Sergio Bottoni: un racconto inedito

 

Quando qualcosa si spezza
di Sergio Bottoni

J si blocca pagina trecentoventotto del manuale che sta studiando da due mesi almeno, legge questa particolare espressione e isolandola da tutto il contesto, si dice “me la dovrei ricordare” e difatti se ne appropria: un coagulo di onde mnemoniche.
Dopo non molto appoggia gli occhiali sul comodino a lato e si addormenta, solo, in un letto occupato da due corpi.

Sogna. Immagini che appaiono senza che sia possibile rintracciarne l’origine, solo un odore forse. D’incenso mischiato a farina. In un ambiente vuoto e stranamente candido, flash a ripetizione di braccia e gambe appaiate in malo modo con visi non corrispondenti, sovrapposti ad altri visi e a nasi, orecchie, ventri flaccidi e persino code come fossero umane, di colori inauditi e impossibili forme. Le terminazioni dei corpi, ora visibili nel loro complesso, sembrano dai riflessi, metalliche protesi e fredde e inadeguate alla vista. Cambio di scena. Luce esterna di un sole o più soli da direzioni opposte, questa sfilata di corpi malcomposti che in movimento sull’erba umida formano ombre sproporzionate. In sottofondo c’è un suono, lontano ma riconoscibile come un dialogo fra voci che cantano motivi di canzoni così dolci da non essere assolutamente adatte alla situazione. Improvvisamente tutto sfuma e si tinge di blu, all’inizio si distingue poco finché non risalta in azzurrino l’immagine – oppure il ricordo sfalsato – di due occhi incastonati in un musetto schiacciato, come di gufo. Inquietanti come se li vedeste a distanza di pochi centimetri.
Per ultimo, una conclusione o più verosimilmente una partenza, brusco arriva il risveglio.

La sveglia da un lato e lei dall’altro che come ogni mattina non dà segni di vita- J che si alza con gesti nervosi e insieme assonnati senza curarsi di fare silenzio- la pelle delle gambe impallidita per il freddo- non trova una ciabatta non trova il dopobarba che era finito da giorni e nemmeno lo zucchero nel solito posto in cucina- luce di neon risulta mortale all’umore- J che beve il caffè amaro ed impreca- J che fuma la prima della giornata sul balcone e fa nuvolette con il fiato- nel cielo grigio non c’è sole nessun conforto ed è come scomparso, si direbbe- J mentre indossa il maglione a collo alto la giacca pesante i guanti e la sciarpa rossa- che gli rimane incastrata nella porta centrale del sette barrato affollato com’ogni mattina- alcune ragazzine con gli zaini mentre lo guardano e ridono con lui che non sorride- goffo com’è nella posizione premuta al vetro J finge di non vederle e quando alla fermata successiva la porta gli libera la sciarpa gli libera il collo- J che volta loro le spalle e impreca- fumando la seconda della giornata affretta il passo e supera gruppi di persone sul marciapiede- e s’agitano- guardale come ridono quelle due giovani studentesse al bar dell’università mentre J risponde a monosillabi macchiato frizzante infine grazie- all’illustrissimo parere di un collega riguardo “l’estensione del dominio della lotta” siamo nel corridoio c’è J che valigetta in cuoio sotto il braccio guarda l’orologio annuisce poco convinto perchè in ritardo per la lezione- nota in seconda fila le studentesse che prima al bar e parla al microfono di socializzazione nell’era globale e cose del genere- J s’annoia lui per primo e non può fare a meno di immaginarsele nude inginocchiate su un letto in una stanza con velluto porpora alle pareti- J che fuma l’ennesima e disquisisce per la strada di cose che non gli interessano più con signor barba bianca giacca di velluto- e non c’è ancora il sole nel cielo no- forse nemmeno oltre la cortina spessa di nuvole- non il sole non più- non c’è altro che grigio negli occhi e righe su righe che scorrono a ipnotizzare- nulla di quanto letto che nella memoria di J rimanga impresso- J che infatti spinge a ripetizione il tasto caffè amaro con l’indice macchiato di nicotina- e nuovamente lo spinge dopo qualche ora- e non c’è più luce infine filtrare dalla finestra del bagno che sta di fianco al suo studio- solo il viso di J che s’appoggia ricurvo con una mano sul lavandino e il viso tirato dallo sforzo riflesso nonché intristito dallo specchio e l’altra mano più in giù tanto più in basso da non risultare visibile- ma s’intende- J che chiude la sua valigetta di cuoio riponendovi poche cose- per poi fumare l’ennesima della giornata alla fermata del sette barrato e concedersi l’ultima definitiva imprecazione, in francese, come fosse uno sfizio, intanto pensando: che merda è la vita.

Quando qualcosa si spezza avviene inaspettatamente.
Seduto in fondo all’autobus con un piede appoggiato sul sedile davanti, J, di certo un bell’uomo, benvestito e con un’espressione sognante sul viso stasera sembra uno di quegli attori del cinema affascinanti e smarriti allo stesso tempo, quando dopo averne passate troppe, depongono la loro maschera di virilità.
Alla fermata del capolinea, molto lontano da dove avrebbe dovuto scendere, viene risvegliato dalla voce dell’autista che lo sta osservando perplesso: “Signore, io chiudo tutto, lei che fa?” Sono le 23 circa. J si alza automaticamente senza ben capire e scende dal mezzo, fa qualche passo nel parcheggio della stazione ferroviaria, sale i gradini, attraversa l’atrio e arrivato al primo binario, senza nemmeno accorgersene, l’ultima cosa che è in grado di vedere è un treno fermo con i finestrini illuminati. Da uno di questi, esattamente di fronte a lui, un bambino di quattro o cinque anni lo sta fissando con il naso letteralmente schiacciato al finestrino.
J che pensa sembra felice lui, e questa storia che inaspettatamente si spezza.

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