Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto

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Italia, un Paese malato da rifondare
di Rossano Astremo

Basterebbe che l’informazione tornasse ai fatti. Basterebbe che l’informazione abbandonasse quelle che Christian Raimo, nella prefazione di “Il corpo e il sangue d’Italia – Otto inchieste da un paese sconosciuto” (minimum fax), considera due versioni speculari della stessa malattia, ovvero il sensazionalismo e la blandizie. Per intenderci, quell’atteggiamento poco deontologico che raggiunge il suo acme in “Porta a Porta”, in cui Bruno Vespa maneggia con la stessa disinvoltura un mestolo e uno scarponcino, in una puntata dedicata al delitto di Cogne, o il seno di una modella, in una puntata dedicata alla mastoplastica additiva. Sembra, però, che troppo oltre ci si sia spinti, che l’informazione, sia quella su carta stampata che quella televisiva, ragioni quasi esclusivamente seguendo le logiche “mistiche” dello share. Allora, il paradosso vuole che sia la letteratura a restituire all’Italia un volto quanto più asintoticamente reale.
“Il corpo e il sangue d’Italia” raccoglie otto inchieste scritte da Alessandro Leogrande, Antonio Pascale, Silvia Dai Pra’, Stefano Liberti, Piero Sorrentino, Alberto Nerazzini, Gianluigi Ricuperati e Ornella Bellucci. Otto fotografie dai colori acidi e dalle linee ruvide che entrano nel ventre molle di un Paese complesso, vario, problematico e lacerato, ottenute attraverso il ricorso ai dettami tipici del giornalismo d’inchiesta, arricchite però da un linguaggio altro, che non solo dice ma suggestiona, che non solo registra ma disturba.
Non è un caso, quindi, che l’apertura e la chiusura di questo libro abbiano come protagonista Taranto, “non perché – come scrive Raimo nella prefazione – sia la capitale immorale d’Italia, con il suo buco di bilancio comunale mostruoso, i suoi record di diossina presente nell’aria, il suo mare guasto, ma perché dell’Italia è forse l’osservatorio privilegiato, il paradigma sociale e antropologico utile a capire anche ciò che accade nel resto della penisola”. Alessandro Leogrande in “L’eterno ritorno di Giancarlo Cito” si sofferma su uno dei personaggi più effervescenti e atipici della politica nazionale. Giancarlo Cito, ex picchiatore fascista, telepredicatore televisivo, divenuto sindaco nel 1993, eletto deputato nel 1996 con 33.960 voti, pari al 45,9 % dei voti, condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, con conseguenti quattro anni di carcere scontati dal 2003 al 2007. Sino alla sua ricomparsa, pochi mesi prima delle elezioni comunali più delicate nella storia della città di Taranto, le prime dopo il dissesto finanziario da 800 milioni di euro prodotto dalla gestione scriteriata della precedente giunta. Con 40 chili in meno ed una Laurea in scienze giuridiche in più, Giancarlo Cito si candida come sindaco alle elezioni del 27 e 28 maggio. Il resto è storia nota, Cito viene fermato dai giudici, ma candida al suo posto il figlio Mario, il quale è il primo candidato sindaco a prendere il 20,2 % dei voti senza pronunciare nemmeno una parola. La campagna elettorale viene monopolizzata dal padre. È vero, Mario Cito non è stato ammesso per il rotto della cuffia al ballottaggio. È vero, le elezioni sono state vinte dal Ippazio Stefàno, rappresentante della sinistra massimalista, ma At6 è il partito che ha ottenuto più suffragi in città e, soprattutto, è tornato a vele spiegate il citismo, ossia un populismo in grado di intercettare “la pancia del degrado, la fine del sogno industrialista, il terrore dell’inquinamento industriale che si volta in malattia, nello sterminio lento e inesorabile di una parte della città”. Cito è tornato, quindi, e, conclude Leogrande: “Se non sono le moderne consorterie legate al porto e all’industria, sarà (a prendere il potere) ancora una volta una nuova forma di berlusconismo meridionale. E se non prevarranno né gli uni né gli altri, tornerà ancora Cito. Sempre Cito, solo Cito con i suoi fascisti da Amarcord all’assalto di una città sfibrata”.
Complementare al testo di Leogrande, come detto, è “Il mare che non c’è” di Ornella Bellucci, dove è l’Ilva di Taranto la protagonista della sua inchiesta, e le condizioni di lavoro degli operai dopo il passaggio dell’azienda nelle mani di Emilio Riva, le morti bianchi che non cessano a diminuire, i morti per cancro che a ridosso dello stabilimento assumono percentuali preoccupanti, l’emissione di diossina che supera ogni quantitativo immaginabile. Dinanzi a tutto questo schifo la bellezza del mare della città è del tutto cancellata.
Antonio Pascale, in “Il responsabile dello stile”, si sofferma con la sua consueta bella scrittura, sulla rappresentazione del dolore nei mass media, dedicando alcune pagine introduttive al Live Aid del 13 luglio del 1985, il grande concerto organizzato da Bob Geldof per sensibilizzare il mondo sul problema della fame in Etiopia e nell’Africa tutta. Da un lato, durante quell’evento trasmesso dalle tv di tutto il mondo, la successione di immagini di morte, carestia e apocalisse, dall’altro lato la voglia di canticchiare assieme a Mick Jagger e Tina Turner il motivetto di “It’s Only Rock and Roll but I Like It”. È l’inizio di una personale riflessione sull’alfabetizzazione del dolore piena di citazioni, esempi e interpretazioni.
Silvia Dai Pra’, in “Cuor crocifisso”, partendo da una sua incursione al Family Day del 12 maggio, parla delle difficoltà di una trentenne d’oggi a far conciliare la propria voglia di maternità con le ambizioni lavorative. Oggi, molto spesso, decidere di avere un bambino vuol dire anche perdere il proprio posto di lavoro. Perché una donna in maternità costa troppo all’azienda: “Fai uno sforzo e mettiti nei panni dell’imprenditore. Me l’hanno detto Elisa, me l’hanno detto in tante. C’è la globalizzazione. La concorrenza è sfrenata. C’è la Cina, Cristo. Le aziende devono rendere al massimo, altrimenti chiudono, o delocalizzano. È il mercato, che vuoi farci?”
In “Professione imam” Stefano Liberti racconta l’amicizia nata con Sami, gestore di un phone center e imam di una delle moschee più antiche di Roma. La conoscenza di Sami e di altri imam della capitale conduce Liberti a considerazioni come questa: “Erano passati diversi mesi dal nostro primo incontro: nel frattempo avevo conosciuto altri imam, tutti più o meno accomunati da questa doppia esistenza, questa schizofrenia tra il loro autorevole ruolo e una banale quotidianità da immigrati lavoratori”.
Quello di Piero Sorrentino, in “Il corpo che siamo”, è un viaggio allucinato nel mondo delle palestre, dove il doping è prassi. Colpisce davvero il numero e la pericolosità di sostanze che molti uomini e donne iniettano nel corpo per modificare la propria consistenza muscolare. Rischiano la vita per gonfiarsi sino a scoppiare, nel tentativo di costruirsi un’identità che lenisca l’insoddisfazione personale. E se Gianluigi Ricuperati in “La legione straniera del denaro” scandaglia in profondità la prassi del denaro prestabile, che contribuisce a far sì che l’economia nazionale si regga sui debiti, molto toccante è “Scandalo a Filadelfia”, l’inchiesta di Alberto Nerazzini, il quale, sceso a Filadefia, paese della Calabria situato tra Lamezia Terme e Vibo Valentia, intervista Angela Donato e Anna Fruci, madri rispettivamente di Santo Panzarella e Valentino Galati, giovani fatti scomparire nel nulla, aventi in comune il fatto di essere stati amanti di Angela Bartucca, moglie del boss Rocco Aniello. C’è un interrogativo che Nerazzini pone al padre di Valentino Galati: “Non trova allucinante perdere un figlio di diciannove anni per una storia di corna, nell’Italia del 2007?”.
La risposta è affermativa. È allucinante. Ma l’Italia oggi è anche questa. Da un lato la voglia di sviluppo, di rinnovarsi, di guardare al futuro, dall’altro la presenza di una mentalità arcaica, di una stasi endemica, di un’infinita irresponsabilità politica. Aprendo le pagina di “Il corpo e il sangue d’Italia” si tocca con mano l’entropia di un Paese malato da rifondare.

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