Tommaso Pincio: M.

 

estratto da M.

di Tommaso Pincio 

Scrutare il cielo.
Non era troppo giovane, lui, per quella roba? Sì e no. Il giorno del grande crollo del ’49 aveva compiuto undici anni da pochi mesi: dunque era ancora un bambino e nessuno avrebbe potuto indovinare, guardandolo, che genere di Jakob giovane e incerto sarebbe diventato con il tempo. Ma anche potendo, non l’avrebbero fatto: nessuno guardava i bambini in quegli anni. Nessuno guardava veramente qualcosa in quegli anni. Nessuno guardava niente. Niente di niente. A parte il cielo, ovviamente.
Dunque era ancora un bambino negli anni in cui si scrutava il cielo ma si ricordava distintamente dei discorsi che faceva suo padre. O meglio: delle poche cose, sempre le stesse, che ripeteva suo padre di tanto in tanto. Suo padre era un uomo cupo e taciturno che s’illuminava solo quando aveva l’occasione di parlare di Marte.
In casa occasioni del genere non capitavano spesso, essendo la moglie avvedutamente prudente, se non espressamente scettica riguardo a tutto quell’entusiasmo per lo Spazio.
«Tu parli a vuoto, Yeudith. Cosa ne sai di Spazio, tu, per dirmi cosa devo fare coi miei soldi? Cosa ne sai, eh? Dimmi, cosa ne sai?» diceva il padre del futuro Jakob convinto che la madre non avrebbe detto niente, che non si sarebbe mai avventurata in una disputa intorno a questioni di economia interplanetaria.
Infatti lei non si avventurava, continuava a fare quello che faceva, come, per esempio, lavare i piatti. Lavava i piatti e non diceva niente. Poi, all’improvviso, gli occhi concentrati sulla massa schiumosa del detersivo che si espandeva nell’acquaio, con un filo di voce, quasi non parlasse neanche al marito, la mamma diceva: «Non volevo dire niente sullo Spazio. Non me ne intendo, io, per giudicare…»
«Ecco, appunto, quello che hai detto, non te ne intendi. Dunque lascia fare a me» diceva il padre del futuro Jakob, aggiustando la sua posizione sulla sedia.
«Sì, ma abbiamo già quello che ci serve. Che bisogno abbiamo di investire tutti i tuoi guadagni nelle Azioni Spaziali? Io non dico di non investire, solo di non mettere tutti i soldi lì, solo questo. Cosa ne sappiamo, un domani…»
«Un domani?» la interrompeva lui alterato, alzandosi dalla sedia. E ripeteva: «Un domani?» Lei non replicava nulla, soltanto lo scoppiettare delle bolle di sapone nell’acquaio sembrava bofonchiare timidamente la sua. Il padre rimaneva in piedi per qualche secondo, almeno una quindicina, la bocca un po’ aperta e la fronte corrugata, in una posa da film muto, poi esplodeva: «Il domani è lo Spazio. Questo è il domani, non ce ne sono altri. Passo tutto il giorno a stampare rapporti informativi sullo Spazio e parlo con gente che si occupa di questo, perciò non venirmi a dire cos’è che devo fare».
Detto ciò usciva dalla cucina e si dirigeva verso la veranda, dove avrebbe trascorso un buon paio d’ore a scrutare il cielo per mezzo di un telescopio domestico, un omaggio che la Capital Mars Funds faceva agli investitori di riguardo.
Il padre del futuro Jakob aveva una piccola tipografia che avrebbe potuto bastare egregiamente ai bisogni della famiglia non fosse stato per la faccenda dello Spazio. E quelli che il padre chiamava rapporti informativi erano, di fatto, opuscoli pubblicitari, pieghevoli colorati pieni di astronavi, viste orbitali di Marte e disegni di complicatissime, nonché innegabilmente belle, costruzioni da realizzare nello Spazio. C’era inoltre tutta una serie di diagrammi volti a dimostrare in quale modo, dato un minimo investimento di capitale, fosse possibile disporre di una piccola fortuna nel giro di pochi anni.
«Una piccola fortuna, dice. È più di quanto possa sperare di cavare da questa baracca in tutta la mia vita» aveva commentato suo padre al tipo che era venuto a correggere le bozze di quel rapporto informativo sullo Spazio.
«Si meraviglia per poco» aveva replicato il tipo. «Queste proiezioni sono calcolate sulla base delle previsioni più pessimistiche. Tengono conto soltanto di una crescita minima, il semplice mantenimento delle strutture spaziali già esistenti. E come sicuramente saprà, su Marte c’è ben poco ora, praticamente nulla».
«Vorrebbe lasciarmi intendere che in realtà i guadagni saranno più grandi del doppio o di chissà quanto?»
«Io non voglio lasciare intendere niente a nessuno. Sono venuto qui semplicemente per far stampare questo prontuario illustrativo sui nostri prodotti finanziari. Non le sto vendendo niente, comunque non è un segreto che nello Spazio non c’è niente di niente, che bisogna costruire tutto…» il tipo aveva fatto morire le sue parole in un silenzio che al padre del futuro Jakob lasciò intendere molte cose.
In pratica, dopo quel primo incontro con il tipo, il padre del futuro Jakob decise di mettere a disposizione i servizi della sua tipografia per stampare a prezzo di costo tutto lo stampabile in fatto di investimenti in fondi azionari spaziali. Quale contropartita il tipo fu molto felice di offrirgli un bel pacchetto di fondi azionari spaziali, tra cui c’era perfino un fondo per la costruzione di un bordello su Marte. «Perché lo Spazio sarà un mondo libero, non so se mi sono spiegato…» aveva ammiccato il tipo lasciando intendere molte altre cose al padre del futuro Jakob, dopo di che lo aveva salutato con un bel: «Lei è un tipo sveglio. Scruti il cielo».
A dire il vero di tipi svegli come il padre di Jakob ce n’erano svariati milioni in quegli anni, sparsi un po’ ovunque per tutti gli Stati Uniti d’America. Tutta gente che scrutava il cielo, che confidava nella conquista dello Spazio e che metteva i propri risparmi in titoli azionari, certificati di credito e fondi d’investimento spaziali.
Tutti scrutavano il cielo in quegli anni. E perché avrebbero dovuto fare altrimenti? Perché non credere che sarebbe stato possibile fare di Marte un pianeta vivo e fiorente? Non era forse già incredibile che l’uomo avesse potuto costruire delle astronavi capaci di raggiungere il pianeta rosso in poco più di un paio di giorni, così, come niente fosse?
Vista dalla Terra la volta celeste di quegli anni era quella di sempre, le linee invisibili delle rotte spaziali non l’avevano cambiata: era ancora una meravigliosa calotta atmosferica grande fin dove l’occhio poteva arrivare. Durante il giorno la volta celeste aveva il colore dei mari e lo mischiava, a seconda del tempo e dell’ora, a ipnotizzanti rossi tramonto, algidi violetti aurorali, pesanti grigi piombo e una infinita gamma di colori indicibili. Spesso la volta celeste rifletteva l’azzurro del mare così com’era, senza mischiarlo. Era l’azzurro del cielo, che poi era anche il titolo di un famoso romanzo. L’azzurro del cielo che rifletteva l’azzurro di quella parte del mondo coperta dalle acque. Ma era soprattutto di notte che veniva a compiersi la magia della volta celeste, in quelle notti senza luna e senza nuvole quando solo le stelle rimanevano lassù per dare un’idea di luce in un infinito di buio.
«Ci sono stelle talmente lontane nello spazio che sono già scomparse quando la loro luce arriva a essere visibile sulla Terra» spiegava il padre al futuro Jakob nelle sere in cui lo portava con sé sulla veranda. Il futuro Jakob, impassibile non commentava: la stessa cosa la diceva il presidente Roosevelt alla Tele tutte le volte che doveva convincere gli americani di qualcosa. Non che il futuro Jakob avesse tratto particolari conclusioni, solo rimaneva impassibile. Parlava poco, meno del minimo indispensabile, preferendo esprimersi attraverso contenutissime espressioni del volto che si sarebbero dette proprie di un giocatore di poker. Quel mutismo preoccupava sua madre, la quale aveva anche pensato di consultare uno psicologo non fosse stato per l’opinione contraria del marito.
«In un tempo in cui gli uomini viaggiano nello Spazio, tu vai ancora dietro a queste stronzate. La psicanalisi è una cosa romanzesca, non una scienza. Parlerà con il tempo, nostro figlio» era solito asserire il padre del futuro Jakob, considerando con ciò il discorso più che chiuso.
In un certo senso suo padre aveva ragione, visto che con il tempo sarebbe diventato uno Jakob incerto che faceva molti preamboli e che aveva da dire molte cose su tutto. Ma quello fu un periodo breve della sua vita, trascorso il quale tornò a essere silenzioso com’era stato da bambino, ma in modo diverso.
Si potrebbe essere indotti a credere che avesse ereditato l’ombrosità propria del carattere di suo padre. Ma non era così. Le volte che da bambino era stato nella tipografia, aveva visto in suo padre un uomo in uno stato catatonico, preda del regolare lamento metallico delle stampatrici. Gli occhi appannati da una pellicola acquosa, quasi piangesse. Ma non piangeva, suo padre aveva semplicemente lo sguardo stanco, febbricitante e tutto dedito a particolari insulsi: il carattere in piombo di una vocale consumata, la luce dei neon che colpiva una risma di carta patinata, le colature di inchiostro secco su qualche barattolo ammaccato. Se ne stava lì per delle ore, a scrutare questi particolari insulsi, con le macchine che andavano su e giù, un rumore triste e regolare simile a quello delle locomotive a vapore. Solo che a differenza dei treni, lo stantuffare delle stampatrici non andava scemando in lontananza verso una stazione sconosciuta, non conduceva a niente, persisteva con un’intensità sempre uguale a sé stessa. Non si smorzava mai, anzi, a volte capitava di avere la sensazione che quello stantuffare si facesse più forte con il trascorrere del giorno, quasi che il chiuso del capannone comprimesse a tal punto il rumore da rigurgitarlo a distanza di ore, magari di anni. Un frastuono fatto dei rumori presenti e di quelli passati.
Il futuro Jakob era nato in Olanda, il paese di suo padre. Di fatto, però, non c’era mai stato perché la sua famiglia emigrò quando il futuro Jakob non aveva che pochi mesi.
Tuttavia negli occhi vacui del futuro Jakob era visibile lo stesso tedio che nel diciassettesimo secolo spinse alcuni suoi antenati a portarsi lontano dalle nuvole color piombo sospese sui mulini a vento, il tedio che spinse i neerlandesi a sbarcare sulle isole Mascarene, dove ammazzarono il tempo gironzolando tra paludi e foreste, armati di ridicoli e antidiluviani haakbus che usavano per sparare a ogni dodo che capitasse a tiro.
Cosa avevano fatto quei poveri uccelli? Era forse una colpa che non sapessero volare e che arrancassero in modo tanto goffo su quelle gambe tozze? Erano più brutti, più sgraziati e probabilmente anche più stupidi di qualsiasi altro uccello sulla faccia della Terra, va bene, ma erano quelle delle buone ragioni per sterminarli? Al futuro Jakob era capitato di scorgerne uno tra le riproduzioni colorate di un atlante di storia naturale. – È un dodo – gli aveva spiegato sua madre che stava sfogliando il libro insieme a lui. Ma né lui né nessun altro ha davvero capito cosa passasse per la testa a quei silenziosi olandesi. L’ipotesi più ragionevole è che lo facessero così tanto per farlo. È alquanto probabile che nei gelidi inverni, quando non avevano ancora lasciato le loro anguste case da olandesi per i mari del sud, quegli uomini passassero lunghi e bui pomeriggi in silenzio mentre con lo sguardo misuravano la tetra desolazione del paesaggio. Alle loro spalle lo scoppiettio del fuoco si confondeva sadicamente col ticchettare dell’orologio appeso alla parete, una mistura sonora che aveva l’aria di prendersi gioco di loro, di cospirare ai danni delle loro esistenze. E a mano a mano che il paesaggio si faceva più scuro e il crepitare delle fiamme più inscindibile dal trascorrere del tempo, la testa di quegli olandesi si faceva pesante, lo sguardo fisso e i muscoli del viso tirati. Non avrebbero osato ammettere neanche a se stessi che in quei momenti immagini spaventose fatte di corpi straziati senza motivo prendevano forma nell’interno della loro anima. Sentivano la presenza di alcuni ormoni che dicevano loro di accoppiarsi alla figlia che stava dormendo nella stanza accanto e pensavano di vendere la propria moglie per dieci fiorini al primo sconosciuto che avesse bussato alla porta. Ma non bussava nessuno: dopo una certa ora, c’è solo il vento nelle campagne olandesi. Il buio, il vento e in certe notti anche la pioggia…
Forse sì, forse aveva ereditato qualcosa di quel modo di essere, ma c’era in lui un che di diverso, una specie di languore levantino che era sconosciuto ai calcolati deliri da batavo propri di suo padre. Era come se non cercasse nulla, come se non bisognasse di niente, era scevro di tutto, a parte un suo languido amoreggiare con una certa idea fissa di cui ancora non conosceva il nome ma che riconosceva al primo colpo, ogni qual volta si facesse strada nella sua mente senza pensieri. Così era lui in quegli anni in cui tutti scrutavano il cielo.
Per molti versi l’idea fissa di Bartleby aveva a che vedere, seppur non del tutto, con un suicidio tentato dalla madre proprio nei mesi in cui lui era ancora un lieto evento annunciato, ovvero in procinto di venire al mondo. Questa è però una storia troppo romanzesca perché la si possa raccontare e della quale, oltretutto, Bartleby non seppe mai nulla. Forse glielo disse sua madre con gli occhi, ma è solo un’ipotesi difficile da dimostrare. Attraverso vie allusive anche il padre aveva cercato di far subodorare qualcosa al suo figliolo. E questo avvenne una sera in cui l’inserto finanziario del Washington Post riportava in bella evidenza il ragguardevole rialzo di sette punti percentuale delle Money Side of the Moon, un titolo che aveva parecchio patito di recente e del quale il padre di Bartleby aveva comprato diversi pacchetti per un prezzo che adorava considerare una regalia.
La sua fiducia assoluta nello Spazio aveva del commovente, perfino per quegli anni di incosciente euforia. Bastava che accanto a suoni come «capital» o «invest» venisse posto qualcosa, qualunque cosa che sfuggisse, anche di poco, al raggio gravitazionale della Terra e lui comprava. CapitaLuna o InveStelle che fosse, comprava, purché ci fosse lo Spazio di mezzo. I suoi promotori finanziari di fiducia, spesso tizi che vedeva per la prima volta e dei quali non sapeva il nome e meno che mai l’indirizzo, gli offrivano di dare un’occhiata a stati patrimoniali e bilanci. «Così giusto per farsi un’idea dello stato di salute di ciò che sta comprando» gli dicevano. Ma lui niente, agitava le mani in segno di diniego. «Se lavorano nello Spazio sono per forza ditte serie. Dico bene?» replicava sicuro e soddisfatto della sua sicurezza. Quelli non sapendo bene che dire intascavano l’assegno e rispondevano di sì, che diceva bene e che si capiva a colpo d’occhio che era un tipo sveglio. Non contento del tutto, il padre di Bartleby pretendeva di offrire loro anche una bella birra fredda.
In pochi anni, in qualità di azionista spaziale, era diventato proprietario di una superficie marziana pari all’estensione dell’intero Ohio, aveva appezzamenti sparsi su vari crateri lunari, comprava periodicamente asteroidi dell’omonima fascia non curandosi di tenere il conto, era titolare di un’opzione esclusiva per lo sfruttamento di certi gas della stratosfera di Giove dei quali si sapeva praticamente nulla, aveva acquistato in blocco l’intero sistema planetario di Alpha Centuari benché l’esistenza di un sistema planetario attorno a quella stella fosse ancora tutta da dimostrare. Per mettere insieme questo piccolo impero, il padre di Bartleby aveva acceso una serie di fidi e mutui ipotecari che lo avevano esposto con una mezza dozzina di banche per una cifra dieci volte superiore al valore della sua tipografia. Ma per il padre di Bartleby ogni cosa era comunque sotto controllo. I titoli salivano e lui non lasciava passare una sera senza che desse una scrutatina al cielo.
Quella sera, però, le notizie finanziare erano oltremodo buone e riteneva di poter fare un’eccezione. Gli venne in mente che fosse giusto scambiare quattro chiacchiere da uomo a uomo con suo figlio per cominciare a dargli ragguagli su come funzionavano le cose a questo mondo, sul perché suo padre aveva ragione a fare quello che faceva e sul fatto che anche lui, Bartleby, si sarebbe trovato bene nella vita se avesse seguito l’esempio di suo padre. Fu così che padre e figlio si ritrovarono sulla veranda con lo scopo di sviscerare i significati dell’esistenza. Purtroppo un’insolita perturbazione proveniente dall’Atlantico aveva tolto alla solennità dell’avvenimento la sua scenografia ideale. Masse compatte di nubi avevano coperto le stelle, il che voleva dire privare il padre di Bartleby della possibilità di dimostrare scientificamente le sue teorie. Bartleby dal canto suo, era decisamente contrariato perché in quel momento stava per andare in onda The Flinstars, un serial a disegni animati del quale non perdeva mai una puntata.
«Lo so che alla Tele ci sono i Flinstars adesso. E mi fa anche piacere che tu veda un cartone educativo in cui si insegna ai giovani l’amore per lo Spazio…» Bartleby rimase impassibile. A lui fregava ben poco dello spazio e se seguiva tanto assiduamente i Flinstars era unicamente per studiare la mimica facciale del dottor Spot, uno dei personaggi principali della serie dal quale Bartleby aveva mutuato la caratteristica alzata di sopracciglio con cui aveva deciso di limitare i contatti con il mondo esterno.
«Senti, mi dispiace davvero per i Flinstars, ma penso sia necessario che noi si faccia un po’ di conoscenza. Stai diventando grande, Bartleby, e si parla troppo poco tra noi. Non è buono, questo» aveva preambolato suo padre, proseguendo più o meno così: «Ti sarai accorto che talvolta tra tua madre e me ci sono diversità di vedute».
Bartleby se n’era accorto per cui rimase impassibile.
«Vedi figliolo, non devi preoccuparti per questo. Tua madre e io siamo diversi in primo luogo su basi biologiche. È un fatto normale, uomini e donne sono diversi nel corpo e questa diversità li porta a pensare diversamente. Tu capisci di cosa sto parlando, vero?»
Bartleby riteneva di aver capito per cui rimase impassibile.
«Bene, Bartlebly. Voglio darti una dimostrazione statistica di questa diversità» il padre di Bartleby considerava la statistica una scienza nobile, inferiore soltanto all’astronomia. «Prendiamo un argomento a caso. Il suicidio».
Bartleby non alterò la sua impassibilità.
«È un fatto statisticamente dimostrato che la percentuale delle donne che tenta il suicidio sia molto superiore a quella degli uomini. Questo dovrebbe indurci a credere che l’istinto femminile sia meno attaccato alla vita di quello maschile e se fosse veramente così da un punto di vista biologico si tratterebbe di un fenomeno alquanto paradossale, visto che è dalla donna che nasce la vita».
Quel discorso minacciava di diventare una patetica iniziazione paterna ai misteri del sesso, per cui Bartleby decise di intensificare la sua imperturbabilità.
«Ma non è così» qui suo padre fece una pausa retorica la cui riuscita risultò piuttosto scarsa. «Non è così, perché se si va a comparare i tentativi di suicidio con le morti effettivamente scaturite da questi stessi tentativi, i valori si capovolgono ed ecco che il numero di uomini che si tolgono la vita è di gran lunga superiore. Come d’altronde è ragionevole che sia».
Più o meno in corrispondenza della parola «ragionevole» da una finestra nascosta nel buio del vicinato giunsero all’orecchio di Bartleby le inconfondibili note di Meet the Flinstars, la sigla del suo serial preferito, l’unico programma della Tele che valesse veramente la pena di guardare.
«Da ciò si ricava che in primo luogo il dominio esercitato dalla natura sulle donne è tale da rendere i loro propositi inaffidabili e i loro ragionamenti poco portati verso concetti astratti. E poi, che gli uomini sono caratterizzati da un afflato ideale superiore che li porta a perseguire gli obiettivi prefissati fino alle estreme conseguenze».
Neanche il tono oracolare con cui suo padre calcò l’accento su «estreme conseguenze» giovò a turbare l’imperturbabilità di Bartleby. Eppure, malgrado tutto, complice il criptico stormire delle fronde mosse dalla leggera brezza che scarruffava gli alberi nel viale, avresti detto che lo sguardo immobile di Bartleby si fosse temporalmente spostato in avanti di qualche mese per andarsi a fissare su un giorno di fine settembre del 1949, all’indomani del grande crollo delle azioni spaziali.
Suo padre era morto. Se ne stava appeso per il collo a una trave della veranda, aveva la bocca aperta e gli occhi così spalancati che sembravano dovessero scrutare tutto il cielo dell’universo.

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