Antonio Errico: Viaggio a Finibusterrae

 

La metafora immensa di Finibusterrae
di Rossano Astremo

È un piccolo libro pieno di gemme preziose questo “Viaggio a Finibusterrae. Il Salento tra passioni e confini” (Manni) di Antonio Errico. Le gemme preziose sono le parole che lo innervano, incastonate con la bravura che solo un artigiano dotato di rara sensibilità possiede. E quando l’artigiano fa affiorare la sua sensibilità sboccia magicamente l’arte.
Di cosa parla Errico? Con ossessione ruota attorno a Finibusterrae, l’estremo lembo geografico dell’Italia, dove lo Ionio e l’Adriatico si uniscono e confondono. Non è però questo connotato luogo geografico che ad Errico interessa. Finibusterrae nel suo immaginario diviene una sorta di metafora d’ampia portata attraverso la quale parlare del Salento tutto, dei suoi luoghi, della sua gente e dei suoi scrittori. Ecco quindi soffermarsi sul silenzio di Otranto, sulla luce di Castro, sulla malinconia di Santa Cesarea, sulla bellezza annichilente di Santa Croce (“Santa Croce sembra che racconti l’infinito. Che di esso voglia darne rappresentazione. Che intenda figurare l’assoluto. Attribuire visibilità all’invisibile, plasticità all’aria, una densità all’impalpabile”), sulle architetture magniloquenti ed effimere (“Qui, in questo sud del sud, il barocco è una condizione dell’anima. È l’identità del tempo scolpita nella pietra, quasi con la pretesa di eternarsi. In quelle figure dell’identità ci riguardiamo per cercare di rintracciare nella loro espressione il senso del tempo che è statoprima del tempo che adesso viviamo), sulle mille contraddizioni di Lecce (“Lecce ha saputo espandersi, ampliarsi, ma non ha saputo crescere forse. È rimasta avvinghiata ad una mitologia di se stessa, stupefatta della sua stessa bellezza”), sui fari la cui luminosità contrasta col buio delle notti, sulla nostalgia che ha nobilitato la scrittura di Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Salvatore Toma, Antonio Verri e Claudia Ruggeri e che pervade tuttora i giovani scrittori (“Ma ancora qui, a Finibusterrae, non c’è poesia che non si confronti con una nostalgia della terra e delle sue creature”), sulle parole che inondano le piazze dei paesi (Il tempo della piazza era sospeso tra una memoria ed una distrazione, tra una realtà ed una sorta di finzione di scena”).
A Finibusterrae, questo luogo dell’anima, questo pensiero che si muove tra un confine reale e uno sconfinamento immaginario, abita anche la scrittura: “Perché la scrittura adora il movimento lungo gli argini frananti o tra il pietrame di quelli già franati; predilige l’aggirarsi tra i resti di città scomparse, per luoghi fantasmatici; trova la sua condizione naturale sui luoghi di confine, ai limite delle cose, alla frontiere delle realtà e del senso; ricerca e inventa – o simula – un’esperienza di viaggio tra i territori dell’esistere e quelli del narrare”.
Ancora una volta in Errico, come già avvenuto nel precedente “L’ultima caccia di Federico Re”, la scrittura si fa metascrittura, riflessione sulla stessa, sulle sue potenzialità, sulle sue ossessioni, sui suoi limiti, sulle sue degenerazioni.
Proprio come il suo amico e “maestro” Antonio Verri, di cui Errico è unico erede spirituale.

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