William T. Vollmann: oltre la disperazione

 

tratto da Puttane per Gloria

di William T. Vollmann

Al Rosa Nera
In uno di quei giorni in cui alle due del pomeriggio era come se fosse ancora mattina, perché Jimmy si era svegliato scosso da conati di vomito e il solo pensiero di una birra quasi gli procurava un vero attacco di vomito, in uno di quei giorni Jimmy se ne stava seduto al Rosa Nera a bere succo d’arancia annacquato e pessimo succo di pomodoro, quando una puttana gli si avvicinò chiedendogli un quarto di dollaro per fare il bucato e Jimmy concluse che gli sarebbe costata più fatica liberarsi di lei che non darle il denaro, e intanto la striscia di caratteri luminosi sullo schermo del video diceva CECILIA-CECILIA-CECILIA, quella stessa Cecilia che stava dietro al banco e, quando Jimmy era entrato nel locale, gli aveva sussurrato Ciao, piccolo, e ora Jimmy non sapeva più se fosse lì da parecchio o se fosse appena arrivato, ma restava il fatto che Cecilia aveva un aspetto così morbido e adorabile con quel suo golfino (Jimmy, però, sapeva che Cecilia era un uomo), mentre arrancava avanti e indietro portando secchi pieni di ghiaccio tritato che versava nel frigo della birra e gli uomini con i cappelli da cowboy sedevano fra le ombre del retro accompagnando con oscillazioni del capo il ritmo della musica country e fuori invece il sole splendeva tanto caldo e luminoso che il fetore di piscio di Jones Street aveva dato a Jimmy UNO (1), DUE (2), TRE (3) conati di vomito…, in uno di quei primi pomeriggi mattutini, dunque, Jimmy decise di ubriacarsi, non solo fino al punto in cui ci si gode la vita (e qui Jimmy sogghignò, e Cecilia lo ricambiò con un sorriso), non solo fino al punto in cui, per esempio, avrebbe potuto metterlo nel culo a Cecilia senza preservativo, non solo fino al punto da sentire un ronzio d’api nelle orecchie e risvegliarsi nell’ennesimo posto sbagliato mai visto prima, con le pareti tappezzate di insetti spiaccicati e magari uomini in piedi che ti fissano dall’alto in basso, fra le loro labbra il vuoto lasciato dai denti sprofondati in chissà quale gorgo di alcol e sulla tua faccia ancora una volta il tuo vomito freddo e appiccicoso, quel vomito che era la materializzazione del disgusto che Jimmy provava per se stesso quando si ritrovava con gli occhi in fiamme, la gola in fiamme, lo stomaco che si contorceva come una seppia dilaniata dai sensi di colpa, ogni muscolo del corpo indolenzito, e i conati di vomito che gli pulsavano dentro come i battiti del cuore, proprio come il giorno prima… No, voleva piuttosto ubriacarsi al punto da riuscire a stabilire con certezza matematica l’esistenza delle puttane che lo circondavano. (A Jimmy le puttane erano sempre piaciute.) Cominciò, dunque, a bere. Questo tipo di ubriachezza richiedeva più alcol del tipo stordente, l’alcol però doveva essere diluito nel tempo. Bevve la sua prima Budweiser e poi ne bevve una seconda. Bevve la sua prima Corona con una fetta di limone e lì si fermò, perché la Corona era più costosa: era forse per questo che l’aveva scelta, quando lui le aveva detto Ti offro un drink, Cess? Quant’era la sua percentuale? Dieci, venti, trenta per cento? E lui le aveva dato anche la mancia. Jimmy avrebbe preferito rimanere al verde piuttosto che non lasciare la mancia. Il suo amico Codice Sei che conosceva tutti i modi di prendersi gioco di qualcuno riteneva che Jimmy fosse troppo tenero, ma lui gli rispondeva sempre che anche le bariste dovevano guadagnarsi da vivere. Se io do loro la mancia, aggiungeva poi, loro mi guarderanno. Ti guarderanno senz’altro, diceva Codice Sei. Te e il tuo portafoglio. Se sul tuo portafoglio spuntano dei foruncoli, loro li schiacceranno per te. Sicuro che non vuoi un’altra Corona, tesoro? chiese Cecilia. No, grazie, le rispose Jimmy, sai come va a finire, poi, quando hai i postumi della sbronza: quel limone ti riduce i denti peggio che se ci avessero passato la carta vetrata. Se al posto di Jimmy ci fosse stato chiunque altro, Cecilia avrebbe probabilmente detto Su, dai, te ne do una senza limone. Ma Cecilia non faceva mai pressioni su Jimmy perché lui era un generoso. Forse non era il suo migliore cliente, ma era senz’altro un buon cliente. Jimmy si fece un whisky e la sua terza Budweiser. Una volta che non era in servizio, Cecilia gli aveva offerto un whisky, ma Jimmy non era sicuro se fosse accaduto questa volta o quella precedente. Comunque, ecco che ora il bicchierino di whisky stava appoggiato su un tovagliolo pulito proprio sotto il suo naso, e sul bancone non si vedeva traccia del suo denaro, il che doveva significare che l’ultimo giro non lo aveva ancora pagato. Più meravigliosa del luccichio delle monete da un quarto di dollaro sparpagliate sul bancone era la sensazione che ci fosse qualcos’altro da poter ricordare più tardi, e ancora più meraviglioso di questo era il modo in cui Cecilia si prendeva cura di lui, come scattava a sostituire il tovagliolo con uno nuovo e pulito ogni volta che lui lo spiegazzava, come spazzolava via le briciole, o gli accendeva la sigaretta. L’energia fluiva in lui a ogni birra, sempre di più, finché ogni cosa cominciò ad apparirgli allegra, sempre più allegra, e anche allora l’energia continuò a irrompere in lui come quegli uomini malvagi dal cranio rasato che, per la gioia di tutti, facevano irruzione in altri bar con le loro magliette da bomber. Diceva Poe: Erano questi i giorni in cui il mio cuore pareva un vulcano
Con fiumi di scorie che scorrono,
Con i getti di lava che ribollono senza sosta
Le loro sulfuree correnti giù per lo Yaanek,
Fino alle regioni più remote del Polo,
E ruggiscono mentre lambiscono i fianchi del monte Yaanek,
Nel regno del Polo Nord.

Ora Jimmy era davvero felice sebbene per un istante avesse pensato di aver tradito qualcuno, così felice che si era innamorato di Kelly, il cui bellissimo volto nero non sembrava quello di un uomo finché rimaneva dietro il bancone (la penombra dei banconi dei bar ha un suo perché), e poi Jimmy si era innamorato di Cecilia, che era così dolce con lui e gli aveva promesso che l’avrebbe tenuto su, ma anche Regina, la barista del momento, era così adorabile che Jimmy avrebbe voluto baciarle la faccia nera, e invece le baciò la mano. Ma arrivò Phyllis, una grassa puttana portoricana eroinomane, che probabilmente era davvero una donna, si sedette fra Jimmy e Regina, diede una strizzatina ai loro uccelli, cinse le spalle di entrambi con le sue pesanti braccia muscolose, offrì loro i suoi seni da palpare e portò via il portafoglio a Jimmy. Il locale era illuminato da un’intensa luce rossa molto calda, le ragazze erano meravigliose, tutto era meraviglioso, fino al momento in cui le ragazze si innervosirono e cominciarono a pretendere la mancia.

Nicole
Dopodiché, senza nemmeno accorgersene, Jimmy si ritrovò in strada, era già buio e lui andava a caccia di puttane. Vide alcune donne che danzavano sul marciapiede. Jimmy era sicuro che gli avrebbero concesso i loro triangoli, sia quelli acuti sia quelli ottusi, ma sapeva anche che non sarebbero andate al suo albergo, né lui voleva andare al loro perché non gli piaceva sentirsi in trappola quando era stordito dall’alcol. Quanto era bello, però, il chiaro di luna! Era così bello che gli provocò un conato di vomito. Vide una puttana che se ne stava appoggiata contro un edificio, muoveva le ginocchia ossute, sebbene il suo sedere e i tacchi a spillo fossero completamente immobili, e teneva la testa ben eretta sopra le spalle in modo da poter sbirciare gli uomini dagli angoli di quei suoi stupidi occhietti. Tesoro, vuoi uscire con me? gli chiese. Ti ringrazio per la proposta, le rispose lui, ma a dire la verità sto cercando la mia amica Gloria, sai quella con quel grosso paio di tette? Oh, che bella scusa! sghignazzò la prostituta. Al che Jimmy alzò anche lui la testa con fare sussiegoso. Io non mi scuso mai, ribatté, se non quando faccio un rutto. Tu lo fai mai, un rutto? Gloria non rutta mai. Oh, Cristo, disse la prostituta, che aveva l’aria emaciata e malsana di un serpente, e svoltò l’angolo, sbattendo i tacchi rabbiosamente. Poi Jimmy fu avvicinato da un magnaccia che gli offrì insistentemente una delle sue donne dicendosi certo che Jimmy sarebbe rimasto soddisfatto, al che Jimmy assunse l’aria più insulsa che gli riusciva e disse Fantastico, amico, suona davvero interessante e tu non ci crederai, ma ho dimenticato tutti i soldi in albergo. Non hai con te neanche un ventone? gli chiese allora il pappone. No, mi dispiace, gli rispose Jimmy, lo vorrei tanto, ma quant’è vero Iddio ho cento, forse duecento dollari a casa, a dire il vero ho proprio un sacco di soldi, tutto sommato potrei anche essere miliardario, perciò fai venire la tua donna, amico, sto a due ore da qui, che ne dici? Il magnaccia non si prese nemmeno la briga di rispondergli. Si limitò ad attraversare la strada, scuotendo il capo, e Jimmy rimase in piedi appoggiato a un muro a ridere dentro di sé con piccoli gorgoglii infantili come una bottiglia di scotch svuotata nella tazza del cesso. Alla fine trovò una prostituta disposta ad andare con lui. Si guardò intorno per assicurarsi che il suo protettore non li stesse tenendo d’occhio, e poi le mostrò quaranta dollari. Si chiamava Nicole e sembrava piuttosto giovane, poteva avere circa venticinque anni, era fatta di droga, e non era affilata e dura come un coccio di vetro, ma piuttosto consunta come un vecchio cancellino, così Jimmy pensò che sarebbe stata okay con i capelli lisci e radi arricciati dietro le orecchie e gli orecchini di perle di plastica bianca. Bene, le disse allora, andiamo. Gli occhi di Nicole lo guardarono stancamente sotto la pelle secca, tesa e tirata della fronte. Nicole, fece Jimmy, il tuo eyeliner blu ha sbavato, dovresti dargli una ritoccata, se vuoi rimanere bella come sei. Nicole si passò una mano sulla fronte e gli spiegò che aveva mal di testa. Bene, andiamo, piccola, la esortò lui, vieni con me così poi potrai comprarti un analgesico.
Di solito non vado a casa dei clienti, disse Nicole. Prometti che non mi farai del male?
Te lo prometto, le rispose Jimmy. Ma se avessi intenzione di farti del male, le spiegò poi con logica ineccepibile, non avresti comunque modo di evitarlo.
Ti sbagli, ribatté Nicole. Potrei ucciderti come se niente fosse.
Be’, in questo caso, disse Jimmy piccato, vedi bene che non hai nulla da temere. Se sei in grado di uccidermi come se niente fosse, perché preoccuparsi?
Le fece strada verso l’albergo e lei continuò a domandargli quanto mancasse. Ancora tre isolati, rispose Jimmy. Le luci si riflettevano sui capelli della ragazza.
Per prima cosa chiese di poter usare il bagno. Jimmy la sentì defecare. Sarà il nervosismo, disse Jimmy fra sé. Un tempo era stato uno che leggeva, sapeva perciò che ad Auschwitz e a Treblinka c’era una rampa di scale che portava alle camere a gas chiamata Strada per il Paradiso dove tutte le donne venivano fatte accovacciare nude e costrette ad aspettare che finissero di gasare gli uomini (questi andavano per primi, perché non c’era bisogno di rasare loro i capelli a zero), e di solito durante l’attesa le loro viscere si svuotavano e le guardie ridevano, come magnaccia incappucciati in un vicolo, e adesso la storia si ripeteva, mentre Jimmy se ne stava lì a sorseggiare una birra in attesa che Nicole completasse i preparativi per il suo piccolo cimento. Be’, pensò Jimmy, non posso farci niente se è nervosa. Ha un lavoro da compiere.
Gloria, sei ancora lì? disse poi sottovoce. Gloria?
Quando Nicole riapparve in cucina indossava solo una camicia rossa. Vuoi un metà-e-metà? gli chiese.
Perfetto, le rispose Jimmy.
Che ne diresti di pensare prima un po’ a me? suggerì la ragazza sorridendo, il suo volto risplendeva, sembrava dolce come Gloria.
Senz’altro, accettò lui, che cosa vuoi che faccia? (Pensò che lei volesse essere masturbata da lui o fatta oggetto di qualche altra attenzione del genere. A volte a Jimmy piaceva prendersi in giro.)
Mi pagheresti in anticipo? chiese Nicole.
Oh, certo, rispose Jimmy. Tirò fuori i quaranta dollari dal portafoglio e glieli diede.
Poi Nicole si sedette su una sedia della cucina, gli prese il pene fra le mani e lui notò che le sue braccia erano macchiate in più punti dai lividi lasciati dagli aghi, quindi si sporse un po’ in avanti in modo che Nicole potesse prendergli l’uccello in bocca e lei cominciò a succhiarlo con movimenti rapidi e dolci, mentre Jimmy le guardava la sommità del capo e si domandava se lei stesse tenendo gli occhi chiusi o aperti, poi guardò la parete di fronte e vide uno scarafaggio che strisciava fra il tubo del gas e l’acquaio, allora si mise ad ascoltare il rumore prodotto dalle labbra della ragazza che gli succhiava il pene, e il forte ticchettio del suo orologio di plastica da quattro soldi. Jimmy non stava pensando a niente in particolare, eppure il suo uccello cominciò a indurirsi subito. Appena fu del tutto duro, come una cosa morta, lei se lo tolse di bocca e con quelle sue mani sporche e segnate ci fece scivolare sopra un preservativo. Ora togliti la camicia, le disse Jimmy. Poi indietreggiò di un passo e lasciò cadere a terra i propri indumenti. Nicole intanto sedeva stancamente sulla sedia massaggiandosi la fronte. Quando si sfilò la camicia dalla testa, Jimmy notò che aveva un segno sul polso sinistro. Le sue tette erano grandi e tristi come gli occhi di una civetta.
Vuoi la mia giacca a mo’ di cuscino? chiese Jimmy.
Nicole scosse il capo.
D’accordo allora, disse lui, stenditi sul pavimento.
Il pavimento della cucina era nero di sporcizia. Nicole si distese e sollevò le gambe per rendere la propria vagina attraente e stretta per lui, e Jimmy rimase in piedi a guardare dall’alto quelle gambe punteggiate di abrasioni e lesioni annaspare nel vuoto finché la caviglia del piede sinistro si posò saldamente sulla sedia su cui la ragazza era stata seduta fino a un attimo prima, mentre il piede destro dovette accontentarsi di poggiare la pianta contro il frigorifero. Le tette ricadevano appiattite sul ventre, tonde come facce o come i pendoli d’ottone lucido degli orologi. Jimmy rimase ancora un minuto a godersi la visione di lei distesa fra il frigorifero e il muro, scura di pelle e quasi bella, con la sua croce di plastica bianca che le pendeva fra le tette.
Sei cattolica? le chiese.
Sì, rispose Nicole.
Jimmy le girò intorno, con addosso solo i calzini, ispezionando la sua fica come un imperatore. Era questa la parte che preferiva. Nicole, che lo fissava dal basso in alto, scostò con le dita le piccole labbra per lasciargli vedere la sua lacera clitoride, e intanto le grandi labbra brillavano sotto le luci della cucina con il fulgore di una lamina di metallo. La tua passerina è proprio un fiore, si complimentò Jimmy. Non voleva, però, accostare troppo la propria faccia a quella di lei. Si mise in ginocchio, scaricò il peso del corpo sulle braccia come se dovesse fare delle flessioni (Jimmy, infatti, si comportava sempre da gentiluomo, e non avrebbe mai schiacciato una donna sotto il proprio peso), poi infilò l’uccello dentro di lei. Lei gli aveva detto che lui era il suo primo cliente per quella notte, ma la sua fica sembrava piena di una sostanza viscosa simile allo sperma o allo sciroppo di granturco. Forse era soltanto il lubrificante usato dalla ragazza. Comunque, puzzava. Sulle tette la ragazza aveva grandi macchie nere che potevano essere sia nei pigmentosi sia, più verosimilmente, emorragie sottocutanee provocate dal sarcoma di Kaposi, come Jimmy ben sapeva grazie ai suoi studi profondamente intellettuali. Ogni volta che lui affondava un colpo, lei grugniva. Era impossibile stabilire se lo facesse perché provava dolore o perché sperava di eccitarlo e di farla finita più in fretta. Jimmy non aveva, però, la sensazione che lei lo odiasse e che il suo corpo stesse cercando di espellerlo. Probabilmente Nicole lo stava solo sopportando, confidando che l’azione lubrificante dello sciroppo di granturco, o qualsiasi altra cosa fosse, l’avrebbe protetta dal dolore che gli affondi di lui avrebbero potuto procurarle (in maniera direttamente proporzionale alla diminuzione di ogni sensazione da lui provata). Ma ora che lo sciroppo di granturco non riusciva più a placare quel rosso pezzo di carne che le sfregava fra le gambe fino a scorticarla, la ragazza cercava solo di non pensare a quello che stava accadendo, grugniva a ogni doloroso affondo di Jimmy e si mordeva le labbra ogni volta che lui le sfiorava un’ovaia. Per tutto il tempo, gli tenne le palle ben strette, così da evitare che il preservativo si sfilasse, e ci conficcò dentro anche le unghie, forse per errore, forse per farlo venire più in fretta. Ma a Jimmy erano bastati trenta secondi per capire che non sarebbe mai riuscito a venire. Se lei si fosse limitata a succhiarglielo, probabilmente ce l’avrebbe fatta, ma con il preservativo e tutta quella roba nella sua fica non sentiva quasi niente. Jimmy scopò finché non si stufò, dopodiché le comunicò che aveva finito. Chiamami, le disse educatamente. Più tardi, quando l’uccello cominciò a prudergli, nella mente di Jimmy si affacciò il pensiero angoscioso della malattia.

Il raccolto
Chissà se mi ha attaccato qualcosa, si chiese Jimmy. Non riusciva a smettere di pensarci. Aveva una pustola nera sul pene, e le palle gli prudevano. Ma ho usato il preservativo! si diceva nei momenti di disperazione. È pur vero che prima di infilarmelo, me lo ha succhiato per bene.
Il giorno successivo si convinse una volta per tutte di aver contratto una malattia.

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