Simone Sarasso, Confine di Stato: intervista

 

Confine di Stato: intervista a Simone Sarasso
di Flavia Piccinni

“Attenzione. Siamo di fronte ad un libro importante e a un esordio strepitoso. Non perdetevi questo romanzo”. Sono le parole di Valerio Evangelisti, che non si è mai sbilanciato tanto per un autore, a incorniciare lo splendido romanzo di Simone Sarasso, classe 1978, maestro di sostegno in un asilo.
Potrebbe apparire scontato – e condizionato – avvallare la quarta di copertina d’Evangelisti ma non si può fare altro. Il libro di Sarasso è un esordio sconvolgente, che fa provare inadeguatezza e lascia totalmente sbigottiti. È un romanzo urgente, rivoluzionario, pignolo. Un romanzo che è specchio ricercato di un’Italia, quella dal 1954 al 1972, e di quegli eventi mai chiariti che sono Piazza Fontana, il delitto Mattei e la fine di Feltrinelli. Sarasso racconta gli eventi tramite un dossier che mette in mano al lettore e che il lettore mangia, mastica, sputa. E gli eventi sono lame nelle gengive che si conficcano. Sono guerre fredde rivolte verso il pericolo della sovversione rossa in Italia, campi di addestramento, bordelli di lusso. La necessità didascalica, che fortunatamente Sarasso elimina, è solo intuizione del lettore che si tramuta ora in sospetto, ora in ansia, ora in orrore. Le descrizioni, pure violenze psicologiche e sessuali, sono ritratti feroci della realtà e di chi, troppo vicino al potere, si appresta a superare il confine di stato. E Sarasso, con questo esordio che non ha pari, merita piena fiducia per le due future opere che completeranno la trilogia di questa storia d’Italia noir.
Sono tanti i dettagli, politici e non, gli sfondi psico-sociologici e i personaggi enigmatici e pieni di fascino, particolarmente differenti fra loro. Come ha fatto a ricostruire ambienti così diversi? Quanto è stato complesso documentarsi?
Nelle varie riletture del romanzo (bozze, correzioni, miglioramenti per la nuova edizione) mi sono reso conto di quanto il lavoro documentario sia la vera spina dorsale del romanzo. Ti ringrazio per le belle parole riguardo ai personaggi, ma ti giuro che ho fatto poco o nulla per caratterizzarli. È la Storia (manipolata, storiograficamente maltratta, a volte) che parla attraverso di loro rendendoli tridimensionali. La documentazione è stata una parte affascinante del lavoro, anche se faticosa. È durata circa un anno, in cui ho ammonticchiato informazioni e dati sufficienti a scrivere tre libri. Sono passato dalla rete alle biblioteche e alla rete sono ritornato. Posso affermare senza timore alcuno che la mia acribia storica deve tutto a internet. Dieci anni fa non avrei potuto scrivere lo stesso libro.
Tra il 1954 e il 1972 in Italia c’è stata la guerra. Una guerra non convenzionale tra lo Stato e una rete, complessa e articolata, di corruzione e affarismo che per un tratto della storia del Novecento ha tenuto salde le redini del nostro Paese. Perché ha voluto raccontare quest’Italia?
Perché a pensar male si fa sempre bene. Io ho ipotizzato uno scenario assurdo, con una parte di Stato che complotta contro l’altra, che la spia e la ricatta, che è disposta a sopraffarla militarmente. E magari non ho poi sbagliato di molto. Quello che mi interessava era sopire una antica rabbia politica. Dopo trentasei anni di processi, nessuno è colpevole per la strage fascista di Piazza Fontana. Anzi, i parenti delle vittime hanno dovuto persino pagarsi le spese processuali. Allo stesso modo nessuno è colpevole per la morte di Enrico Mattei o per quella di Wilma Montesi.
Mentre studiavo le carte, più e più volte ho avvertito un’acuta sensazione di dolore e impotenza. Nei tre episodi di cui parlo nel libro, persone come me, come voi, hanno perso un padre, una madre, una figlia o un fratello. E dopo quasi quarant’anni non sanno ancora perché. È il genere di cose che fa male. E che fa incazzare di brutto. Ecco perché ho creato Sterling e i suoi. Per avere finalmente qualcuno con cui prendermela. E devo dire che un po’ l’incazzatura se n’è andata.
“Confine di Stato” non è un libro indulgente con la storia degli ultimi quaranta anni, anzi ne ha per tutti. Ci sono poliziotti corrotti, traditori della Repubblica, politici con le mani insanguinate, spacciatori irlandesi in affari con Cosa Nostra e ragazzi in nero disposti a tutto. La nostra storia è davvero questa?
Un romanzo è fiction. Niente di quello che sta sulla pagina dovrebbe essere preso per buono. Di questi tempi pare sia scoppiata la Sindrome del Boccalone. Prevosti si scagliano manu militari contro Brown e il suo pessimo Codice Da Vinci, gridando allo scandalo. Genna e De Michele costretti a mettere un disclaimer in testa ai loro romanzi. Evangelisti scrive una post-fazione a Noi saremo tutto per evitare di essere preso troppo sul serio. Anche Confine ha subito rimaneggiamenti in questo senso. In realtà secondo me si tratta di un falso problema. Le cose non sono andate come dico io. Lo vorrei, ma non è così. Il personaggio di Andrea Sterling, l’ho detto, nasce dall’esigenza di dare la colpa a qualcuno. Wilma Montesi è morta. È morto Enrico Mattei e in Piazza Fontana ci hanno rimesso le penne diciotto innocenti. Hanno fatto i processi, le indagini. Sono durati anni.
Chi è il colpevole? Nessuno. Chi parla di queste cose? I parenti delle vittime, soprattutto. Gli appassionati di libri gialli, stragi e complotti e gli scrittori di romanzacci come me.
Dov’è la Giustizia? Nella migliore delle ipotesi quelle morti senza senso sono diventate materiale per letteratura discutibile, Confine di Stato in testa. Nel mio libro, nonostante la documentazione durata più di un anno, c’è molto poco di reale. Sono reali le atmosfere, le sensazioni. Soprattutto quella diffusa di disagio e assenza di speranza. Nell’Italia patinata dei Cinquanta c’erano già stupratori, puttane e tossici. C’erano politici corrotti, artisti della truffa e poveri cristi. Non è vero che si stava meglio quando si stava peggio. Si è sempre stati peggio. I nomi degli assassini non li conosco. Non li conosce nessuno. Conosco quelli dei morti. I nomi di chi è rimasto sul selciato. Vorrei che esistessero le eminenze grigie con nome e cognome e gli esecutori da film hollywoodiano. Ho paura che la questione sia un po’ più complessa. Ci si dovrebbe preoccupare un po’ di più di come sono andate veramente le cose. E smetterla di trasformare la fiction in indagine giornalistica. Lo scrittore è un bugiardo di professione. Anche se è in buona fede. Si fa prendere la mano. In bocca a lui la Storia finisce per diventare poco più di un aneddoto da bar. Però la letteratura qualcosa di buono lo fa. Può diventare uno stimolo alla documentazione storica. Se uscirà un adattamento del libro, magari passerà in TV. Se in TV mi parlassero di questa roba, magari mi comprerei un libro serio come quello di Boatti su Piazza Fontana. E allora capirei davvero quello che è successo il 12 dicembre 1969.
Da un lato c’è la parte “sana” dello Stato e dall’altro la parte “corrotta”. Chi la spunterà nell’Italia degli anni Settanta? E chi continua a spuntarla attualmente?
Dei Settanta non vorrei parlare perché saranno l’argomento del mio prossimo romanzo. Ed è un po’ presto per fare delle anticipazioni. Riguardo alla situazione attuale, anche se non è esattamente tutto rose e fiori, da cittadino e da elettore sono contento del governo che ci ritroviamo. È innegabile che qualcosa sia stato fatto per bastonare la parte “corrotta”. Pensa solo al giro di vite che è stato dato in tema di evasione fiscale. Benché non provi molta simpatia per la coalizione di centrodestra, credo che abbia fatto molto peggio al Paese il milione e mezzo di evasori fiscali che sono stati pizzicati sino ad ora del Berlusca.
L’Italia che descrive ha sepolto le ideologie ed è in cerca di identità. Crede che sia ancora così? Cos’è cambiato in questi trent’anni?
Permettimi di fare una rapida carrellata sugli ultimi trent’anni: dallo strapotere DC siamo passati all’era craxiana della Milano da bere, a Tangentopoli,ai governi Berlusconi. Ciascuno di questi signori che hanno governato il Paese aveva una bandiera con la quale si è nascosto mentre si faceva gli affaracci suoi e a tutto pensava fuorché all’interesse dello Stato. È grazie a gente come Craxi, fuggito all’estero per evitare le proprie responsabilità, che oggi il nascente Partito Democratico non può chiamarsi Partito Socialista (come quello francese o quello spagnolo). Le ideologie hanno fatto più male che bene alla nostra povera Italia. E negli ultimi trent’anni (fai pure quaranta) abbiamo assistito ad un’alternanza di sopraffazioni per il dominio sulla carcassa del paese. Considerando come sono piazzate le nuove generazioni (lavori precari, sottopagati, uno stato sociale latitante e prospettive poche), direi che quella carcassa è stata spolpata per bene da un sacco di avvoltoi. Ora ci tocca ricostruire. Speriamo di essere all’altezza del compito.
“Confine di Stato” è il primo volume di una trilogia noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli. Cosa dobbiamo aspettarci dai futuri volumi?
Il prossimo volume sarà sugli anni Settanta. E indagherà ancora più a fondo l’anima nera del Paese e la propensione fascistoide dei Servizi. Torneranno vecchi amici e ce ne saranno di nuovi. Si respirerà un’aria strana, a mezza via tra i cortei studenteschi, le palestre di arti marziali e le stanze dei bottoni dei palazzi del potere. Sotto gli occhi del lettore scorreranno i dieci anni più duri che il Paese abbia mai dovuto sostenere. Insomma, ci sarà da divertirsi. Il terzo volume parlerà del periodo dal 1980 al primo governo Berlusconi. Ad ogni modo, bene che vada, dovrete aspettarlo ancora un paio d’anni…
La situazione politica italiana non è meno ingarbugliata di quella culturale. Chi potrebbe essere l’Andrea Sterling, la personificazione del male, di Palazzo Chigi e chi quello della letteratura?
Personaggi come Sterling non esistono. Troppo bidimensionali, troppo squadrati. Nel mio romanzo non ci sono persone vere, solo indiani e cowboys. Carachters da fumetto sullo sfondo di un’Italia più o meno reale. I veri cattivi non hanno nome, non compiono azioni militari eclatanti, non si sporcano le mani. Dei veri cattivi non si sa nulla, è così che funziona. E di sicuro non stanno a Palazzo Chigi. Non hanno bisogno di legittimare pubblicamente il proprio potere. Per quanto riguarda il campo letterario, mi metti in imbarazzo. Sterling non è un personaggio simpatico. Affascinante sì, simpatico no di certo: stupra, uccide, picchia, se la fa con i fascisti. E fa carriera perché è bravo a fare questo genere di cose. Nel panorama italiano non conosco nessuno così dannatamente talentuoso da essere avvicinato a Sterling. Forse di là dall’oceano, maestri come Bunker o Ellroy hanno una carriera più simile a quella del mio personaggio (entrambi sono stati in prigione, entrambi non sono – per quanto riguarda Bunker, era. È scomparso qualche tempo fa – stinchi di santo, e il tipo di letteratura che fanno non è certo tenera).
Come vede il futuro del noir che tanto successo sta avendo ora in Italia? E il giallo? Il suo romanzo è un forte ibrido a cavallo fra questi due splendidi generi…
Confine ha dei debiti con un certo genere. E quando parlo di genere non tirerei in ballo né la categoria di giallo, né quella di noir. Ho paura di rimanere impantanato in una discussione infinita.
Il genere di letteratura a cui devo tutto è quello che fa gente come Ellroy in America e Genna o De Cataldo in Italia. Qui da noi, da una decina d’anni a questa parte, possiamo leggere il lavoro di una straordinaria generazione di scrittori (Genna, i Wu Ming, Lucarelli, Evangelisti, Carlotto, Ammaniti ma anche i più recenti Patrick Fogli o Saviano). E credo che questo sia un privilegio. Da molto tempo la qualità non era così alta nel nostro paese. E i libri di questi scrittori sono molto diversi, non sempre codificabili entro macroaree quali “giallo” e “noir”. Per il semplice fatto che non renderebbero giustizia alla complessità del narrato. Detto questo (vaga questione di lana caprina per addetti ai lavori, me ne rendo conto), credo che il talento di questi scrittori non si esaurirà tanto in fretta.

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