Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Andai, dentro la notte illuminata: intervista

 

Mondo Reality: Paris Hilton, anima dello show business
di Rossano Astremo

I reality show invadono il mondo delle lettere. Era successo, di recente, con “Troppi paradisi” di Walter Siti e con “Fiona” di Mauro Covacich, romanzi nei quali il mondo dei reality show entrava sottilmente nella costruzione narrativa, e succede oggi in “Andai, dentro la notte illuminata” (peQuod, 2007), romanzo d’esordio di Giancarlo Liviano D’Arcangelo, scrittore di Martina Franca, trapiantato a Roma, dove lavora, non a caso, nel settore televisivo. Al centro del romanzo, ambientato a San Francisco, un reality show estremo, il “Golden Death”, avente come protagonisti cinque concorrenti, i quali sono pronti a morire in cambio di un cospicuo premio in denaro. La loro sorte, come ogni reality che si rispetti, sarà decisa al televoto. Tra i concorrenti un condannato a morte, un malato di aids, un evirato, una coppia di innamorati e Alex, un giovane italiano, d’origini meridionali, l’unico che sembra non avere nessuna ragione plausibile per consegnare le sorti della propria vita nelle mani del pubblico televisivo. Guest star dell’evento televisivo dell’anno Paris Hilton, la ricca ereditiera americana che si scaglierà dal Golden Gate di San Francisco, ottenendo la tanto agognata immortalità.
Jean Baudrilliard in un suo lucido saggio ha affermato: “La tv ha compiuto un delitto perfetto: ha ucciso la realtà”. Quant’è vera, a tuo parere, questa sua affermazione?
«Baudrillard ha ragione. Il delitto perfetto è compiuto. La tv è riuscita nell’ardua impresa di uccidere la realtà perchè possiede un potere immanente, quello di moltiplicarla in modo esponenziale e quindi frantumarla alle fondamenta, attraverso la tecnica del frastuono e della ridondanza. Ha una sorta di potere olografico, creare milioni di realtà differenti perchè non ne esista più una condivisa. Oltretutto, per lo spettatore, è un procedimento istintivo essere indotto a fidarsi di ciò che vede. L’evidenza empirica delle immagini abbassano le difese critiche a livello inconscio, è molto faticoso immaginare un procedimento di manipolazione, che invece, in tv, è assoluta prassi in tutti i generi, informazione compresa. Ci vuole pochissimo a fornire diverse accezioni di senso a un filmato che appare riprodotto dal vivo. è sufficiente accompagnare scelte di montaggio con paradigmi lessicali a presa rapida e il gioco è fatto».
Perché la scelta di scrivere un romanzo che ha al centro i meccanismi perversi del mondo televisivo affidandosi alla rappresentazione di un reality show estremo, quale il “Golden Death”?
«Il concetto di reality è solo lessicale, è una parola. Il reality è un genere che non esiste. La realtà è tale quando si verifica senza condizionamenti e nel reality show come format televisivo questo non avviene, anzi si verificano condizioni da laboratorio. La scelta di mettere in scena un reality nel romanzo va proprio in questo senso. Provo a farne un’allegoria grottesca dell’universo televisivo, dei mass media, che fingono di rappresentare la realtà, spesso in modo roboante, ma mirano soltanto a imporre un sistema unico di pensiero, quello del turboconsumismo».
Perché la scelta di mettere al centro di questa che tu chiami “allegoria grottesca dell’universo televisivo” Paris Hilton? Cosa ti affascina di questo personaggio sempre sulla cresta dell’onda?
«Di Paris Hilton mi affascina in maniera quasi maniacale la doppia essenza del suo potere simbolico. La scelta è caduta su di lei naturalmente, era il personaggio giusto per esprimere l’anima essenzialmente materialista che caratterizza lo show business, che in definitiva non è altro che una protesi dei grandi poteri economico-finanziari che governano il pianeta. Ma a mio parere dalla Hilton emerge una forte carica rivoluzionaria di cui lei nemmeno si accorge. Il suo potere simbolico, la sua forza di icona, è talmente violento ed estremo da evidenziare i punti deboli di ciò che rappresenta. Faccio un esempio. Lei vuole diventare star della musica? Si autoproduce un disco e schizza prima in classifica in una settimana. Vuole fare la regista? Si autoproduce un film e sbanca ai botteghini. Diventa palese che nel sistema del pensiero unico reiterato dai mass media sono questi i modelli vincenti».
Il tuo libro parla anche del nostro sud. Alex, il concorrente italiano del reality show, è di VillaFranca, paese della Puglia, dietro al quale si cela la città in cui sei cresciuto, ovvero Martina Franca. Dalle tue pagine emerge un attacco frontale nei confronti di Martina. Cos’è che proprio non sopporti nei tuoi concittadini?
«Mi affascinava lasciar interagire il centro di produzione d’immaginario globale del pianeta, cioè la tv, con le zone periferiche del pianeta spesso, che in questa fase sono le più esposte all’indottrinamento e al bombardamento di senso operato dai mass media, di cui accettano irriducibilmente il sistema di valori. In questo senso la scelta di VillaFranca è puramente simbolica. Parlo di VillaFranca, o se prefersci di Martina perchè la conosco, ma il discorso potrebbe essere ampliato alla provincia veneta, lombarda, o ai micropaesi dell’Ohio negli Stati Uniti se prefersci. In realtà la critica verso il mio paese nasce dal troppo amore che nutro per esso, e perchè vedo un’enorme quantità di risorse creative sprecate. Un vuoto colmato dall’omologazione indiscriminata».
Parliamo delle tue influenze letterarie. Mi sembra di ravvisare un certo amore per i narratori postmoderni americani in primis. Don DeLillo su tutti…
«E’ vero. Quella americana a mio modo di vedere è la letteratura che più di ogni altra ha saputo approcciarsi alla modernità, e questo probabilmente si deve al fatto che dal dopoguerra tutti i processi di cambiamento nel mondo occidentale nascono e prendono forma negli Stati Uniti. In positivo e in negativo, un tema questo che ho provato a trattare nel libro. In questa ottica Don Delillo ha rappresentato per me un perfetto modello di capacità critica oltre che di eccellenza formale e stilistica».
Altri autori che per te sono stati fondamentali?
«Potrei citarne molti, ma scelgo due autori ineguagliabili proprio per la loro importanza. Pasolini per la purezza del suo approccio polemico alla realtà, e Dostojevskij, per la voglia di spingersi fino alle zone più oscure delle grandi problematiche che da sempre schiacciano il genere umano».

articolo apparso oggi sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”

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