Elena Stancanelli, A immaginare una vita ce ne vuole un’altra

 

A spasso per Roma con Elena Stancanelli

di Rossano Astremo

È un libro davvero delizioso questo “A immaginare una vita ce ne vuole un’altra” di Elena Stancanelli, edito di recente dalla minimum fax. Potremmo considerare questo libro una sorta di dilatazione del lavoro svolto dalla Stancanelli per “Repubblica-Cronaca di Roma” e “Accattone”, un incrocio perfettamente riuscito di cronaca e narrazione. Riferendosi alle riunioni redazionali di “Accattone”, alle quali prendevano parte scrittori come Nicola Lagioia, Christian Raimo, Emanuele Trevi e Carola Susani, la Stancanelli scrive: “Cercavamo accanitamente un modo di raccontare la cronaca che non fosse il giornalismo”. E il libro in questione è la summa di questo accanimento fattosi scrittura. Non più considerare la scrittura come un “dimettersi dalla vita”, svolgimento solipsistico da compiere nella propria stanza, ma come pratica attiva che si snoda e concretizza tra le vie cittadine, nell’incontro e nell’ascolto continuo di luoghi e persone: “Andare in giro per Roma mi piacque moltissimo. E ancora di più parlare con le persone. Loro raccontavano e io scrivevo. La mia scrittura, in questa nuova incarnazione, si ammorbidiva, ritrovava l’umiltà delle origini. Forse pubblicare mi aveva reso arrogante, forse era per questo che la storia della stanza non funzionava, pensavo”. Protagonista assoluta di questo viaggio in vespetta da cronista atipica è una Roma multiforme, onnivora, complessa, indecifrabile, affascinante, morbosa.
La Stancanelli ci guida nella Roma dei non-luoghi, spazi che, secondo la definizione cara a Marc Augé, “non hanno nè passato, né presente, né nostalgia né speranza”, tra cui non poteva mancare l’Ikea: “I non luoghi ci piacciono perché si ha la sensazione che la vita, lì dentro, sia ferma. Il tempo immobile, i giorni identici. Dai non-luoghi la morte è stata espulsa, insieme a qualsiasi accadimento “verticale”. Niente catene di eventi, ma singoli episodi”. Effettuando un’operazione trash rispetto al pensiero di Augé, la Stancanelli individua anche alcuni ipo-luoghi (“dove la città si posa”), tra cui il Verano e il quartiere nel quale dimorano tutti i calciatori della Roma, con villette e piscine annesse, e gli iper-luoghi, spazi resi indecifrabili “dall’accumulo di segni, che crea un palinsesto mostruoso”. E poi c’è la Roma degli stranieri, dai casi limite di povertà al mistero cinese, sino ad arrivare all’esperienza straordinaria di integrazione e multiculturalismo della Piccola Orchestra di Piazza Vittorio.
A conclusione di questo suo viaggio, la Stancanelli dedica alcune pagine al sesso, con due sue incursioni, una in un sexy shop (“Viva la pornografia, diceva Carmelo Bene, perché non appartiene all’io. Perché è il finale osservarsi da oggetto e oggetto) e l’altra tra le vie notturne alla ricerca dei trans da osservare: “I trans, come l’androide, sono zone di decompressione della battaglia tra maschile e femminile, sono l’androgino platonico ricomposto, dentro il quale riposare per poche decine di euro”. Si ha come l’impressione, a libro terminato, che la differenza tra la cronaca che leggiamo sui giornali e il libro della Stancanelli sia la stessa che intercorre tra una finestra e uno specchio. La Stancanelli non solo osserva, ma il riflesso di ciò che osserva trapassa il suo sguardo, rendendola una donna ed una scrittrice diversa.

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