Norman Mailer, Lezioni di scrittura: in ricordo

Lezioni di scrittura

di Norman Mailer

Le scuole di scrittura a volte ti fanno passare momenti infernali. Mi ricordo che al secondo anno di Harvard seguivo un corso di inglese con un insegnante molto bravo, Robert Gorham Davis. A un certo punto Davis disse alla classe, «Voglio leggervi una storia interessante, molto buona, ma che alla fine è stata completamente rovinata dall’autore». La storia, ovviamente, era mia ed era su un ragazzo d’albergo che lavorava in una località di villeggiatura. Come gli altri membri dello staff aveva delle brevi relazioni con le ospiti, i cui mariti, dopo tutto, arrivavano solo nel week-end. Una notte, tuttavia, durante la settimana, un uomo d’affari che si sentiva solo inaspettatamente arrivò da New York, entrò nella hall e si diresse immediatamente verso la sua stanza. Tutti sapevano che ci sarebbe stata una tragedia ancor prima di sentire gli spari. Il mio narratore andò nella stanza e trovò il ragazzo e la moglie morti. La moglie aveva il volto distrutto. Il marito si era suicidato. La mia descrizione era pressappoco questa: «Non riuscivo a vedere il naso, o quel che rimaneva della bocca, e non sapevo se i resti fossero sparsi sul tappeto e ci stessi camminando sopra, o se fossero nell’aria e li stessi respirando», e continuava per un altro paragrafo sullo stesso tono. Tutti in classe si misero a ridere. Ho imparato molto in fretta una tremenda lezione: che una storia letta ad alta voce davanti a un pubblico ha poco in comune con la sua muta presenza sulla pagina.
Ho imparato a scrivere scrivendo. Una volta ho calcolato che devo aver scritto più di mezzo milione di parole prima di portare a termine Il nudo e il morto e gran parte di esse si trovano nelle varie stesure del romanzo.
Scrivere bestseller con l’intenzione di farlo è, in fin dei conti, non molto diverso dallo sposarsi per denaro per poi scoprire che l’assenza d’amore costa più di quel che si pensava. Quando un ipotetico e modesto scrittore di bestseller diventerà finalmente un professionista e scriverà un bestseller, penserà di aver compiuto una grande impresa, proprio come un uomo senza amore (né soldi) vedrà un matrimonio con una donna ricca come una splendida unione.
Oggi i grandi scenari vengono lasciati agli scrittori di bestseller, che manovrano cast di quaranta o cinquanta personaggi e attraversano periodi di cinquanta o cento anni. Mettono in scena guerre mondiali e incredibili cambiamenti nella vita di molte famiglie. Tutto ciò per movimentare il libro. Ma in questi romanzi non c’è nulla che non abbiamo già incontrato prima. I bravi scrittori attuali tendono, invece, a lavorare con scenari più piccoli. Perlomeno sono sicuri che quel che fanno abbia qualche valore visionario. E sperano di contribuire alla conoscenza invece di aumentare la spazzatura culturale. Oggi l’unico grande scrittore in grado di padroneggiare quaranta o cinquanta personaggi e tre o quattro decadi è García Márquez. Cent’anni di solitudine è un’opera incredibile. Non so come abbia fatto a farla. Nel mio romanzo egiziano mi ci vollero dieci pagine solo per girare intorno a un’ansa del Nilo.
È controproducente pensare di mettere in un libro qualcosa perché lo faccia vendere. Di solito non funziona. C’è un’integrità anche nel fare bestseller – deve essere il miglior libro che l’autore è in grado di scrivere in un dato momento. Ci deve credere. Stephen King era tremendamente impacciato e ripetitivo quando ha iniziato, ma i lettori di bestseller hanno riconosciuto la sua sincerità. Era presente in ognuna delle sue pagine mal scritte. La popolarità della cattiva scrittura è analoga al piacere che si prova a mangiare fast food. Devo dire che King ha migliorato il suo stile dagli inizi. E speriamo che siano migliorati anche i suoi lettori, cosa di cui non sono molto sicuro.
Io tratto le cattive recensioni come fa un politico con una sconfitta elettorale. Un paio di amici mi chiamarono dopo che sul New York Times Book Review apparve un’orrenda recensione di Antiche sere e mi chiesero, «Stai bene?». L’avevo vista la settimana prima, e avevo avuto il tempo di digerire il colpo. Dissi loro che era come aver perso le elezioni in una contea: ciò non impedisce di candidarsi per la carica di governatore.
Ora ho ottant’anni, ma qualcuno mi considera ancora un po’ folle. Anche al culmine delle forze, questo tratto della mia natura non rappresentava che il cinque o il dieci per cento di me. Il resto era lavoro. Mi piace lavorare. Ricordo che Elia Kazan un giorno disse all’Actors Studio: «Qui parliamo sempre di lavoro. Ne parliamo con devozione. Sottolineando la parola. Il lavoro. Beh, lo dico chiaramente: il lavoro è una benedizione». E ci guardò con aria di sfida uno per uno. E io pensai, ha ragione. È vero, è proprio una benedizione.
Naturalmente se ci si chiede su che cosa si basa il lavoro, la parola chiave è poco felice: tenacia, resistenza. Diventare uno scrittore professionista è difficile come diventare un atleta professionista. Dipende dalla capacità di mantenere la fiducia in se stessi. Si deve essere disposti a correre dei rischi e a ricominciare. E ci vuole un’enorme quantità di pratica per diventare bravi. E poiché si è influenzati da ciò che si legge da bambini e da adolescenti, ci vuole anche tempo per disimparare tutte le cattive abitudini derivate dalla lettura e che portano a una cattiva prosa.
Ho sempre pensato che ci sia una grande affinità tra La Rochefoucauld e Gore Vidal. Lo dico criticamente. Vidal rappresenta la fine di una tradizione intellettuale cominciata con La Rochefoucauld. Sa mettere il dito su molti punti chiave. Nessuno lo può accusare di non essere capace di venir fuori con una buona massima. Quel che sostengo, tuttavia, è che la sua particolare tradizione è diventata inadeguata alle nostre esigenze. Il mondo sta diventando così complesso (e ingarbugliato) che è limitativo racchiuderlo in qualche aforisma, per quanto brillante. Gli aforismi bisogna ampliarli e correggerli. E questo mi sembra un utile esercizio per gli scrittori: prendere qualcuna delle migliori massime, un adagio o un detto e vedere se si riesce a svilupparlo. C’è, per esempio, quell’osservazione di Tolstoj: «È incredibile quanto sia erronea l’idea che bellezza e bontà vadano assieme». D’accordo. Può essere vero che tra il bene e il male ci sia, temporaneamente, una proficua collaborazione e questa potrebbe essere la ragione per cui Tolstoj ne diffidasse tanto, e perché reagiamo con paura, stupore, avidità e sì, anche con diffidenza, quando incontriamo una bella donna.
Ora che ho cominciato non riesco più a fermarmi. Voltaire una volta disse: «Il senso comune non è poi così comune». Avrebbe potuto continuare e osservare che il maggior abuso del senso comune è di solito commesso da coloro che vanno proclamando continuamente di esserne dotati.

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