Il Grande Romanzo Americano?

 

estratto da Le correzioni

di Jonathan Franzen 

– Questa stanza è grande più o meno come il bagno di Dean Driblett, – disse Enid. – Non ti pare, Al?
Alfred fece ruotare le mani tremanti e ne esaminò il dorso.
– Non ho mai visto un bagno così enorme.
– Enid, non hai un briciolo di tatto, – disse Alfred.
Chip avrebbe potuto pensare che anche quell’osservazione fosse priva di tatto, poiché implicava che suo padre fosse d’accordo con le critiche di Enid e le rimproverasse unicamente il fatto di esprimerle. Ma in quel momento riusciva a concentrarsi soltanto sull’asciugacapelli che sporgeva dal sacchetto della DreamWorks in mano a Julia. Era l’asciugacapelli che teneva nel bagno di Chip. E Julia, a dire il vero, sembrava diretta verso l’uscita.
– Dean e Trish hanno l’idromassaggio e la doccia e la vasca, separati, – continuò Enid. – E due lavandini, uno per lui e uno per lei.
– Chip, mi dispiace, – disse Julia.
Lui alzò una mano per farle cenno di aspettare. – Mangeremo non appena Denise sarà qui, – annunciò ai suoi genitori. – Sarà un pranzo alla buona. Mettetevi comodi.
– È stato un piacere conoscervi, – gridò Julia a Enid e Alfred. Poi, in tono più basso, si rivolse a Chip, – Fra poco arriverà Denise. Andrà tutto bene.
Aprì la porta.
– Mamma, papà, – disse Chip, – un attimo solo.
Seguì Julia fuori dall’appartamento, lasciando che la porta sbattesse alle sue spalle.
– Una scelta di tempi davvero inopportuna, – le disse. – Davvero molto, molto inopportuna.
Julia scosse via i capelli dalle tempie. – È la prima volta che agisco in base al mio interesse in una relazione, e mi sento bene.
– Ottimo. È un grande passo. – Chip si sforzò di sorridere. – E la sceneggiatura? Eden la sta leggendo?
– Forse questo fine settimana, se troverà il tempo.
– E tu?
– L’ho letta, um. – Julia distolse lo sguardo. – Quasi tutta.
– La mia idea, – disse Chip, – è di inserire un “ostacolo” che lo spettatore debba superare. Mettere qualcosa di sconcertante all’inizio è una classica strategia modernista. La suspense diventa incalzante nel finale.
Julia si voltò verso l’ascensore e non rispose.
– Sei già arrivata alla fine? – domandò Chip.
– Oh, Chip, – esclamò lei con aria infelice, – la tua sceneggiatura comincia con una lezione di sei pagine sulla problematica del fallo nel teatro elisabettiano!
Chip ne era perfettamente consapevole. In realtà, ormai da settimane, si svegliava prima dell’alba con i crampi allo stomaco e le mandibole serrate, e lottava contro la tremenda certezza che un lungo monologo accademico sul teatro elisabettiano non potesse trovare posto nel primo atto di una sceneggiatura commerciale. Spesso gli ci volevano ore – doveva alzarsi dal letto, passeggiare per la stanza, bere un po’ di merlot o pinot grigio – per convincersi di nuovo che aprire con un monologo teorico non solo non era un errore, ma addirittura il punto di forza del testo; e ora gli bastò guardare Julia per capire di essersi sbagliato.
Annuendo in sincero accordo con le sue critiche, aprì la porta dell’appartamento e gridò ai genitori, – Mamma, papà, un attimo. Un attimo solo. – Tuttavia, mentre richiudeva la porta, gli tornarono in mente le sue vecchie giustificazioni. – Eppure, vedi, – le disse, – quel monologo è la prefigurazione dell’intera storia. Tutti i temi sono già presenti in forma condensata: sesso, potere, identità, autenticità… e il punto è… Aspetta. Aspetta. Julia?
Julia si voltò di nuovo verso Chip e chinò il capo con aria imbarazzata, come se in qualche modo avesse sperato di andarsene senza che lui se ne accorgesse.
– Il punto è, – riprese lui, – che la ragazza è seduta in prima fila e sta ascoltando la lezione. È un’immagine cruciale. Il fatto che sia lui a condurre il discorso…
– E inoltre quel tuo continuo parlare di seni, – disse Julia, – è un tantino disgustoso.
Anche questo era vero. Tuttavia a Chip sembrava ingiusto e crudele, dato che non avrebbe mai avuto il coraggio di scrivere la sceneggiatura senza l’allettamento dei seni, seppure immaginari, della giovane protagonista. – Probabilmente hai ragione, – rispose. – Anche se la fisicità è in parte intenzionale. Perché qui sta l’ironia, vedi, lei è attratta dalla sua mente, mentre lui è attratto dal suo…
– Ma una donna, – si ostinò Julia, – ha l’impressione di trovarsi nel reparto pollame. Petto, petto, petto, coscia, gamba.
– Posso eliminare qualche riferimento, – disse Chip a bassa voce. – Posso anche accorciare la lezione d’apertura. Il punto è, però, che voglio un “ostacolo”…
– Sì, che lo spettatore debba superare. È un’idea magnifica.
– Ti prego, rimani a pranzo. Per favore. Julia?
La porta dell’ascensore si era aperta al tocco delle sue dita.
– Sto dicendo che qualcuno potrebbe trovarlo offensivo.
– Ma quella non sei tu. Non mi sono nemmeno ispirato a te.
– Oh, fantastico. Sono i seni di un’altra.
– Gesù. Ti prego. Un secondo. – Chip si voltò e aprì la porta dell’appartamento, e questa volta trasalì nel ritrovarsi faccia a faccia con suo padre. Le grandi mani di Alfred erano scosse da tremiti.
– Ehi papà, ancora un minuto.
– Chip, – disse Alfred, – chiedile di restare! Dille che vogliamo che resti!
Chip annuì e gli sbatté la porta in faccia; ma nei pochi secondi in cui le aveva voltato le spalle, Julia era stata ingoiata dall’ascensore. Diede un pugno al pulsante di chiamata, senza alcun risultato, poi aprì la porta delle scale antincendio e si precipitò giù per la spirale di gradini. Dopo una serie di splendide lezioni che celebravano la libera ricerca del piacere come strategia per sovvertire la burocrazia del razionalismo, BILL QUAINTENCE, un giovane e attraente professore di Manufatti Testuali, è sedotto dalla bella e adorante studentessa MONA. La loro relazione selvaggiamente erotica è appena agli inizi quando vengono scoperti dalla moglie separata di Bill, HILLAIRE. In un confronto pieno di tensione che rappresenta lo scontro fra due visioni del mondo, quella Trasgressiva e quella Terapeutica, Bill e Hillaire si contendono l’anima della giovane Mona, che giace nuda in mezzo a loro in un groviglio di lenzuola. Hillaire riesce a sedurre Mona con la sua retorica cripto-repressiva, e Mona denuncia pubblicamente Bill. Bill perde il lavoro ma poco dopo scopre alcune e-mail che dimostrano come Hillaire abbia pagato Mona perché gli rovinasse la carriera. Mentre Bill si sta recando dall’avvocato con il dischetto contenente le prove, la sua auto viene mandata fuori strada e finisce nell’impetuoso fiume D…; l’incessante e indomita corrente trascina via il dischetto dall’auto affondata e lo porta fino all’impetuoso, erotico/caotico mare aperto. L’incidente viene archiviato come suicidio, e nelle ultime scene del film si vede Hillaire, che è stata assunta per sostituire Bill all’università, mentre tiene una lezione sui danni del libero piacere in una classe dove siede la sua diabolica amante lesbica Mona: Questa era la pagina di riassunto che Chip aveva messo insieme con l’ausilio dei manuali di sceneggiatura e aveva trasmesso via fax, una mattina d’inverno, a una produttrice cinematografica di Manhattan di nome Eden Procuro. Cinque minuti più tardi aveva risposto al telefono e la voce fredda e distaccata di una giovane donna gli aveva annunciato, – Prego, resti in linea, le passo Eden Procuro, – seguita dalla stessa Eden Procuro che gridava, – Mi piace, mi piace, mi piace, mi piace, mi piace! – Era passato un anno e mezzo. Adesso la pagina di riassunto era diventata una sceneggiatura di centoventiquattro pagine dal titolo La Porpora Accademica, e Julia Vrais, la donna dai capelli color cioccolato che possedeva quella voce fredda e distaccata da assistente personale, stava fuggendo da lui; e mentre correva giù dalle scale per fermarla, posando i piedi di traverso per fare tre o quattro scalini alla volta, aggrappandosi al corrimano a ogni pianerottolo e invertendo la traiettoria con uno scatto, Chip riusciva a pensare soltanto all’elemento incriminante contenuto nel ricordo quasi fotografico di quelle centoventiquattro pagine:
3. labbra turgide, seni alti e rotondi, fianchi stretti e
3. sopra il golfino di cashmere che le abbraccia morbido i seni
4. in avanti estasiata, i seni perfetti da adolescente desiderosi di
8. (guardandole i seni)
9. (guardandole i seni)
9. (con lo sguardo inevitabilmente attratto dai suoi seni perfetti)
11. (guardandole i seni)
12. (accarezzando col pensiero i suoi seni perfetti)
13. (guardandole i seni)
15. (senza smettere di guardare i seni perfetti da adolescente)
23. (si abbracciano appassionatamente, i seni perfetti si sollevano contro il suo
24. l’opprimente reggiseno per liberare quei seni sovversivi)
28. per leccare delicatamente un seno lucido di sudore)
29. il seno madido di sudore con la sporgenza fallica del capezzolo
29. mi piacciono i tuoi seni.
30. adoro i tuoi dolci e grandi seni.
33. (i seni di HILLAIRE, come due proiettili della Gestapo, possono
36. sguardo pungente, come per forare e sgonfiare i suoi seni
44. seni arcadici, con un severo e puritano telo di spugna e
45. rannicchiandosi, piena di vergogna, con l’asciugamano stretto al seno)
76. i seni ingenui celati sotto la stoffa militare
83. mi manca il tuo corpo, mi mancano i tuoi seni perfetti, mi
117. i fari svanirono sott’acqua come due seni candidi
E probabilmente ce n’erano altri! Più di quanti ricordasse! E gli unici due lettori che contavano erano lettrici! Chip pensò che Julia lo stesse lasciando perché nella Porpora Accademica c’erano troppi seni e un inizio noioso, e che se avesse corretto quei piccoli e ovvi difetti, sia nella copia di Julia che, soprattutto, in quella che aveva stampato su carta avorio extralusso per Eden Procuro, ci sarebbe stata ancora speranza, non solo di guadagnare qualcosa, ma anche di liberare e accarezzare un’altra volta i seni ingenui e candidi di Julia. Un’attività che a quell’ora tarda del mattino, come quasi sempre negli ultimi mesi, era una delle ultime al mondo che potesse ragionevolmente consolarlo dei suoi fallimenti.
Quando giunse nell’atrio trovò l’ascensore pronto a torturare il prossimo passeggero. Oltre la porta d’ingresso aperta vide un taxi che si allontanava dopo aver spento la scritta luminosa sul tetto. Zoroaster stava asciugando la scacchiera di marmo del pavimento. – Addio, Mister Chip! – lo canzonò, di certo non per la prima volta, mentre Chip correva fuori.
Grosse gocce di pioggia colpivano il marciapiede, sollevando una fredda bruma di pura umidità. Attraverso la cortina d’acqua che scendeva dalla tettoia, Chip vide il taxi di Julia frenare al semaforo giallo. Sul lato opposto della strada, un altro taxi si fermò per far scendere un cliente, e Chip pensò che avrebbe potuto salire a bordo e chiedere all’autista di seguire Julia. L’idea lo allettava, ma c’erano alcune difficoltà.

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