Philip Roth, Patrimonio: un estratto

da Patrimonio

di Philip Roth 

Vero. I genitori di mia cognata erano sopravvissuti all’Olocausto, conoscevo dei sopravvissuti in Israele, e naturalmente non era insolito vedere i numeri dei campi sulle braccia della gente che si incontrava a New York. Mi ero anche seduto in mezzo ad almeno una dozzina di sopravvissuti l’anno prima, nelle settimane in cui a Gerusalemme avevo seguito il processo di John Demjanjuk, la guardia di Treblinka nota come Ivan il Terribile. Probabilmente il sopravvissuto il cui numero mi aveva fatto più impressione a vederlo ero lo scrittore italiano Primo Levi. Nel 1986 ero andato a Torino a fargli una lunga intervista per il “New York Times”, e nei quattro giorni passati insieme eravamo diventati misteriosamente amici intimi: così intimi che quando venne il momento di andar via Primo disse: “Non so quale di noi due è il fratello minore e quale il fratello maggiore”, e ci abbracciammo con grande emozione come se quella potesse essere l’ultima volta che ci vedevamo. E fu proprio così. Avevamo parlato a lungo di Auschwitz, degli undici mesi che vi aveva passato quando era giovane e dei due libri che aveva scritto sui campi, e questo era stato il nocciolo dell’intervista. Essa venne pubblicata nella sezione domenicale del “Times” dedicata ai libri sei mesi giusti prima che Primo Levi si togliesse la vita gettandosidall’alto della scala del palazzo di Torino dove abitava: la stessa scala le cui cinque rampe di gradini avevo salito pregustando il nuovo incontro ogni giorno che ero andato là per le nostre chiacchierate.

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