Jack Keruoac senza casa, senza patria

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Kerouac, viaggiatore solitario senza branco

di Matteo Guarnaccia

L ui, povero Jack Kerouac, il tosto proletario franco-canadese con le mani da boscaiolo, voleva solo diventare uno scrittore, godere di una tranquilla rispettabilità da intellettuale, essere preso sul serio dalla critica e riuscire a mantenere sua madre. Per singolari coincidenze storiche – purtroppo per lui, e per fortuna di una generazione – tutto quello che riuscì a diventare fu una leggenda, il Re dei Beat, il Marlon Brando della macchina da scrivere. Dal momento della fama (1957) alla sua morte (1969) aveva messo in atto una dolente strategia per scomparire dall’ottuso circo mediatico che stava divorando, a colpi di banalità (sesso, droga e jazz) l’essenza della sua ricerca esistenziale. L’alone mitologico dentro cui l’avevano imprigionato, gli andava disperatamente stretto. Sentiva che il suo stile di vita era destinato ad essere assorbito dal sistema, a trasformarsi in qualcosa di fasullo, in un prodotto.
Breve digressione: il manoscritto originale di On The Road è stato venduto qualche anno fa per 2 milioni e duecentomila dollari; il suo impermeabile è stato acquistato per 15mila dollari da Johnny Depp; la squadra di baseball della sua città natale, Lowell, Massachussetts, ha messo in vendita delle bamboline con le sue fattezze; l’azienda italiana Hogan ha prodotto in occasione dell’anniversario dell’uscita di On the Road , una linea di accessori “Jack Kerouac Project”, definiti «preppy nomad appeal», 1290 $ una borsa da viaggio, 475 $ un paio di scarponi da lavoro, 1590 $ un giubbotto di pelle…
Sprofondando sempre più in un amaro isolamento sociale, si era rifiutato di interpretare l’accomodante figura del ribelle, scrivendo altri libri (magnifici o appena sufficienti) e intraprendendo un lento suicidio etilico. Non riusciva a credere che la trascrizione di una sua avventura giovanile, in cerca di Dio, di se stesso, di visioni o di qualunque altra cosa potesse allontanarlo dal Sogno Americano e avvicinarlo alla beatitudine e all’innocenza perduta dell’America, fosse diventata un manuale d’uso per centinaia di migliaia di giovani scapestrati desiderosi di replicare le sue gesta.
L’unico altro precedente storico di virulenta epidemia emulativa scatenata da un libro era stato I dolori del giovane Werther di Goethe, ma a differenza dell’autore della Sturm un Drang, l’opera di Kerouac non aveva ispirato melanconie devastanti e suicidi, ma una voglia insensata di mollare tutto e andare per strada. Due battute del suo romanzo On the Road , contengono tutta l’angst esistenziale degli anni Sessanta. «Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo». «Per andare dove, amico?». «Non lo so, ma dobbiamo andare».
Quello che i giornali chiamavano «l’Omero in blue jeans» era stato il primo ad intuire e a dare forma ad un nuovo appetibile mondo tra estasi e anarchia, fatto di nomadismo, ribellione, misticismo fai da te in opposizione al gelo del Moloch consumista. Non era piacevole per un uomo cresciuto sotto Eisenhower, una specie paradossale di patriota che credeva fermamente nelle antiquate virtù del suo paese, aveva un imprinting cattolico assai sviluppato in tema di “sensi di colpa ed espiazione”, per un mammone oppositore del comunismo, riconoscere che quei ragazzini protestatari, scalzi, capelluti e scappati da casa fossero i suoi figlioli – seppur illegittimi. Era difficile ritenersi l’ispiratore di Bob Dylan.
Mentre per gli altri suoi fratelli/complici/amanti della confraternita beat fu abbastanza naturale adattarsi agli anni Sessanta, diventando figure di primo piano nella scena controculturale, per lui, il gap era insormontabile. Allen Ginsberg era diventato l’essenza stessa del flower power; Neal Cassady, il suo doppio spirituale, si era unito alla banda dei Merry Pranksters (gli allegri burloni), la congrega di spericolati pionieri dell’uso ludico e avventuroso dell’LSD guidati dallo scrittore Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo .
Jack era preoccupato per la svolta nella vita di Neal, era convinto che quel gruppo di scombinati che giravano il paese su un bus che portava l’indicazione “Più Oltre”, montando happening e ingollando acidi sciolti in un bidone pieno di aranciata effervescente, lo avrebbero rovinato. Fu per fargli piacere che nel 1964 si lasciò trascinare ad un party organizzato in suo onore a New York dove i Merry Prankster, vestiti come dementi (per uno che non aveva mai abbandonato la camicia di flanella e dei pantaloni sformati) gli misero addosso, a mo’ di mantellina, una bandiera americana. La cosa lo offese particolarmente, non capiva quei giovanotti che si divertivano un mondo, si tolse la bandiera, la piegò religiosamente e la mise da parte, lui non poteva mancare di rispetto a quel simbolo.
Per quanto concerne la fede naif sulle potenzialità liberatorie dell’acido lisergico, all’entusiasmo di Ginsberg sul satori “istantaneo” – senza subire le mortificazioni di San Giovanni della Croce – aveva risposto con la famosa frase: «Non si può imparare a camminare sull’acqua in un solo giorno». Dopo aver provato la psilocibina fornitagli da Timothy Leary, nel quadro di un esperimento clinico sponsorizzato dal Governo, aveva raccontato che gli effetti più profondi erano stati, l’aumento dell’amore verso sua madre e l’essersi sentito «fisicamente forte e arrabbiato contro gli atei che combattevano il cristianesimo – perché in realtà la lotta tra comunismo e capitalismo è una lotta tra ateismo e gnosticismo». Con Kerouac il garrulo Leary ebbe il primo bad trip della sua vita, la melanconia francese mal si adattava alla visione spettacolare dell’esperienza psichedelica. Jack non lo prendeva sul serio, continuava a bere vino rosso e a dargli del gesuita. Era distante dai pacifisti che bruciavano le bandiere, dai giovani che rivendicavano il loro essere minoranza oppressa (lui che aveva frequentato gli afro-americani e amato Charlie Parker come un Dio, in tempi non sospetti, non poteva che ridere di quelle pretese). Era diffidente persino del suo sponsor italiano, Fernanda Pivano, che in un attacco di paranoia definì «spia comunista ebrea».
C’è qualcosa di simbolico nel fatto che il padre riluttante della controcultura, nel 1942, avesse fatto il manovale nel cantiere di costruzione del Pentagono (ascoltando incantato il blues cantato dai suoi colleghi di colore) quello stesso edificio sede dei comandi militari delle forze armate americane che il suo amico fraterno Allen Ginsberg avrebbe cercato di far levitare nel 1967 per cacciare i cattivi spiriti della distruzione che lo infestavano.

Questo pezzo è apparso ieri sul numero di Queer dedicato a Jack Kerouac

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