Omar Di Monopoli: un racconto

 

L’attesa

di Omar Di Monopoli 

Avviluppata nel consueto carnevale stroboscopico di grida, luci e sirene, la città fremeva. Nel bollore serale rinfrescato a tratti da una brezza leggera, un’auto stazionava nei paraggi di un’abitazione isolata, ai margini della strada. All’interno dell’abitacolo due uomini vestiti in maniera pacchiana: camice a scacchi, giacche di pelle scura, cappelli a tesa stretta. Quello al posto di guida tamburellava nervosamente sul volante lisciandosi il pizzetto, l’altro, al suo fianco, fumava furtivo una sigaretta dietro l’altra.
«Allora?», domandò quello al volante.
«Allora che? Cazzo, io sono pronto da ore!», rispose l’altro nevrastenico.
 «Be’ devi stare calmo, allora… bisogna stare in campana!»
 «Sei un cagasotto, Rizzo! Fosse per me avremmo chiuso la partita da un pezzo!»
 «Già! E magari saremmo anche in galera… merda, Vinnie, il tuo problema è che non rifletti abbastanza. Abbiamo degli ordini da eseguire, capisci? Niente cazzate!»
 «Stronzate, amico! Se Jimmy Camorra fosse davvero là dentro, sarebbe sceso da un pezzo… il fatto è che quello ha mangiato la foglia, e noi qui sotto ad aspettarlo come due coglioni!»
 Quello alla guida scrutò il compare tingendosi il volto di disprezzo: «Lo vedi?», disse, «Non metti in moto il cervello… se il capo ci ha detto che Camorra non sospetta nulla, vuol dire che quel bastardo non ha la più pallida idea dello scherzetto che gli abbiamo preparato, ok?»
 «See… adesso uno cerca di fregare Sonny Favourite e non si preoccupa di niente! Come minimo gli è venuta una strizza tale addosso che alla prima occasione se l’è filata!»
 «Non scommetterci! Il capo gli ha telefonato stamattina e ha fatto finta di aver abboccato l’amo… quello è la dentro, tappato in casa, certo di dover scendere solo a ritirare il malloppo. E quando lo farà…BANG! Bye, bye!»
«Cazzo, quante storie… ma perché non salire e farla finita subito?»
 «Stai scherzando, vero? Camorra è uno tosto… l’ho visto coi miei occhi fare fuori come niente i gorilla di Pistone. Come minimo c’ha un arsenale là dentro! Se ci vede arrivare s’insospettisce e chi lo sa come va a finire… Io non rischio la pelle a cazzo. E così che sono arrivato dove sono arrivato. E poi Sonny vuole che lo facciamo secco all’esterno, e non si discute!»
«Il capo è un senza-palle, ok? Magari era un duro una volta, questo non lo nego, ma adesso, da quando sua figlia è scappata con quell’assicuratore… ma che te lo dico a fare?»
«Vaffanculo, Vinnie, me lo avevano detto che eri un piantagrane! D’altronde non poteva essere altrimenti, visto che sei riuscito a mandare a monte un affare liscio liscio come quello dei piccioni di Flanagan…»
«Cosa? Che cazzo stai dicendo? È questo che vanno sputtanando in giro gli affiliati? Brutti stronzi merdosi, la colpa è loro se i piccioni hanno fatto quella fine… ma io gli spacco… ti giuro, gli ficco…»
«Ok! Ok! Falla finita… provo a sentire il capo e vediamo che dice, d’accordo? Tu vedi di non perdere di vista la porta di Camorra.»
Rizzo compose un numero sul cellulare mentre Vinnie, sempre più agitato e sovraccarico, si cacciò dal pacchetto l’ennesima sigaretta.
«Capo? Rizzo! Sì! No! …Sono due ore ormai che lo aspettiamo… voglio dire… avrà mangiato la foglia? No! Certo che… Ok! Mmmh! D’accordo! Passo e chiudo!»
«Allora? Si va?» chiese gasatissimo Vinnie, tirando fuori da una fondina ascellare un grosso revolver.
«Metti giù quella ferraglia, maledetta testa matta!», lo bloccò preoccupato Rizzo abbassando con la mano il cane della sua arma e guardandosi circospetto attorno. «Il capo lo ha sentito di nuovo, qualche ora fa, e gli ha assicurato che l’affare è andato in porto… quindi, rassegniamoci, dobbiamo aspettare ancora!»
«Cristo! Vaffanculo!», sbraitò Vinnie sbattendo i pugni sul cruscotto. «Quest’attesa mi manda di fuori, cazzo!»
L’altro lo bersagliò con un’occhiataccia, puntandogli contro un dito: «Bada Vinnie, niente iniziative personali! Se ti permetto di mandare tutto a monte il capo mi fa il culo, ok? OK?»
«Ehi!», reagì improvvisamente sedato quello, «Non sono un novellino…»
«Eggià… intanto ti sei fatto scappare i piccioni di Flanagan!»
«Ti ho sentito, sai? Vaffanculo pure a te, ok? Non ho fatto errori, io, ok? La colpa non è stata mia! È che… i piccioni mi fanno… davvero, mi fanno proprio…»
«Che?»
«Non li sopporto, mi fanno schifo, ecco! Mio padre tornava a casa ubriaco e me le suonava, capisci?»
«E che c’entra, questo?»
«Come che c’entra? Me le suonava coi piccioni, no? Perché? A te non è mai capitato?»
Rizzo spalancò la bocca aperta e poi, ciondolando il capo, concluse: «Sei strano forte, amico, lo sai?»

I minuti caddero ritmici in successione. I due se ne rimasero a fumare ai loro posti senza aggiungere nulla. Poi Vinnie, spalancando improvvisamente la portiera, tornò a dare di matto.
«Ora basta, maledizione! Scendo a vedere…»
«Cazzo, amico», esclamò l’altro bloccandolo per un braccio e saettando fiamme dallo sguardo: «resta dove sei o quant’è vero Iddio…»
«Cosa? Che fai?»
«Provaci, ti dico, provaci e te ne pentirai, Vinnie!»
I due si scambiarono rapidi sguardi stillanti cattiveria pura, sul punto di scattare. Di colpo il trillo snervante del telefonino vaporizzò la tensione nell’aria. «È Sonny!», avvertì Rizzo affrettandosi a rispondere: «Sì, d’accordo, capo. Certo capo…».
Inforcando la pistola, Vinnie fissava il compare senza perdersene un cenno. «Va bene. Eseguiamo subito», stava dicendo ora quello prima di richiudere il cellulare.
«Si va?»
«Sta calmo! Il capo dice che ha provato a richiamarlo ma non risponde nessuno… dice di provare a suonare a casa». Neanche il tempo di finire la frase che Vinnie stese i piedi fuori dall’auto.
 «Ehi!», lo fermò Rizzo, «tu aspetta qui e non fare cazzate, ci vado io…»
Grugnendo e smanacciandosi ripetutamente il viso, Vinnie sacramentò in maniera oscena.

Rizzo lasciò la vettura e si diresse con affettata scioltezza alla porta di Jimmy Camorra. Suonò il campanello insistentemente, senza ottenere alcun risultato. Preoccupato, decise allora di tornare indietro. «Ci sta fregando, quel bastardo ci sta fregando!» pensò tra sé, e quando raggiunse la macchina, scoprì che Vinnie era scomparso. «Stramaledetto figlio di puttana!», borbottò.
Cacciando di nuovo il cellulare dalle tasche fece per chiamare Sonny, quando il suo pard ricomparve alle sue spalle. Si rinfilarono contemporaneamente nell’auto.
«Allora?», chiese Vinnie candidamente.
«Dove cazzo ti eri cacciato?»
«Sono andato a pisciare, amico… datti una regolata, ok?»
«È l’ultima volta che mi faccio rifilare un cazzone come te per lavori come questo…»
«Ti ho già detto di non esagerare, d’accordo? Sono un professionista, io», dichiarò Vinnie toccandosi il calcio della pistola, poi, assumendo una postura da duro, sbottò concentratissimo: «Novità su Camorra? Si è defilato?»
«Non lo so. Non riesco a capire… sembra non esserci nessuno in casa. Ma quand’è che è uscito? Siamo qua sotto dall’ultima volta che il capo è riuscito a rintracciarlo sul telefono di casa, e non ci sono altre entrate oltre al portone principale. C’è qualcosa di strano… magari il campanello è rotto!»
«See… quello stronzo ha capito tutto! Basta temporeggiare! Facciamo irruzione e vaffanculo!». Adesso Vinnie tirò fuori il ferro assieme a un grosso coltello da Rambo.
«Metti via quella roba, figlio di puttana! Non possiamo fare nulla di testa nostra, hai capito o no? Aspetteremo che il capo ci richiami…»
«Merda, merda, merda!»

Un minuto di silenzio totale si portò avanti sull’orologio mentre Vinnie si sbarazzava di un pacchetto vuoto di sigarette dal finestrino e ne apriva con voracità un altro. Poi inalò qualcosa dalla punta del dito. Quando riprese a parlare, le sue parole erano intervallate da rumorosi risucchi del naso.
«Ehi, Rizzo, com’è che sei finito nella banda di Sonny?»
«Bhà, non ci crederai…», sussurrò l’altro dopo un po’, indeciso se dargli la soddisfazione di tornare a considerarlo. «Avevo perso la testa per una delle sue mignotte. Volevo portargliela via, ma lui se n’accorse e mandò il vecchio Giamcana a sistemarmi. Giamcana però era stato il mio padrino e non ce l’ha fatta a farmi fuori. Finì che organizzammo un giro di scuse e tutto si risolse a mio favore. Così entrai nella banda…»
«E la mignotta?»
«Sta con Giamcana, adesso!»
«Bha! Femmine…»
Rizzo squadrò Vinnie con sufficienza. «Che diavolo vuoi saperne tu?», disse ridendo.
«Stai scherzando? Ho amato anch’io, che credi?»
Vinnie reclinò il capo sul sedile abbandonandosi ai ricordi, e un nodo gli attorcigliò lo stomaco quando ripensò a sua sorella Griselda. Non voleva farle male, quella volta, anzi, lui l’avrebbe sposata, ma il giudice non gli aveva creduto.
Il telefono trillò. Era ancora Sonny.
«Pronto, capo? Va bene…»
Rovistando nel cruscotto e tirandone fuori candelotti di dinamite e una bomba a mano, Vinnie si sporse verso il compagno e tornò a chiedere: «Irrompiamo?».
Rizzo lo guardò ormai rassegnato. «Ma sei davvero fuso di testa, cazzo! Metti a posto quella roba e vedi di controllarti. Sonny ha detto che manderà qualcuno ad informarsi e ci farà sapere…»
«Rizzo, mi hai veramente stufato. Ora io vado lassù da Camorra e gli pianto un casino, ok? E me ne fotto se quello risponde al fuoco, ok? Io sono un professionista!»
«TU SEI UN UOMO MORTO! Ti ho già detto di non procurarmi altri guai e sono pronto a stenderti seduta stante se continui a rompermi le palle…». Ora anche Rizzo aveva estratto una pistola puntandola alla tempia di Vinnie, il quale reagì al gesto facendo lo stesso al compagno; i due rimasero fermi congelati in quella posizione, ringhiando uno contro l’altro come cagnacci pronti alla rissa.

All’improvviso si udì una sirena e il fascio lampeggiante di un’auto della polizia illuminò per un attimo il volto sgomento dei due figuri che, ammansiti di colpo, s’irrigidirono sui rispettivi sedili mettendo le armi da parte e affogando lentamente nel proprio sudore. Quando la volante si fu allontanata, i due esplosero in un lungo sospiro di sollievo. Rizzo bestemmiò tra sé e sé una decina di volte mentre Vinnie, perso nella penombra, si accese una sigaretta lasciando cadere un fiammifero ai suoi piedi, vicino a uno dei candelotti.
Appena Rizzo se ne accorse, si voltò attonito a fissare il compare e, gettandosi entrambi febbrilmente sul candelotto in fiamme, le loro facce s’incontrarono per un’ultima volta. Poi non ci fu più niente da fare. Il rombo deflagrante di un’esplosione coprì le loro grida.
All’interno della casa, Jimmy Camorra si svegliò pigramente destato dal rumore, che nella sua testa era stato solo un tonfo attutito. Dopo aver sbadigliato si gongolò un po’ nel letto cacciandosi dei tappi di cera dalle orecchie. Lumò l’orologio sul comodino e fiaccamente sbuffò: «Devo smetterla coi tranquillanti! Questa roba mi manderà in pappa il cervello!»

Racconto apparso sull’ultimo numero di Coolclub.it

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...