su Ore Piccole miei testi: una nota di Luca Fiorentini

Nelle librerie il settimo numero di Ore Piccole, la rivista di Letteratura e Arte curata da Gabriele Dadati e Stefano Fugazza. In questo numero c’è Distanze, una mia breve silloge di testi poetici inediti, accompagnati da una nota del giovane critico Luca Fiorentini, che riporto di seguito.

Nota

di Luca Fiorentini 

Non ci si sente disorientati, nell’accostarsi alle liriche di Rossano Astremo. Questo perché i suoi versi sembrano rispondere alla necessità di aggrapparsi, per così dire, al dato: inteso come dato materiale, molto spesso; come immagine che si sforza di non mancare di dettagli, il più possibile precisi. E l’impiego di aggettivi non banali, spesso difficili, non contraddice questa scelta: anzi la approfondisce; sembrerebbe, per tenersi a distanza di sicurezza  dalla disonestà potenziale di molta produzione lirica: non si vuole insomma disperdere il lettore in un gioco di presenze astratte, poco importa se insignificanti. E’ per questo che nelle poesie di Rossano Astremo le scorie sono scorie industriali, lo schermo è uno schermo anamorfico, il tappeto è un tappeto sintetico e i neon sono neon evanescenti: perché non sorga il dubbio che certi oggetti concreti affiorino casualmente, senza un tentativo di indagine sulla lorosostanza. L’introspezione – a tratti feroce – non si muove dimenticandosi dei suoi spunti immediati, i dati esterni appunto; ed elencandoli riesce a fornire al lettore le tracce di un percorso, rivela i suoi punti di partenza. Sono versi che non si dimenticano delle occasioni che li hanno generati, che non celano – in altre parole – le proprie origini, anche nei loro aspetti più dimessi: “Guardare il soffitto è metafora / della nostra età: le tue labbra / sul mio petto leniscono le ferite”.

Le cose non cambiano per quanto riguarda la forma dei testi in questione, dove l’andamento piano, spesso volutamente elementare, della sintassi (soggeto, predicato, complementi, punto fermo – “le mani sprofondano nello spazio muto”) si complica a volte per via di una scarsa coincidenza tra quest’ultima e la misura del verso; non sono rari gli enjambement, spesso reiterati in sequenze addensate: quasi a marcare le zone nevralgiche dei componimenti, i punti dove l’autoanalisi si fa più fitta (“osservo la fragilità dei borsi / su cui m’adagio, senza oltrepassare / la linea che separa l’illecito / dal lecito, il vitale dal vano / consumarsi di questo fiato deserto”). E’ significativo che proprio in questi passaggi – quelli in cui il coinvolgimento emotivo diventa più intenso – il controllo metrico risulti meno serrato, e la sintassi si liberi. E’ come se lo sforzo di precisione a cui Astremo vuole sottoporsi (attraverso l’indagine sugli oggetti di cui si diceva, e attraverso la costruzione di un reticolo metrico che trattenga il fluire delle parole) ammetta ogni tanto un’eccezione, una sosta; e un senso possibile della sua poesia, probabilmente, si può trovare proprio dando il giusto valore a questa interruzione. Perché la lirica, se è seria, non parte dalle conclusioni, ma ci arriva attraverso un percorso: non lascia che l’io sia immediatamente libero di muoversi a piacere verso direzioni imprevedibili: cerca di guidarlo su determinate traiettorie, di incanalarlo in un discorso che risulti limpido all’autore in prima persona, e poi ricostruibile anche al lettore. Rossano Astremo fa proprio questo, forse: cerca di non scrivere istintivamente,  per rendere quanto più chiaro possibile il tragitto dei suoi versi; e quando desiste, lo fa perché non c’è altro da fare. Il suo è un avvicinarsi all’obiettivo, in ultima analisi; un’approssimazione: ma è proprio in questa approssimazione – onesta, non taciuta – che sta il valore della sua poesia.

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