Babsi Jones, Sappiano le mie parole di sangue: da oggi nelle librerie

 

 tratto da SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE

di Babsi Jones

Non è cambiato un cazzo dal 1389, Direttore: la narrazione tragica non prende alcuna direzione; solo una rapsodia reiterata, con gusle monocorde, da secche labbra di vecchie zoppicanti e di ragazzi brufolosi e sbronzi che vanno mugugnando a destra e a manca un incessante mantra: l’afflitta madre dei nove prodi Jugović ha supplicato Dio poiché le desse in dono gli occhi del falco, la vanitosa coda del cigno virginale, e va furiosa per la vasta terra di Campo dei Merli alla ricerca della sua prole assassinata; e poi colombe, aquile a più teste, e gazze, e corvi. É una mitopoiesi ornitologica e sfinente: si schiude l’uovo, qualcosa pigola, quindi si spiuma, si alza e decolla, sgancia le sue cagate molli sopra le maniche delle bluse stinte, poi plana al suolo: e cova un’altra apocalisse, munita di artigli coriacei e becco ricurvo. Claudicanti, sdentati, infagottati in paltò post-titoisti, i bardi ingloriosi continuano il lavoro: ognuno è impresario di se stesso, pronto a indossare i panni dell’Amleto che celebra un passato secolare e porge ai posteri un futuro già impossibile: il piano temporale si è fottuto, e qui rivivono ogni mattina un 15 di giugno; il Padre chiama alla vendetta, il tempo è un silenzio elastico che riesce a contenere tutte le nenie morte, e zero narrativa.
Di Lazzaro, il vero principe sconfitto, non si sa molto: dei trentacinquemila guardiani della soglia e della Croce disposti a immolarsi pur di fermare i turchi decisi a triturare questo arto sinistro dell’Europa fino a incularsi Vienna non restano che crani sottoterra.
Venti milligrammi in sottocutanea bastano perché io veda – come un fiotto bollente che dall’addome sfocia nella rètina – la strage di migliaia di soldati che vanno, verso la tomba come verso il letto, dove combatteranno per due sassi. Io vedo Lazzaro, così emaciato e glabro, che si alza – Cristo! – e si mette a passeggiare fra le lapidi; molti uccellacci neri, vedo, in volo verso il cuore decadente degli Asburgo, e dal centro geometrico del luttuoso stormo, vedo una colomba che scatta contromano; in serbo ha un messaggio di sconfitta eterna, e io vorrei saperlo: nei Balcani vale la pena di morire nel nome impronunciabile di Gerusalemme? Lazzaro, nobile principe, qual è il regno che vai desiderando? Se sceglierai quello dei cieli, sconfitto sulla terra, innalza sulla collina un monumento il cui pianale sia di seta e porpora, e accetta la tua fine. Traduco la leggenda malamente, così come l’ho udita, Direttore: di grammo in grammo, di riga in riga, riprendo le parole e le riassemblo, restituisco loro un senso provvisorio: lo strazio di spiegare cosa ci faccio qui, a mescolarmi a un popolo di nuovo in fuga dai pashalik e dai martiri di Allah, duecentomila giorni dopo la Grande Battaglia Persa, come se io fossi l’ultima Cassandra disponibile.

[ PLAY | 6.47mb | 4 minuti e 42 ]

[pag. 26 di “Sappiano le mie parole di sangue”, © Rizzoli 24/7]

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