Motus: Controcultura

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MOTUS
Speranze di germogli

Intervista a Mauro Marino di Giulio Schirosi

Un’avventura” chiamata Motus
Motus è un’avventura.
La decisione era quella di dedicare il pensiero, la vita, le azioni ad una pratica di comunicazione che riflettesse sulle modalità del linguaggio politico diventando un gioco creativo. Un gioco creativo, che realizzato unisce la grafica, la poesia e la necessità del ‘dire’, riflette sulla pubblicità, mettendo tutto insieme e costruendo un discorso.
Discorso che appartiene ad un gruppo: infatti quando è nato Motus era riferito ad una casa, in via Nazionale a Urbino; una casa che era a metà tra il centro storico di Urbino, la città ducale, la città rinascimentale e i collegi che erano un insediamento ultra moderno sulla collina di fronte, costruiti dall’architetto Carlo De Carlo per cui era un punto di forte innovazione. La casa di Motus, era in mezzo a questa strada ed era un po’ la sintesi fra quest’idea della città rinascimentale come luogo dell’incontro dello scambio, della comunicazione e il suo prolungamento nella modernità. Riflettendo su quello che era il movimento negli anni ottanta, nell’85, vi fu momento di rinascita e di consapevolezza. Un’idea di lotta trovo agibilità all’interno dell’università, dopo la fase del grande riflusso dei primi anni ottanta. All’interno di questo contesto di movimento nel nostro “nucleo familiare”, studenti fuori sede che abitavano insieme e condividevano quasi tutto, nasce l’idea di portare al movimento una comunicazione differente.

Fotocopiare!
Il supporto che si decise di usare era quello classico, del volantino, del foglio, del manifesto, però usando quello che consideravamo una sorta di elettrodomestico, la fotocopiatrice (certamente innovativo rispetto al vecchio ciclostile). Pensavamo che la fotocopiatrice poteva diventare l’elettrodomestico utile all’interno di qualsiasi casa che volesse comunicare con l’esterno. Perché alla fine una fotocopiatrice è uno strumento di stampa a portata di tutti, facilmente utilizzabile, basta riuscire a costruire delle buone matrici, far nascere delle copie, moltiplicare questa matrice e portarla nel gioco della comunicazione attraverso l’affissione sui muri.Questa era l’idea che mosse Motus all’inizio ( da tener presente che ancora il PC non era diffuso nelle case, non era ancora uno strumento ordinario, consueto).

Il “nucleo familiare”
Il gruppo che animava Motus era abbastanza equilibrato, perché era composto da un appassionato di grafica, che ero io, da un buon filosofo-pensatore che era Stefano Raia, da Palermo, da un’altra buona pensatrice e buona penna che era Anna Terni di Vigevano e da un grandissimo uomo di fatica e generosità che era Claudio Sagripanti di Macerata. Tutte persone con le quali per due anni ho vissuto quest’avventura chiamata Motus.
L’esperienza di Motus si riferiva sia a delle questioni riguardanti il movimento, all’interno di una d’idea di lotta e di proposta nell’università d’Urbino, ma ben presto l’idea fu quella di confrontarsi con i temi che la cronaca ci presentava giorno per giorno nel nostro essere attenti alle cose. Per cui Motus divenne nel giro di pochi mesi un vero e proprio giornale. Insieme al Il Resto del Carlino, insieme al L’Unità, insieme al Il Manifesto, insieme a La Repubblica, la gente aspettava il foglio di Motus. Perciò in qualche modo in quegli anni, che sono l’85-86, ci siamo confrontati con temi anche molto gravi tipo Chernobyl, la strage dell’Aiselle, l’elezioni politiche. Per cui la nostra opinione, affianco delle firme del ‘giornalismo noto’ era una co-opinione attesa. Questo fu dovuto al fatto che il taglio delle locandine che noi presentavamo al pubblico era un taglio che lavorava su delle sospensioni poetiche. Non voleva mai spiegare una posizione oppure affermare una linea di comportamento, ma più che altro l’idea era quella di seminare dei segni che potessero sollecitare un’apertura di pensiero rispetto a delle questioni. Devo dire che fu un esperimento ben riuscito perché intorno ai quattro fondatori di Motus si aggregò un’area molto nutrita e vasta di giovani studenti, provenienti dall’area più interessante e attiva dell’università d’Urbino. Un gruppo di poeti che erano capitanati da questa strana coppia, Enzo e Enzo, che costituirono questo primo nucleo di riflessione sulla poesia e da un altro nucleo che rifletteva sulla musica e sul teatro; per cui da quattro che eravamo all’inizio, ben presto il nucleo si allargò, inspirandosi alla vita culturale e underground della città.

Urbino & Motus
Urbino aveva la caratteristica di città rinascimentale, chiusa nelle sue mura e avendo noi pochi mezzi a disposizione, decidemmo di usare un tipo di comunicazione che non fosse dispendiosa. Però l’intuizione fu quella, all’interno dell’università, di non costruire un tipo di battaglia rivendicativa, noi non facevamo delle proteste, ma facevamo delle proposte. Questo cambio di strategia all’interno del movimento aprì una relazione differente, per esempio con il Rettore, che era Carlo …, il quale preso alle strette dalla bontà delle proposte che noi facevamo, non poteva mai negarci nulla. Si aprì così una stagione in cui ci si confrontava in maniera trasversale e trasdisciplinare. Per cui all’interno dell’’università d’Urbino arrivavano gli studenti della scuola di grafica di Isìa e quegli dell’Accademia. Si costruì così questo collettivo con più facce, che riusciva ad avere una praticabilità di luoghi e di spazi che prima era in qualche modo negata o limitata. L’esperienza, quella che più mi riguarda, quella della produzione delle fotocopie è poi continuata oltre Urbino. A Urbino ha avuto questo momento di nascita, di riflessione, di affinamento di una strategia che voleva mettere in campo dei valori culturali, lavorando su un’idea trasversale del discorso e della lingua della cultura. Quindi un piccolo foglio A4 o A3 potevano diventare un luogo dove i linguaggi si univano in maniera trasversale mantenendo ognuno la sua autonomia, la poesia, l’immagine, l’articolo giornalistico, i piccoli flash dei titoli dei film, era un campo di immaginario che in qualche modo prefiguravano quello che è una pagina web di adesso, di un sito. L’idea era quella di far implodere all’interno del perimetro del foglio, una forte suggestione, una forte relazione tra significati diversi. Questo è un tipo di linguaggio che è poi continuato oltre le locandine affisse sui muri, è continuato in una pratica che mi contraddistingue nell’operare creativo-artistico, che è l’idea della spaginatura di un discorso mai formalizzato ma capace di sostenere le varie discipline dell’agire creativo di tenerle insieme dentro l’idea una pratica che attraverso la costanza costruisce le opere.

85’ – La storia e la nascita di Motus

Sicuramente l’85 non è un anno casuale, è un anno in cui Motus incomincia a muoversi. È infatti nell’esatta metà degli anni 80, anni di riflusso, rispetto a quella che era stata l’esperienza precedente dal 68 al 77, periodo in cui i movimenti in Italia fioriscono, hanno una grande forza, un grande controllo in diverse situazioni come movimento studentesco in particolare, che nella sua nascita ha un momento di impennata negli anni ‘60 e di chiusura nel ‘77 . Il ’78, anno del rapimento di Aldo Moro chiude un po’ una fase di movimento e pone il movimento di fronte a delle questioni come il terrorismo e del dilagare dell’eroina in quegli anni in Italia. 78 79 80 l’eroina prende piede in Italia su un movimento che viene sconfitto nell’ipotesi di poter affermare un concetto creativo di politica. Il 77 è stato il momento in cui in Italia è fiorita un’ipotesi di superamento del concetto ideologico della politica.
Bologna, Roma hanno rappresentato un momento forte di riflessione. Moltissimo a Bologna, in questo periodo, si sono visti parecchi film su Radio Alice e tutto l’aggregato che intorno a radio Alice si muove, penso a Bifo, a … in Francia, che riflettono sul movimento Bolognese, agiscono un’ipotesi di superamento dell’ideologia legata alla politica, ponendo la questione dell’agire creativo, artistico come linfa di una critica sociale. Però sono dei movimenti che di fronte a quest’azione violenta che il movimento genera non regge a questo livello di scontro. In fondo, io penso, che negli anni ‘70 chi ha scelto la linea armata della politica, non ha fatto altro che fare il gioco dello Stato, perché ha dato modo allo Stato di poter costruire un’azione repressiva così forte da annientare i movimenti. Azione repressiva che sicuramente si serve anche dell’eroina, come è stato anche nei movimenti americani, non è una novità che la diffusione delle sostanze stupefacenti servisse a una logica di controllo da parte dei governi.

Fino all’88 l’esperienza di Motus rimane a Urbino e si sviluppa su un asse bolognese. Inizia ad uscire dal foglio, dal recinto di un A4 o di un A3, per costruire eventi che avessero la stessa qualità trasversale, di implosione di segni che aveva la pratica di Motus con le fotocopie.
Nasce un’agenzia di produzione di eventi che si chiamava “Affreschi e Rinfreschi”, all’interno del Qbò di Bologna, un ex cinema, dove abbiamo cominciato a costruire degli eventi che mettevano insieme molte esperienze artistiche differenti. La prima era dedicata al futurismo, si chiamava “Zan Tum Tum, ti ricordi di Marinetti?”, non so perché ma agì un poco prima che la Biennale dedicò un anno dopo, con lo stesso titolo tra l’altro, una grossa mostra al futurismo.
Cominciammo a costruire questo manifesto d’intenti, che dalla fotocopia stava diventando un aggregato un po’più largo.
Quella festa fu particolare perché era dedicata alla poesia, c’era Piero Pelù, Fiumani, Ringo il batterista dei Litfiba, che leggevano le loro poesie, c’erano i poeti di Urbino….era un grande casino di lingue che interagivano costruendo l’evento.
Per me quel tipo di pratica è continuata. Naturalmente le storie di ognuno si sono separate: chi si è laureato, chi si è sposato, chi è rimasto a Urbino.

Motus e il Salento
Per me invece l’esperienza di Motus è rimasta un’esperienza significativa che in qualche modo continua, anche se non uso molto spesso il logo di Motus, ma continua con l’esperienza a Lecce del “Fondo Verri” che in qualche modo è una sintesi dell’idea della spaginatura, del teatro, della grafica, del fare mostre, dell’incontrare poeti. Al servizio di quello che considero come movimento molto attivo in questo momento nel Salento. Il Salento è uno dei territori più fiorenti del panorama mediterraneo, italiano e europeo. Mentre quando ero studente a Urbino, la sponda del movimento, delle tendenze, dei consumi e la moda era Bologna, un poco era ancora Milano, che era stata precedentemente una delle sponde più forti. La motivazione culturale di questi luoghi man mano si è impoverita. Se consideriamo che Milano, che era una delle patrie della cultura negli anni 50 e 60, e adesso esprime pochissimo se non la moda, se non i grandi consumi, ma pochissimo a livello di sostanza culturale, di cultura popolare. Oppure se consideriamo Bologna nel suo impoverimento di esperienze. E se consideriamo come Bologna e Milano si rapportano al Salento riconoscendolo come sponda creativa, noi non dobbiamo fare altro che considerarci nel fatto che siamo riusciti finalmente a portare l’attenzione su di noi. Ma non perché finalmente è arrivato il momento, ma perché questa cosa ce la siamo guadagnata. Io considero che Lecce, il Salento, non è mai stato fermo o marginale nella produzione culturale. Da quando io vivo con attenzione i movimenti culturali in questo territorio, mi sono sempre trovato a confrontarmi con temi alti. È come se in altri luoghi si sia svuotata questa tensione propulsiva, e qui finalmente è arrivato il momento di dichiararci, come lingua, come capacità d’analisi, come capacità di proposizione di margine creativo, tentando di proteggere quella qualità. Oppure tentando di proteggere gli elementi significativi del nostro fare cultura, che ci sono, ci sono tutti. Per esempio, ora i grandi registi si accorgono della particolarità della luce del Salento, ma noi la conosciamo benissimo la luce del Salento! Tutti si accorgono del valore musicale di questa terra, ma noi lo conosciamo benissimo il valore culturale di questa terra! Lo portiamo, siamo testimoni.
Io valuto che fino adesso si è fatto un buon lavoro.
Anche per me l’esperienza di Motus traslata poi nel Salento, è divenuta molte cose. Cito il Fondo Verri perché è la cosa che costruiamo quotidianamente, ma tantissime sono le esperienze che l’hanno preceduto e che sono significative per un lavoro di attenzione e di continua costruzione di aggregato intorno ai valori di una produzione culturale.
Il discorso di non fare un gioco mercantile che significa svuotare di senso tutto ciò che abbiamo creato, che il ‘900 ha creato. Credo che sia un percorso tutto all’interno del ‘900 quello dell’evidenza del Salento. Il dopoguerra, le lotte contadine, l’occupazione delle terre, hanno cominciato a costruire una tessitura, un valore della cultura popolare, che finalmente è arrivata ad aver i Sud Sound System, i Negroamaro, Edoardo Winspear, Paolo Pisanelli, delle persone capaci di fare sintesi, una sintesi creativa e di avere dei prodotti capaci di confrontarsi con il grande mercato. Il discorso è di riuscire a mantenere sempre questa dignità, di non farsi manipolare o stritolare dal mercato, ma di mantenere questa dignità produttiva capace di tutelarsi, di curarsi continuamente.
Sicuramente il problema è quello del rapporto con la politica, con l’agibilità reale di questo movimento culturale. Prima ho fatto dei nomi, i nomi sicuramente più alti, ma non sono gli unici, c’è tantissima altra gente che ormai è a un livello alto della produzione culturale. Tutti questi sono stati capaci di costruirsi un’autonomia. Il problema è sempre con il rapporto della politica che dicevo prima, dell’agibilità culturale reale all’interno di questo territorio, che ha dei grossi limiti.
In questo intento di promozione del territorio, la politica ha privilegiato le punte alte, che poteva dare un ritorno di immagine più immediata, chi poteva essere utile alla promozione territoriale. Dal mio punto di vista le cose dovrebbero cambiare: visto che secondo me è oggettiva la qualità creativa del territorio, che un movimento è fiorente, la politica dovrebbe cominciare ad affinare degli strumenti di attenzione più diffusa, dovrebbe cominciare ad avere degli osservatori più capaci di cogliere i punti di fioritura di questo grande campo che può essere la creatività salentina, per poter portare una cura diffusa alle necessità di questo movimento.
Che voglio dire? Mancano i luoghi che siano capaci di accogliere esperienze, ma non solo di accoglierle per metterle in scena, di accoglierle per costruire laboratori, per costruire scambio, per costruire quelli che in industria si chiamano incubatori di una filiera produttiva. Se noi pensiamo che la cultura ha una sua filiera produttiva dobbiamo costruirci dei meccanismi che, all’interno di questa filiera producano la qualità del prodotto. Per cui l’attenzione della politica dovrebbe essere rivolta in maniera più diffusa alla fioritura culturale.
Naturalmente ci sono pure differenze di amministrazione, qui non voglio entrare tra le differenze di politica culturale tra Comune, Provincia, vari tipi di amministrazione. Penso che sia un discorso da generalizzare proprio perché è importante sollecitare tutta la politica a questo tipo di valore della produzione culturale. Proprio per poter garantire una tutela territoriale che non è quella dello svendere il Salento, ma lavorare sull’idea della valorizzazione, anche perché io considero questo, come momento storico, un momento storico di svolta. Noi non possiamo continuare a consumarci e a consumare. Dobbiamo pure essere capaci di praticare delle rinunce di andare a curare quello che prima pensavamo di buttar via. Una sorta di autarchia che vive nel valore culturale e che gode del valore culturale, proprio per sottrarsi a un’idea mercantile del consumismo, che non serve più al mondo!

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