Pierfrancesco Majorino, L’eterno giovedì

 

L’eterno ritorno delle piccole storie

di Rossano Astremo

Se in Dopo i lampi vengono gli abeti, esordio del 2005, Pierfrancesco Majorino costruisce un mondo possibile nel quale tutto ruota attorno alla confessione che un detenuto fa ad una psicologa, dalla quale emerge la mente di un uomo costretto a scavare nei meandri del proprio passato, in L’eterno giovedì (Baldini Castaldi Dalai editore, pp. 248, euro 16), suo secondo romanzo, lo scrittore milanese alza la posta in palio, dando vita ad una saga familiare in cui ancora una volta il riaffiorare del passato gioca un ruolo determinante. Siamo negli anni Sessanta del secondo millennio e Riccardo, dopo anni di lontananza, rintraccia suo padre Vincenzo nel tentativo di ricostruire il proprio albero genealogico e la propria vicenda familiare. Vincenzo è il depositario dei solchi memoriali di una storia che, per sbalzi temporali che seguono  l’entropia della mente, lo conduce sulle tracce di Padre Alvarez («E che grande uomo Alvarez. Così devoto, tanto devoto, così devoto che tutti lo chiamavano “Padre” quasi che fosse veramente un sacerdote, anche se era semplicemente un esplicito e laico peccatore»), nonno di Riccardo, e uomo di grande umanità, fondatore, a Zurigo, di un rifugio per clandestini, tossici e reietti, figlio, a sua volta, di Gregorio, in fuga dalla guerra civile spagnola e, poi, in fuga dal puro orrore che ha contraddistinto l’ultimo periodo del secondo conflitto mondiale. Majorino costruisce un romanzo storico atipico, in cui gli eventi disposti secondo una precisa successione cronologica lasciano spazio al magma dei ricordi del vecchio Vincenzo, a sua volta tramandati o letti in vecchi appunti e diari gelosamente custoditi. Eventi minimi, esclusi dai volumi che tutto storicizzano, determinando ciò che resterà, in cui ciascun figlio si trova a ripetere l’esperienza del padre in una logica che si evolve senza cambiare e considera il mondo sempre allo stesso modo. Il succedersi di ciò che è stato è intervallato, nell’intero costruirsi del romanzo, dal resoconto di uno sciopero condotto da manifestanti agguerrite che lottano per conquistare un ruolo da protagoniste nelle loro esistenze, per nulla disposte a cedere a ricatti e soprusi, nonostante il dramma sopraggiunto: «Per le strade c’è un vociare che passa di bocca in bocca e di portone in porta. Si bisbiglia che è accaduto veramente e la televisione lo conferma: è morta la ragazza, travolta dalle masse di gambe, corpi, braccia fuori posto». Si genera un gorgo scomposto della memoria, che procede per accumulo di materia orale, resa artificio dalla cura di Majorino per la forma dell’espressione («Portava uno scialle colorato d’azzurro e un grande orecchino a forma di mezzaluna. I capelli arruffati e castani le cadevano disordinati sulle lentiggini e sulla pelle scura, una pelle segnata dalle linee di quel volto plasmato da uno scultore intento a imprimere la forma di uno sguardo pigiando forte con dieci dita»). Alla labilità delle vicende personali dei singoli protagonisti maschili, costante anche nel continuo viaggio spaziale e temporale, si aggiunge la presenza, in ciascuna delle loro vite, di figure femminili dall’immensa aura attrattiva, controcanto emotivo delle loro incrinature e debolezze, corpi ai quali aggrapparsi per non sprofondare. Manuela, Eleonora, Cristina, la piccola Josephine, che muore a dodici anni, figlia di Padre Alvarez, sorellastra di Vincenzo, a cui sarà intestata una villa, sono spie luminose di pura bellezza, idee alle quali consacrarsi nell’irriducibile prosaicità delle piccole storie di uomini esclusi dalla Storia delle pagine scritte.

 

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