Antonio Errico recensisce “L’incanto delle macerie”

 

Dopo ogni fine, la poesia

di Antonio Errico

In principio fu Walter Benjamin: quel suo frammento sull’Angelus Novus di Paul Klee; quella figura dell’angelo della storia con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese, che si alza sulle rovine con il viso rivolto al passato e una tempesta impigliata nelle sue ali che lo spinge verso il futuro: “Ciò che chiamiamo tempesta, è questo progresso”. Con questa tempesta si è ritrovata a fare, inevitabilmente, i conti la poesia; con le contraddizioni, le deformazioni, le deviazioni del tempo della storia; con l’esplicito e l’implicito, con l’affiorante e con il sommerso, con il compreso e con l’incompreso, con gli eventi che accadono e si sviluppano in modo lineare, quasi chiaro, decodificabile, e con i macigni che improvvisamente irrompono nei giorni, e li travolgono, in modo misterioso, o comunque semanticamente aggrovigliato. Hanno un incanto talvolta le macerie della storia: covano dentro una specie d’attrazione, quasi un canto di sirene della modernità. Ed a questo canto, a questo incanto, va incontro Rossano Astremo con “L’incanto delle macerie”, primo volume di una bella collana di Icaro realizzata con il coordinamento editoriale di Mauro Marino e il progetto grafico di Valentina Sansò. Tra le macerie della storia Rossano Astremo si muove con uno sguardo acuto, profondo, perforante, con la coscienza lucida dell’assoluta inutilità di tutte le domande, con l’amara cosapevolezza ideologica e culturale che tutto è già accaduto, che tutto è stato già scritto, che la storia si ripete – a volte anche stancamente -all’infinito. La voragine dell’odio, gli scheletri, i martiri, le catastrofi, i campi della morte, le devastazioni, i piccoli e grandi tradimenti, i cumuli di colpe e di innocenze. E’ tutto accaduto: cominciato, concluso, ricominciato, spesso con varianti impercettibili, oppure con i missili al posto della clava, ma sostanzialmente con gli stessi aberranti risultati. Viene in mente Theodor Adorno quando diceva che dopo Auschwitz non si poteva più fare poesia. Probabilmente non può essere vero. Forse una rinuncia alla poesia sarebbe dovuta avvenire immediatamente dopo l’assassinio di Abele, perché ogni atto di violenza non è altro che la conseguenza di quel gesto che segna il confine tra il bene ed il male. Ma se una rinuncia non c’è mai stata non è perché si è pensato che la poesia potesse in qualche modo rappresentare una salvezza per i destini individuali e collettivi: una rinuncia non c’è stata perché per molti, come per Astremo, l’espressione poetica è la traduzione – parziale e spesso infedele – di un vivere poetico, “serve o non serve, / ma è necessaria, come sangue che pulsa”. Questo è, dunque, per Astremo la poesia: un elemento e una condizione del corpo e del pensiero, una necessità e un richiamo con cui confrontarsi istante per istante, una dimensione della coscienza cui dar conto ed a cui giustificare quello che si è fatto o non si è fatto, uno specchio su cui guardarsi per riconoscersi o non riconoscersi, un modo per essere o mostrarsi nella propria autenticità ed essenzialità, la storia del sé che scorre tra le sillabe ma anche la storia dell’altro che si era l’istante prima di scrivere una sillaba e che si sarà l’istante dopo averla scritta. “L’incanto delle macerie” è un libro conistente e compatto; soprattutto è un libro vero; come ogni libro vero è un libro che costa; come ogni libro che costa è un libro che si paga. E si paga con l’inquietudine, l’insonnia, il desiderio prepotente di fuggire da se stessi, quello più prepotente ancora di tornare. Forse è vero che poeti si nasce, che non si diventa. Quello che poi diviene, si fa, matura, è il mestiere delle parole che coincide con quello di vivere. Ecco, “L’incanto delle macerie” è un libro così, che dice del mestiere di vivere con le parole.

Articolo apparso martedì 16 ottobre sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”

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