un racconto di Natasha Ceci

 

ECCHIMOSI
di Natasha Ceci

Basta poco per scatenarmi rigurgiti di ricordi. Un’ora fa mentre guardavo in tv “Blunotte” sono stata brutalmente rapita da alcune immagini nella sigla di apertura. Genova, tarda sera. La sopraelevata incombe su un brandello di strada gremito di autobus. Il cielo è cobalto, forse ha un po’ piovuto. Poi altro fotogramma. È quasi notte, e quel mezzo grattacielo appena fuori da Brignole si ricopre di piccole luci, mettendo in risalto ad una certa altezza il quadrante dell’ora e della temperatura. Non ricordo bene cosa possa essere, forse un hotel…
Appena due fotogrammi, il sax in sottofondo, e le viscere si contraggono. L’ansia si espande come tanti piccoli cerchi concentrici in una pozzanghera dopo il lancio di un sasso. Questa forza ansiogena mi risucchia da dentro, rilasciando altri accenni di rigurgiti. Sapevo che non dovevo far interagire il brie con il succo d’ananas e adesso, avvolta nella coperta, non mi resta che cercare una bustina di citrosodina, per tamponare l’acidità. Nel frattempo mi assediano fitte e vertigini: l’effetto è quello post prima sigaretta. Una serie consecutiva di rutti mi permettono di sgonfiare la pancia (desiderio onnipresente di ogni donna) ma il ricordo è ancora lì, vivo, intonso e mi fissa.
Quegli scorci genovesi nella sigla fanno riferimento, sono sicura, al caso della donna dalla doppia vita uccisa nei vicoli: Luigia e Antonella. Badante di giorno e puttana di notte.
La voce narrante di Lucarelli che descrive la città riecheggia nella testa. Città bellissima e strana. Città che, come diceva Fossati, puoi guardarla solo dal mare. Per me è semplicemente marcia e splendida; anfratti luridi e ardesia preziosissima. Il mio sentimento nei suoi confronti ricalca quello di una madre per il figlio storpio: passione incondizionata e livore rabbioso. Entrambe si fondono tragicamente di fronte a qualsiasi racconto mediale e non su Genova.
I versi di De Andrè, scene di film, reportage di viaggi, episodi di cronaca nera, tutto ha conseguenze sul mio corpo. Ascolto “ D’ä mæ riva” con il suo dialetto sinuoso ( ma quale burbero..) e la pelle si unge sulla cosiddetta zona T ( mento naso fronte) evidenziando grassi comedoni. Allora fugacemente li infilzo con le unghie e sprigiono la loro essenza. E non solo sul volto, anche sulle braccia e sulla schiena. Purtroppo ho il viziaccio di tormentare innocui e discreti foruncoli fino a tramutarli in infezioni terribili. Nessuno è perfetto. Comunque dopo prendo il fondotinta e ricopro
le malefatte.
……

u teu fatturisu amàu
‘nta mæ vitta

ti me perdunié u magún
ma te pensu cuntru su
…….

Da alcune ciocche di capelli precipitano sulle spalle grani di cuoio capelluto. Si, come lo spot: Cute Grassa e Punte Secche. È così.
Spesso cerco con fare maniacale qualsiasi pellicola girata nel capoluogo ligure. Tra tante ciofeche nella mia videoteca privata c’è “Figurine” di Giovanni Robbiano, anno di uscita 1996 ma ambientato negli anni sessanta. La sceneggiatura è deliziosa, nel cast c’è anche Jannacci , però tutti quei maledetti esterni mi rievocano un giugno di tre anni fa,quando inciampai inaspettatamente su Stefano, bellezza scura ,alla Tenco, e penosamente immatura.

…..Sassi che il mare ha consumato
sono le mie parole d’amore per te…
….Ogni parola che ci diciamo è stata detta mille volte….
……
La vespa cigolava giù per via Gropallo, cercavamo una pizzeria ancora aperta a mezzanotte e mezza. Non trovando nulla optammo per un’immersione nel cinema America: tanti cortometraggi di giovani registi si accodavano a reperti cinefili tipo: “L’invenzione di Morel” di Emidio Greco. Mentre la trama soporifera scorreva sotto il crepitio della pellicola, ci scambiavamo furiosi baci da adolescenti, incuranti di un famoso critico sedutoci accanto che ronfava placidamente.

Mi sento febbricitante. Probabilmente ho contratto uno di quei cattivissimi virus orientali di cui parlano i dottori al telegiornale. Ecco, mi ha posseduto iniziando dalla laringe. Palpeggio le ghiandole gonfie e allo specchio noto fosforescenti arrossamenti. O chiamo un esorcista oppure corro subito verso il cassetto degli antipiretici. La seconda possibilità mi sembra più efficace, si sa che le cavità orali infiammate stimolano la febbre, e poi un esorcista a quest’ora è difficile da trovare. Non so quanto possa riuscire a sconfiggere il virus, si dice che sia molto scaltro, tanto da tritarsi l’aspirina e inalarsela con 5 euro arrotolate. Bah, proviamo ugualmente.
Il medicamento non dovrebbe arrecare sonnolenza, non DEVE arrecare sonnolenza. Se mi addormento potrei inciampare di nuovo su Stefano, in tal caso il ricordo non sarebbe più selezionato da me ,cosciente, e automaticamente edulcorato. Il sogno malefico sarà preda di realismi poco onirici. Impotente mi sveglierò, sudatissima, con il rigurgito cucito sul polso e indelebile per tutta la giornata…. Ma come evitare di cedere alla fragranza del cuscino…
…………….

– Sono una perla rara?-
Annuì veloce.
– Si, però devi smussare quei pregiudizi da intellighenzia di sinistra. Vedrai, poi ti sentirai meglio..-

È l’alba di un silenzioso agosto. Lui sta fuori il cancello di casa mia e fuma per rilassarsi dopo quel lungo viaggio. Ai suoi piedi diversi bagagli affastellati; spunta dal finestrino della macchina una camicia appesa ( per le sere di gala, dice ironico).
Non sapevi che cazzo fare sto ferragosto eh?… Oppure? Oppure che??…….
……………………….

Il bagno!…Oh…conati a vuoto. Orribile sensazione: dalle spire di Morfeo al capezzale del water.
Vorrei esplodere in un pianto puerile e catartico ma tutte le mie energie sono occupate con i muscoli addominali. Gocce di succo gastrico scivolano lungo la ceramica. Fanculo all’antipiretico.
Provo a distrarmi in cucina lavando mazzi di forchette. Preparo un the analgesico e decongestionante, dopo bustine farmaceutiche sperimento ora rimedi naturali per stanare dolcemente residui di rigurgiti.

DOVESEI.DOVESEI.CHEFAI.
– Scusa, ho da fare ora. È un momento poco ispirato. Ti chiamo appena posso-

Mesi dopo sarei stata io a voler chiamare “Chi l’ha visto”.
Da una scatola ai piedi del letto ho riesumato vecchie agendine. Noo.. il suo recapito è ricoperto da una spessa coltre di nervoso pennarello nero. Aguzzo l’ingegno. Con un batuffolo imbevuto di acetone potrei raschiare la pagina. Si, tre.. quello è otto…Illusa!. Tutto si sbriciola sotto il solvente.
Briciole. Il rigurgito si è reincarnato in una cartaccia lisa.
Accanto al comodino, per terra, tengo pile di cd scarabocchiati, tra questi ce ne sono tre con la sua scrittura, sbilenca e leggera. Due sono incisi con canzoni di Guccini, il terzo è una compilation redatta appositamente per me, non è male, anche se ci sono alcune stupide hit del momento.
Ho ammorbidito le contrazioni spastiche allo stomaco riascoltando la traccia 4: “Cherry blossom girl” degli Air, ma mi sono tenuta alla larga dalla sesta traccia di uno degli altri due cd :“Cirano”.
Troppo.
Se mi ami come sono per sempre tuo Cirano… e un attimo dopo mi aggirerei per gli scaffali del supermercato reparto profumeria/casalinghi in cerca del suo deodorante. Una volta l’ho fatto. Ero lì, singhiozzante, china sul carrello, con il tester di breeze sotto il naso. No.No. La sua calligrafia è custodita anche su un vhs: “Io e Annie” di Allen , l’ho ritrovato per caso, nascosto sotto la tv.

– Tieni, te lo lascio, dai. A casa ne ho un’altra copia..-
Ma tu mi ami?
Amore è un termine troppo debole per…Ecco io ti straamo ti adamo,ti abramo.

Il nastro è fermo in quel preciso punto. Fu stoppato nel momento in cui il richiamo del divano si fece ghiotto e irresistibile. Le sue giunture assorbirono tutta la sabbia, il sudore e la nivea doposole dei nostri corpi acerbi.
Non ho nessun altro suo oggetto. Il resto, immateriale, circola indisturbato tra il pancreas e le falsificazioni della memoria. Anzi, i circuiti delle rimembranze si innestano fatalmente negli organi; mi disperdono nei labirinti dei carruggi scheggiati da spicchi di sole.
Dite a mia madre che non tornerò. Mi troveranno qui sul letto, dissanguata dai pensieri.
Bocca sporca di mirtilli e un coltello in mezzo ai seni.

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