Incipit di Gardo Mongardo

di Claudio Menni

Erano anni che me ne stavo un poco acquattato: avevo cambiato casa e poi, impigliato in quel lavorino, me ne stavo per lo più nel tempo mio, soprattutto stanco di ascoltare me stesso, i miei pensieri girare come una ruota all’aria. Di giorno immobilizzato al sedile della macchina, e la sera risucchiato informe nella poltrona davanti alla televisione fino a mezzanotte, che rimbalzavano nelle tempie pezzi di film fra una pubblicità e l’altra.
Passano età senza tempeste, che si eclissano le grida del sangue. E così stupivo me stesso: livido, ferrigno, silenzioso, annebbiato e saldo nella penombra. Fatto il pensiero rauco, sordo lo sguardo ai colori; variazioni di grigio, solo, come in un noir; monosillabi appiccicati alle cose come etichette, cauto e leggero, così vivevo una sorprendente solitudine: che le donne, remote antagoniste, a me, ormai estinto, sputavano addosso.
E fuori di scena, nell’unica scena della sera, disegnavano ombre e luci sul mio naso la tele accesa, appunto, e poi il braccio proteso a una birra, il livido neon del frigorifero.
Guidavo e ascoltavo la radio, cigolavano i tergicristalli ritorti e dicevo a me stesso: la devo pulire, gettando l’occhio ai tappetini dell’auto, al cruscotto segnato dal dito nella polvere. Fermo in tangenziale armeggiavo a cercare i canali in FM.
E mi attraversava come il frullo del pettirosso, specie la sera, illuminando coi fari la strada, la nostalgia d’una donna, poiché mi sovvenivano frasi e pensieri a volte, che avrei voluto dire. Mi addormentavo rannicchiato nel letto, le braccia fra le gambe piegate. Ero un uomo bambino di quasi trent’anni. Bevevo le mie birre, ma senza spine. A volte mi ubriacavo come addormentandomi e socchiudevo gli occhi a una pace un po’ sorda, un po’ offuscata. Non ne disprezzavo la muraglia polverosa. Gli amici miei? Risucchiati in quadri diversi, soffrivamo di cronica stanchezza: all’ultimo viaggio intrapreso, dopo due ore accostammo la macchina per dormire fino al mattino.
Cominciarono mesi afosi e m’accorsi tardi che a giugno, di sabato, ero rimasto l’unico in città. Poi Marco, il mio vecchio amico, mi telefona: un po’ storto, che era messo così, niente di che della vitaccia sua.
«Che facciamo», diceva.
Prenotammo una stanza in pensione, al mare.
Uscimmo sulle nove di sera, la camicia stirata, e ci trovammo ad arare su e giù per il corso, spingendo e pesticciando nella bolgia. Poi aggiungere una birra fresca a quella precedente, prima di sedersi in una pizzeria e aspettare affamati. Birra e pizza, in fila con gli altri, come alla mensa degli operai. Poi ancora annaspando sui marciapiedi con la gente alla gola ci impigliammo in un bar.
Per lui un gin tonic, io rum. Col gomito sull’anca, alzammo il naso: carne di donna, c’eravamo incagliati all’angolo del locale alla moda. Perdinci, tirate a troie, i tacchi, il perizoma sotto le braghe bianche, nel metro stesso del loro profumo, ci sarebbe da pugnarsi sul posto: ma quelle non ci vedevano proprio, gomito a gomito di quei madonnoni abbronzati, camicia bianca, la loro, aperta sul collo e un medaglione di Cristo o del Tao: ridevano pieni i maschi dominanti. Chino il mio amico osservava la pelle luminosa di queste stanghe di carne e capelli, il cuoio di un divano di lusso. E se il pensiero è un acrobata, allora giù pecore e smorzacandela, dietro e davanti con spruzzo sui capelli di seta per gusto e per bellezza istintiva, senza intraprendere frasi, che tanto non suonerebbero. A quella lì, per esempio, se soli nella stanza bianca, nella tenaglia di quel suo viso casto e di quel culo col buco così in alto, non negherei la circostanza dell’amore, lei ritagliata così bene. Le mie dita la percorrerebbero inevitabilmente, tracciando nella penombra dell’amplesso la forma sacra delle coppe, del mandolino e del monte di venere. Se avessi addosso un marchio, uno scintillio; se piantato su scarpe di serpente, avessi denti per mordere la coda.
«Oh, qua c’è troppa gente alla moda,» fa Marco, «io vado a dormire».
Poi getto la spugna anch’io e ripercorro il viale all’indietro.
Denti contro denti, cosce appiccicate alle cosce. Camminare, e non essere John Malkovich.

Annunci

Un pensiero riguardo “Claudio Menni, Gardo Mongardo #2

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...