Sara Ventroni: intervista

 

Spezziamo le reni al Gasometro: intervista a Sara Ventroni
di Rossano Astremo

Sara Ventroni, una delle più interessanti voci della poesia contemporanea, ha preso parte alla prima edizione de “La poesia detta”, rassegna di poesia e poeti che si è svolto a Martignano dal 16 al 18 agosto. Vincitrice, nel 2001, del primo poetry slam italiano, ha pubblicato lo scorso anno Nel Gasometro, suo primo libro di versi, edito da Le Lettere, nella collana Fuori Formato, curata da Andrea Cortellessa. E “Nel Gasometro” è il titolo della performance che ha tenuto il 17 agosto, nel corso della seconda serata della rassegna poetica, all’interno del suggestivo frantoio ipogeo di Palazzo Palmieri.
Sara, per te la poesia è sempre stata intimamente legata all’idea di oralità, al concetto di performance e di superamento del testo scritto. Quale, a tuo modo di vedere, il valore aggiunto di questa idea di poesia?
« Non ho mai lavorato seguendo un’astratta idea di performance o di oralità; più semplicemente, da quando ho iniziato a leggere con una certa frequenza i miei testi in pubblico, ho avvertito la presenza di due forze di cui non potevo non tenere conto: un forza “bianca”, centripeta, che voleva tenere le parole scritte al di qua della sonorità, nel recinto visivo della pagina, e una forza centrifuga (rossa?, blu?) che le chiamava a rendersi vive, in un certo luogo, in un certo contesto e a fare quello che è nella loro natura: manifestarsi nel suono.
Dovendo, e volendo, fare i conti con queste due forze, entrambe legittime quanto tiranniche, si è fatto strada un diverso approccio alla composizione. Ogni testo nasce infatti conteso tra queste due forze – una mentale o visionaria; una acustica, legata al suono delle parole – e con loro deve scendere a patti nella ricerca di una forma che dia spazio a entrambe. (Aggiungo: la tanto sospirata ispirazione, forse, non è altro che l’unione spontanea e necessaria tra queste due forze, in una forma che sembra prescindere dalla perizia tecnica o dalle buone intenzioni dello scrittore).
Almeno per quello che mi riguarda, nella lettura ad alta voce le parole prendono vita, fanno vita autonoma, anche se ogni lettura è anche un laboratorio continuo in cui mettere alla prova i testi, per vedere cosa manca o cosa eccede, o come o se la poesia produca un qualche effetto su chi la sta ascoltando. Non ho mai coltivato il mito dell’oralità in quanto tale (e le letture ad alta voce non giustificano mai gli eccessi di verbosità o la ridondanza), nutro un certo scetticismo tanto per i testi che sfuggono ad una resa orale quanto per quelli che vivono solo nella performance. Poi, può succedere, come mi è successo, che lo stimolo o la collaborazione con altre forme di espressione (musica o video) porti un’ulteriore domanda alla poesia e la poesia, a suo modo, risponde, anche toccando dei limiti che non sapeva di avere».
“Nel Gasometro” è il titolo del tuo primo libro di versi, una sorta di patchwork di materiali che raccoglie versi, prose, lo storyboard per un video sul Gasometro, bozzetti per la messa in scena del suo poema con acrobazie, a cui si aggiungono una lettera introduttiva di Elio Pagliarani ed una postfazione di Aldo Nove. Un libro stratificato che ruota attorno all’ossessione per questi container industriali. Come nasce questa ossessione? E perché trasformarla in oggetto prolungato della tua ricerca poetica?
«Nel libro uscito lo scorso anno ho voluto dare l’idea di tutte le forme in cui questo progetto si è manifestato negli anni: fotografie, disegni, racconti e soprattutto poesia. Mi è difficile spiegare come è nata questa ossessione, quando sono stata chiamata a farlo (da Andrea Cortellessa, direttore di collana) invece di una breve nota a fine libro (come mi aveva chiesto) ne è venuto fuori una sorta di racconto filosofico dove ho tentato di toccare il nervo di ciò che nemmeno io riuscivo a capire. E questo forse è lo spirito del libro: farsi portare dove non si sa, da qualcosa non si conosce. Il Gasometro è stato tanto una metafora onnicomprensiva quanto un agente vivo (una musa?) che concretamente si è impossessato della mia fantasia. È stato il filtro (o la feritoia?) attraverso cui ho guardato la realtà. Come ogni ossessione, il Gasometro ha fatto di tutto per estendersi nello spazio e nel tempo, anche e soprattutto quando non riuscivo a capire quanto ancora sarebbe durato. Il Gasometro è stato, di volta in volta, metafora di un Moderno che non c’è più, storia del gas, industria bellica, alchimia, petrolio, prigione, circo, installazione, totem enigmatico».
La mia sensazione è che le voci più autentiche della poesia italiana contemporanea siano quasi tutte femminili. Oltre a te, penso a Mariangela Gualtieri, Laura Pugno, Florinda Fusco, Silvia Bre e Antonella Anedda. E l’elenco potrebbe continuare.È solo una coincidenza? O c’è una ragione legata all’innovazione di immaginario che la poesia femminile può introdurre contro una rappresentazione del mondo maschile che il Novecento ha usurato?
« Sono in buona compagnia! Hai fatto tutti nomi di poetesse che stimo molto e con le quali mi è capitato di lavorare spesso. Rispondo brevemente alla domanda perché altrimenti potremmo scivolare in un dibattito (che più volte ho intessuto con la poetessa Rosaria Lo Russo) sulla cosiddetta “scrittura femminile”. Dirò semplicemente che credo nelle opere, a prescindere dal sesso dell’autore. Quando un’opera ha forza e valore, va avanti con le proprie gambe. Il fatto che ci siano molte voci femminili nel panorama poetico attuale (e che non trattino temi ritenuti aprioristicamente “femminili”, ma bisognerebbe capire poi quali sono i temi maschili…) mi pare sia un passo in avanti rispetto al pur necessario movimento femminista che faceva entrare con forza l’aspetto rivendicativo anche nell’arte, ai danni dell’arte stessa. Ma a quel tempo, forse, era necessario e giusto così. La categoria di “letteratura femminile” andrebbe semplicemente storicizzata, e storicizzandola se ne appezzerebbe il valore. Poi, certo, ci sono i generi, ma mi pare che il “confessional”, tanto per dirne uno, sia frequentato da tutte e due le metà del cielo. Ci sono state delle evidenti necessità storiche dietro il femminismo, i movimenti e la “poetica” delle donne (vedi il famigerato “tema del corpo”). Ma sto parlando di coscienza politica, di cultura, di costume. L’arte, che ci piaccia o no, va sempre oltre, pur portando dubbi, rabbia, ambiguità, furore o meraviglia. Insomma, la poesia non ha frontiere di “gender”, anche se sarebbe benvenuta una critica accademica (più spesso maschile) che prenda in considerazione l’opera di scrittrici e potesse, aldilà del pacifico e bonario recinto di “letteratura femminile” in cui spesso, a mio avviso erroneamente, anche le donne hanno preferito pascolare. Detto questo, mi ritengo fortunata perché per caso sono nata e cresciuta in anni in cui molti diritti e libertà erano stati già conquistati e assimilati. Ma forse non è ancora finita qui, perché non dappertutto alle donne è “concessa” libertà di parola, e non ovunque, pur avendola, vengono ascoltate per quello che stanno dicendo, aldilà del loro essere donne, o proprio a causa di questo. Parlare da un corpo femminile non è un valore né un disvalore. Dipende sempre da quello che si ha da dire».

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