una poesia di Massimo Rizzante

Lettera di Telemaco da Albufeira

tratta da Nessuno

di Massimo Rizzante

Non si occupò mai di se stesso a fondo
Fu questo che gli permise di attraversare la frontiera del secolo
senza troppi «non ricordo»
Le cause dell’inconscio gli sembravano degne
di uno studio sulla fine dell’entertainement
Non fu mai preso dalla smania di liberarsi del passato
(anche se non prese mai sonno)
«Lasciatemi intero, così come sono
Misura e giustizia faranno il loro corso,
tanto che potrò fino alla fine sentirle inesplicabili»
Essere rinomati non è uno scandalo da poco:
«scopo dell’arte è restituirsi», non celebrare i propri fasti
Con questo non voleva dire
che un talento prostituito è un non-talento,
(non concesse mai, è vero, un’intervista in pubblico),
soltanto che prostituirsi implica un sacrificio,
e quell’impronta servile
con il tempo diventa uno stile
Occorre vivere senza impostura (altro affaire l’artificio)
Ma su una cosa non amava tergiversare: «Scrivere non è tutto»
Piuttosto «Scrivo, ecco tutto!»
Del resto, fin dall’età della pietra,
l’importante è uscire dalla caverna, guardarsi intorno,
dialogare e chiedere perdono al bisonte dipinto sulla rupe
(perché si dovrà ucciderlo, o perché lui sarà costretto a ucciderci)
Ma soprattutto: sottrarre quell’immagine al regno animale,
renderla non riproducibile da altri bipedi
La percezione estetica, diceva, viene prima di ogni cosa,
dell’economia, della zoologia, dell’etica:
perché è sempre stata tutt’uno con la sopravvivenza
Di conseguenza, l’importante è risiedere qualche tempo
nelle carni di un altro, bisonte, aborigeno o lettore del Connecticut,
tuffarsi nell’ignoto e con rametti di vischio nascondere le tracce
come ci si nasconde nella nebbia sopra un ponte, a Venezia
«Se altri faranno lo stesso cammino, tu non avrai nessun merito
(per cui perché riscuotere applausi
dagli altri pagliacci del circo?),
né saprai, nel frattempo, se le tue sconfitte
si saranno trasformate in esercizi o in vittorie»
Essendo stato concepito in una lingua infantile,
non visse alla fine (raccolti in una clessidra
tutti i granelli della sua presunta comprensione del mondo),
che pochi minuti (come tutti),
i quali non si concentrarono all’epoca della sua adolescenza,
ma verso i quaranta (in una provincia del Portogallo),
quando non si trepida più per un neologismo,
né ci si gingilla con gli anelli del karma
«Gli amici dicono che io non viva nel presente,
che combatta contro un tempo a cinque teste,
e che è inutile distruggere qualcosa che sfugge alla comprensione.
È una stupidaggine. Anch’io, come tutti, vivo nel presente.
E come tutti (ecco la differenza, che non implica nessun delitto,
nessuna vendetta) morirò nel presente».
In assenza di sensi di colpa, spade di Damocle,
mostri a loro agio nella poltiglia del peccato,
ribadì più volte di essere un cavaliere solitario
indifferente al vessillo in cima al castello,
di continuo stupito di come si possa a un passo dalla morte
fissare la propria dimora, essere fedeli, avere radici,
accettare il mondo, avanzare strategicamente verso il campo nemico,
raggiungere la cerchia degli eletti e sedersi soddisfatti,
tradire l’ignoto, confondere l’imitazione dei maestri
con il mimetismo della natura, perché in fondo
«è meglio assumere la forma di una foglia» (di un bruco, di una farfalla)
invece che fingere di esserci.
Poi, più spesso di quel che si creda,
ciò che ci ha ispirato per anni, imponendoci regole e universi,
d’improvviso ci sfugge
Ci resta una lettera da Albufeira,
dove, a parte sofferenza e realismo da quattro soldi
fra eventi e corpi che si ignorano l’un l’altro,
sebbene alcuni si arrendano ai propri discendenti,
altri discendano fino a un ozioso stridio (di grilli, cavallette?) ,
altri ancora ozino senza conoscere Orazio (Omero?),
e qualcuno, all’orizzonte, tracci sulla sabbia un trattato
sulla sleale concorrenza del silenzio con le onde,
per venire a capo di un volto dimenticato
(il volto di una puttana,
il volto della fame, il volto dell’intransigenza,
il volto della morte che ha preso il sopravvento su tutti i volti
Chi potrà contarli?
I volti giocano ad annientarsi a vicenda)
ci vorrebbe ben altro che queste parole:

«Io sono fra coloro che pensano
che noi, in ogni verso, ci leggiamo.
Perciò la grandezza di un poeta è proporzionale
all’umile attenzione con cui egli si avvicina al caso fortuito,
a quel nessuno, intravisto di scorcio, che è nostro padre.
Per quanto originali, siamo specchi. Può sembrare un miracolo.
Ma è l’esatto contrario»

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