un racconto di Paola Taboga

 

La storia vera di una tartaruga

di Paola Taboga

Il rumore dell’orologio mi mette dentro nel tempo. Ma io col tempo mica ci vado d’accordo.Ci sono dei pezzi di tempo che proprio mi fanno arrabbiare.Per esempio, un pezzo di tempo fa appassire i fiori.Li ho comprati tre giorni fa, al super. Erano belli, brillavano perfino, tanto cheerano belli.Adesso guardali. Sono gobbi, come se stanno sotto un peso grosso. Forse i fioriportano un pezzo di mondo e quindi, dopo un po’, si stancano. Come tutti.Quando fa caldo, i fiori crescono meglio. Nel mio balcone, ci sono i fiori, nei vasi. Ce li mettiamo con la mamma all’inizio dell’estate e poi sto attenta, tutti i giorni, a dargli l’acqua. Perché ho imparato alla cooperativa come si fa, noi della cooperativa curiamo i fiori e i giardini, e anche i balconi grandi, per quello che io lo so come si fa con i fiori. Adesso, quando torno dalla cooperativa, sto un po’ sul balcone, metto l’acqua e poi arriva l’ora di mangiare. La Gisella mi porta la spesa grossa qualche volta, e qualche volta mi lascia anche la pastasciutta rossa. Il servizio del comune ha deciso che la Gisella deve avere le chiavi da quando la mamma è all’ospedale. Qualche volta anche io vado al super però, a fare la spesa, come tutti. Allora compro sempre l’insalata, e anche i fiori. La mamma si è rotta un osso in alto alla gamba e allora deve stare all’ospedale perché rompersi un osso fa male. Io penso che anch’io voglio rompermi un osso così sto un po’ con la mamma.

Non è bello stare a casa da sola. Anche se ogni mattina viene Lucio e mi portaalla cooperativa, e tutti dicono che devo imparare a stare a casa da sola, ma a me non mi piace mica. No, no, proprio non mi piace stare da sola. Perché da sola mica si può chiacchierare. Vado dalla mamma, di domenica. Viene un volontario, e mi porta all’ospedale dalla mamma. Allora passo un pezzo di tempo un po’ più bello, perché mi piace stare con la mamma, anche se quell’osso fa tanto male e lei parla poco. Ho sentito un dottore che ha detto che è vecchia. Ma io non ci credo. Lei è la mia mamma. Come se io non lo so! La mamma parla poco, ma io invece parlo, parlo e racconto tutto quello che succede della cooperativa e come è andato il pezzo di tempo della sera, dopo il balcone, quando mangio la cena, come tutti. Racconto tanto, parlo e dico tutto, tutto. Perché quando racconto è come se la mamma non è in ospedale, è come se è ancora a casa con me e alla sera, quando torno dalla cooperativa, stiamo lì tutte e due sul balcone ci mettiamo l’acqua nei vasi con i fiori, e lei mi dice, no, fallo tu perché è il tuo lavoro, perché sei capace, e i fiori vogliono che l’acqua la metti tu, e basta. E io così, quando lei dice così, sono contenta, perché è vero che io lo so come si fa. Ma di più, io sono contenta che lei lo sa.

La Gisella è brava. Lei dice al comune che mi aiuta finché la mamma non torna a casa dall’ospedale. Perché se no, non so, credo che se non c’era la Gisella, forse il comune mi portava via. Me lo ha detto lei, e mi ha detto che devo fare la brava. Ma io sono brava, vero? ho detto. Sono brava come tutti, vero? E la Gisella ha detto che ci pensava lei a me. E poi mi ha stretto, e mi ha anche dato un bacio. E poi ha detto anche che sì, che ero brava, come tutti. E mi è anche venuto un po’ da piangere. Ma non gliel’ho detto. Però, ho detto una bugia. Non ho detto a nessuno, neanche alla mamma, neanche alla Gisella, neanche a Lucio della cooperativa, la storia vera della tartaruga. Credo che mi sgridano se glielo dico. Il fatto è, che è stato complicato. La storia vera della tartaruga è cominciata tutta la domenica che ero andata a trovare la mamma in autobus. Il volontario non aveva il furgoncino dell’associazione e mi ha detto, vuoi andare con l’autobus? E io ho detto sì, come tutti. E’ bello andare sull’autobus. C’è tanta gente, anche se non tutti parlano con gli altri. C’è la gente che chiacchiera tanto nel telefonino e anche le ragazze magre coi jeans che poi si tirano indietro i capelli mentre parlano nel telefonino, e anch’io voglio i capelli lunghi come le ragazze. E mi sono divertita sull’autobus. Però, quella volta che sono andata dalla mamma con l’autobus, c’è stato il dottore che ha detto all’infermiera che la mamma è vecchia e che – così ha detto – che non ce la fa. Così ha detto. All’inizio mi è venuto un po’ da piangere, ma poi volevo picchiarlo. Volevo che piangeva lui, quel dottore. E’ lui,che è vecchio. Ci ho pensato anche tutti i giorni dopo. Allora, un giorno ho detto a Lucio che non andavo alla cooperativa perché avevo male di testa. Poi, invece, ho preso l’autobus, da sola, perché volevo andare da quel dottore, volevo dargli uno spintone e farlo cadere. Poi, volevo che la mamma tornava subito a casa. E basta.

Poi, mentre ero sull’autobus ho visto quella signora. Era piuttosto piccola e grassa e rideva, chiacchierava con un’altra, una sua amica, come io e la Gisella. Io guardavo perché mi piace vedere la gente cheparla. Poi allora ho visto che nella borsa, la signora grassa aveva qualcosa che si muoveva. Allora, sono andata vicina e ho guardato per bene nella borsa. C’era una tartaruga. Io, una tartaruga così vicino, non l’avevo mai vista. E poi mi guardava, lei, la tartaruga. Allora, l’ho presa. Senza fare un pezzo di pensiero. Sono scesa subito dall’autobus e poi ho comminato tanto, fino quasi alla sera nera mi pare, perché non sapevo dov’ero. E poi io, con il tempo, mica ci vado d’accordo.Così, dalla mamma non ci sono andata.

Quando sono tornata a casa, la Gisella era preoccupata, ha detto. Non devo andare in giro da sola, ha detto. Poi ha visto la tartaruga e io ho detto che la tartaruga me l’hanno regalata alla cooperativa. Ho detto una bugia. Poi ho detto che volevo che si chiamava Gisella, anche lei, la tartaruga. Allora, la Gisella, quella vera, mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio sul naso che mi ha fatto cascare gli occhiali. E mi è venuto un po’ da piangere. La Gisella vera mi ha detto che la tartaruga mangia l’insalata e allora io vado al super e compero l’insalata e i fiori. Poi la scatola con la tartaruga la metto sul balcone di sera , mentre bagno le piante e parlo con la tartaruga Gisella. Mi piace che c’è la tartaruga. Il pezzo di tempo con la tartaruga alla sera mi piace proprio. La tartaruga Gisella dorme tanto, ma poi esce dalla casa perchéio chiacchiero e mi ascolta tutte le cose che dico, della cooperativa, dei fiori con l’acqua, e della mamma e del suo osso malato. Glielo dico all’altra Gisella, quella vera, e lei ride e muove la testa. Sei matta tu, mi dice. Come tutti, dico io. E lei ride ancora. Ma quando vado a dormire la tartaruga la metto vicino al mio letto, ma in basso, per terra, perché la Gisella vera dice che sul letto non va bene. Credo che dentro la casa, la schiena della tartaruga, il corpo della tartaruga è tutto curvo e gobbo, come i fiori, dopo tre giorni che li ho comprati al super. E’ che la casa della tartaruga è tanto pesante per la tartaruga. Io questo lo vedo. La tartaruga, qualche giorno non ha mangiato. Era triste, ha detto la Gisella vera. Allora, quando la Gisella vera ha detto così, ho capito che anch’io sono triste. Ma non gliel’ho detto.

Il fatto è che poi, quel giorno che avevo preso l’autobus e avevo preso la tartaruga, non ero più andata dalla mamma. E io volevo andarci. Allora, ho detto ancora a Lucio che non andavo alla cooperativa e ho preso ancora l’autobus. Forse si arrabbiava e forse lo diceva alla Gisella vera, e io avevo anche un po’ paura che poi viene il servizio del comune a prendermi. Questa volta, sull’autobus, c’erano tante foto della tartaruga Gisella. Io allora ho preso uno dei foglietti, e l’ho messo in tasca. Sul foglietto c’era scritto che la tartaruga Gisella s’era persa e c’era anche un numero di telefono. Sono scesa dall’autobus e sono andata a casa. Senza tutto il pezzo di tempo fino alla sera nera, però, perché la strada adesso, la sapevo. Ma così, anche quella volta, non sono andata a trovare la mamma. Volevo arrivare a casa presto e telefonare a quella signora, e dire che si era sbagliata, che la tartaruga non si era persa. Ma l’avevo presa io. Forse, se quella signora grassa aveva messo tutti quei foglietti, forse senza la tartaruga, quella signora era triste. E io, allora, volevo dire alla signora grassa che poteva riprendere la tartaruga, se era triste, perché io lo so come è essere triste. E’ brutto. Quando sono arrivata a casa però, c’era la Gisella vera che mi aspettava. Era tutta sudata. Tutta rossa. Mi ha abbracciato. Piangeva. Non mi ha neanche sgridata che non ero andata alla cooperativa. Diceva , adesso come farai, piccolina? Così, quando lei diceva così, sono diventata triste anch’io e mi veniva un po’ da piangere. La Gisella vera mi ha fatto da mangiare il riso giallo e poi ha preso la scatola con la tartaruga e l’ha messa sul letto. E io le ho detto, ma si può tenere sul letto la tartaruga Gisella? E lei ha detto, sì, oggi sì.

La Gisella vera mi ha detto che oggi anche lei dormiva a casa con me, che stava sul divano. E io le ho detto, sì. Credo che è già passato un pezzo di notte nera perché la Gisella vera si è addormentata sul divano e io ho cercato il foglietto dell’autobus nella tasca. Ho fatto il numero del foglietto dell’autobus e ho detto, signora sono quella della tartaruga. Com’è che l’ha persa? E lei mi ha detto che non lo sapeva, che però lei voleva tanto bene alla sua tartaruga, che è abituata a mangiare solo con lei, che lei gli dà il mangiare con le sue mani, alla tartaruga. Lei la chiama in un modo strano, la tartaruga, Estelita, una cosa così. Io ho pensato che è un nome troppo brutto, che è molto meglio Gisella. E allora le ho detto che non gliela restituivo, Estelita, anzi Gisella. Che me la tenevo. Mi sono arrabbiata forte. Fortissimo. E ho messo giù il telefono. La mia tartaruga Gisella ora dorme nella scatola. Dorme tanto bene e forse il suo corpo dentro la casa sulla schiena, non è neanche storto e gobbo. Forse è dritto, il suo corpo, dentro la casa sulla schiena. Come i fiori del supermercato, quando sono nuovi. Forse, la casa della tartaruga Gisella, non pesa niente.

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