Dizionario affettivo della lingua italiana

 

tratto da Dizionario affettivo della lingua italiana

Vocabolario

di Gemma Gaetani 

La parola che preferisco della lingua italiana è vocabolario, perché è una parola che indica una cosa che contiene tutte le parole; e a me piacciono le parole, moltissimo. Talvolta più delle persone. Perché a volte le persone usano male le parole, le usano senza verità (verità è un’altra parola che amo molto), cioè senza che alle parole corrispondano, prima o dopo, cose che a quelle parole di fatto corrispondono. Infatti “Io ti voglio bene, io ti amo” dicono a volte le persone, ma poi una sera magari sono ubriache marce e ti prendono a pugni fortissimi sulla nuca. E forse allora vuoi più bene tu che non restituisci quei pugni, scappi via e non presenti una querela, non chiami il 113, semplicemente corri al pronto soccorso, ti sottoponi alle cure necessarie e poi torni a casa, magari a riflettere sul significato della parola bene, perché il collo ti fa piuttosto male, il collare ortopedico che ti hanno dovuto mettere stringe, e irrita la pelle del mento, e non hai voglia di fare molto altro oltre a pensare. Pensare anche che nel vocabolario le parole possiedono il loro vero significato, di ogni parola lì si possono rintracciare la carta d’identità e le istruzioni per l’uso, il fatto a cui dovrebbero corrispondere. La parola amore, per esempio, nel mio Novissimo dizionario della lingua italiana Palazzi-Folena, è “un profondo sentimento di affetto per una persona che si manifesta generalmente in un disinteressato desiderio di farle del bene e in un bisogno di vivere con lei”, e voler bene significa amare. Sferrare dei pugni non è sinonimo di fare del bene nel vocabolario. Nel vocabolario tutto torna, ogni parola lì è perfettamente la cosa che indica, il vocabolario è una sorta di mondo ideale. Anche cosa, parola e ideale sono parole che amo moltissimo. Sono le 20:19 di giovedì 21 dicembre 2006 e questo vocabolario di cui sto scrivendo oltre che una parola è una cosa, vera, che ora si trova alla mia sinistra, con l’angolo destro poggiato sul mio portatile. L’ho preso nel posto in cui lavoravo molti anni fa. Doveva essere buttato perché era vecchio ed erano arrivati i nuovi. Ma io ho provato pena per tutte quelle parole che sarebbero state gettate via come cartastraccia semplicemente perché erano state stampate nel 1974, rivedute e corrette dopo la prima edizione del 1939. E così me le sono portate a casa. Da allora viaggiano sempre con me, in ogni casa in cui vado ad abitare quelle parole traslocano con me insieme con tutte le altre cose che compongono me e la mia vita. Sì, forse ho commesso un furto, come mi spiegano le sue pagine ingiallite dai decenni forse mi sono impossessata “della cosa mobile altrui”, forse l’ho rimossa dal luogo in cui si trovava “senza il consenso del proprietario”. Eppure io so che tutte le parole che ci sono scritte dentro, soprattutto quelle che dalle edizioni successive sono state espunte perché desuete, se potessero parlare autonomamente, senza bisogno di qualcuno che dia loro vita, mi direbbero grazie, ovvero direbbero il “ringraziamento di un beneficio ricevuto”. Quando afferro una manciata di pagine dai bordi e leggo la prima parola che mi capita sotto gli occhi ed è la parola giustizia, ne sono certa, perciò sorrido alla vecchia parola giuoco, poco lontana, nella pagina accanto.

 

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