Thomas Pynchon: L’arcobaleno della gravità: una goccia di piacere

tratto da L’arcobaleno della gravità

di Thomas Pynchon

Katje gira la testa e gli pianta un morso sull’avambraccio, poco più in su del gomito, là dove penetravano gli aghi delle iniezioni di Amytal. “Ahi! Cazzo, che male” Slothrop lascia andare il braccio che stava torcendo, le tira giù le mutandine, la prende per un fianco e la penetra da dietro, poi infila una mano sotto di lei per pizzicarle i capezzoli, le palpeggia la clitoride, le graffia l’interno delle cosce, insomma, dà fondo al suo repertorio, non che importi, sono pronti tutti e due a venire. Katje viene per prima, le sue grida soffocate dal cuscino, lui uno o due secondi dopo. Slothrop resta lì, disteso sopra di lei, tutto sudato, il respiro affannoso, guarda il volto di Katje girato di tre quarti, non è neppure un profilo, ma quel Terribile Volto Che Non E’ Un Volto, diventato troppo astratto, irraggiungibile: vede l’incavo dell’orbita, ma mai il suo occhio labile, solo la curva anonima della guancia, la convessità della bocca, una maschera senza naso appartenente a un Altro Ordine d’Esistenza -l’esistenza di Katje – il suo non volto inerte, il solo volto di lei che Slothrop conosce veramente e che ricorderà per sempre. “Ehi, Katje”, è tutto quello che riesce a dire. “Mmm”, fa lei, ma nella sua voce c’è di nuovo una traccia della vecchia acredine. Dopotutto loro sono due innamorati sospesi in cielo, attaccati ad un paracadute di voile illuminato dal sole, mentre si lasciano cadere, mano nella mano, per atterrare in un bel prato o in qualche altro posto tranquillo.La cosa vi sorprende?

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