Veronica Raimo: Il dolore secondo Matteo

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E se il dolore fa godere?
di Rossano Astremo

C’è chi nell’adolescenza (“quel periodo oscuro in cui ogni manifestazione dell’animo umano viene analizzata e classificata solo in base a dati anagrafici”) scopre di avere un’innata capacità nel suonare la chitarra o nel disegnare corpi umani e chi, come Matteo Carnevale, protagonista di “Il dolore secondo Matteo” (minimum fax), romanzo d’esordio di Veronica Raimo, arriva alla conclusione di essere incapace di provare dolore. Questa assenza del sentimento forse che più d’ogni altro caratterizza e contraddistingue noi essere umani nella nostra quotidianità, spia che s’illumina nei nostri momenti di sconforto, ha, inevitabilmente, le sue ripercussioni nella vita del protagonista (“Non so imbarazzarmi, non so arrossire, non so cambiare il tono della voce concedendomi un’inflessione più timorosa, o un lieve tremolio delle corde vocali”).
Matteo, oramai trentenne all’inizio della narrazione, da qualche anno lavora presso un’agenzia di pompe funebri. Un lavoro che sembra essere cucito su di lui. Non provare dolore, anzi godere del dolore altrui, e lavorare in un “settore” nel quale il dolore è l’elemento dominante, il leitmotiv degenere col quale ogni giorno confrontarsi. Cosa si può chiedere di meglio.
Non è stato un lavoro cercato, ma, come molte delle cose che strutturano la vita di Matteo, venuto quasi per caso, sul treno Lecce-Roma, di ritorno dal matrimonio di un suo ex compagno di classe. Qui avviene l’incontro con Filippo, truccatore di cadaveri ed omosessuale, figlio di Gustavo proprietario dell’agenzia funebre. Filippo, che presto s’innamora di Matteo, gli propone di lavorare con lui (“ ‘Non sembra, ma è una cosa molto divertente’, mi garantiva. E poi era un impiego sicuro, stabile, la gente avrebbe continuato a morire per molti anni ancora”).
E così ha inizio l’esperienza lavorativa di Matteo e nel contempo ha inizio il bizzarro intrigo sessuale tra i due ragazzi: “Filippo mi fa un pompino ogni mattina nel bagno dell’agenzia di pompe funebri, prima di attaccare a lavorare. È metodico e rapidissimo. Io resto appoggiato alla parete di piastrelle verdi fino a quando sento che l’ultima goccia del mio seme è scivolata nella sua bocca. È il nostro unico rapporto sessuale. Poi mettiamo il caffè e apriamo l’ufficio”.
La routine del lavoro è messa sottosopra dalla comparsa di Claudia, giunta in agenzia con la madre dopo la morte improvvisa (schiacciato da un tavolo) del padre (“Era di una bellezza deforme, come una figura allungata nello specchio magico di un luna park”). Tra i due inizia una strana relazione, subito dopo il funerale del padre. Prima telefonate lunghissime nelle quali Claudia racconta lo stato di crisi della sua relazione con Alberto, suo futuro sposo, poi il primo appuntamento e la scoperta, da parte di Matteo, dell’amore della ragazza in questione per tutto ciò che è sadomaso, sottomissione, sesso crudele, tra corde, frustini, sbarre metalliche e quant’altro.
Inizia così uno strano ménage à trois nel quale Matteo sembra essere una sorta di spettatore. Assiste silente al donarsi totale di Filippo e Claudia nei suoi confronti, stenta a credere alle dichiarazioni d’amore che i due, nei loro modi eccentrici e fuori dal comune, alternativamente gli donano. È vero, Matteo non prova nessun dolore. In realtà, Matteo sembra essere privo di ogni sentimento.
Sino allo snodo finale di questa vicenda che s’ingigantisce giungendo, poi, all’inevitabile esplosione e risoluzione. Colpisce in “Il dolore secondo Matteo” la bellezza della scrittura della Raimo. In fondo lei, prima di essere narratrice, è una poetessa, tra le migliori della sua generazione, e questa sua dote si manifesta nella costruzione di una storia che predilige non tanto il succedersi delle azioni quanto la chirurgica rappresentazione degli stati d’animo dei suoi attori.
Esordio brillante non solo per l’originalità della storia, ma anche per la lucentezza della sua scrittura.

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