Emanuele e Mario Trevi: Invasioni controllate

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Emanuele e Mario Trevi: Invasioni controllate
di Rossano Astremo

È da poco nelle librerie Invasioni controllate, edito da Castelvecchi, libro nel quale lo scrittore e critico romano Emanuele Trevi conversa, in una sorta di intervista dilatata, con il padre Mario Trevi, decano della psicanalisi junghiana, che, nonostante il suo carattere schivo, si lascia torturare dalle domande del figlio. La sensazione avuta, a lettura terminata, è che “Invasioni controllate” può essere considerato un altro colore da aggiungere nell’arcobaleno della scrittura di Emanuele Trevi, cominciato a delinearsi nel 1994 con “Istruzioni per l’uso del lupo” e proseguito poi con “I cani del nulla”, “Senza verso. Un’estate a Roma” e “L’onda del porto”.
Dopo aver riempito quaderni, diari, appunti, divenuti poi libri, quelli di cui sopra, dopo aver fatto della scrittura un mezzo per scoprirsi, per comprendersi, per denudarsi, mettendo in piedi pezzi di mondo ruotanti, di volta in volta, attorno ad un gorgo che tutto trascina e tiene assieme, dal suo mestiere di critico letterario alla descrizione della sua vita familiare, dal valore dell’amicizia all’esperienza del viaggio, Emanuele Trevi sente l’esigenza di ritornare alle sue origini.
Ecco il figlio che ritorna dal padre, ascolta lo scandire delle tappe più importanti che hanno caratterizzato la sua vita, dall’ esperienza di partigiano e di soldato alla conoscenza con Fenoglio, dall’amicizia con Fellini al periodo di analisi didattica con Ernst Bernhard, senza risparmiare riflessioni sul legame che esiste tra analisi e scrittura. Alla domanda del figlio sulla possibilità di interpretare un romanzo o una poesia come si fa con un sogno, Mario Trevi risponde: “Indubbiamente la letteratura, nel suo aspetto di grande atlante dell’umanità, offre materiali infiniti all’interpretazione. Ma c’è una differenza che per me è sostanziale. Credo che l’imprevedibilità di una persona che affronti una qualsiasi esperienza non sia confrontabile con l’eventuale complessità o oscurità di un testo scritto”.
In quest’affascinante conversazione che mette a confronto due generazioni, c’è un elemento che emerge. Sembra quasi che Emanuele Trevi, dopo le tante difficoltà riservategli dalla vita, dopo le separazioni, le perdite, le zone di buio della mente, cerchi nella saggezza emanata dalle parole del padre una sorta di nuova nascita, un nuovo zero da cui ricominciare: “Le cose, a differenza di noi, permangono, si tramandano. Possiamo amarle, tenerci, ma hanno un destino che non è il nostro. Più in generale, la saggezza della vecchiaia dovrebbe consistere nella felicità che il mondo continui dopo di noi, in una maniera che non possiamo prevedere, e magari più bella”.
Un insegnamento che Mario Trevi consegna al figlio e, vista la bellezza dello stesso, a tutti i suoi lettori.

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