un racconto di Cristiano Peluso

Cronaca dell’inatteso

di Cristiano Peluso

Andare in giro per le strade della metropoli possiede un fascino diverso, più vivo. L’inatteso si presenta spesso nelle sue molteplicità. Mi piacere attendere l’inatteso, scegliere per il gusto di scoprire. Perdermi fra i volti degli sconosciuti, ascoltare i loro pensieri o immaginarli. I mezzi pubblici sono il ricettacolo dell’inatteso. Una sera, spinto dalla solitudine del viaggio cittadino, i miei occhi si sono visti riflessi in altri occhi. Di un colore brillante, spiccavano immersi in una carnagione diafana. Aveva una figura esile, vestita in maniera armoniosa e discreta.
Uno scambio di sguardi e la paura di essere fraintesi. La mia barba incolta, la carnagione scura, un giaccone abbondante potevano far pensare a me come ad un malintenzionato, ma lei ricambiava i miei sguardi ed è iniziato un gioco.
A turno distoglievamo l’attenzione posando la vista oltre, per verificare l’arrivo del trasporto pubblico.
Ho sfilato dalla tasca il mio libro di Ammaniti, ho poggiato le spalle ad un palo della luce che illuminava la banchina su cui eravamo, ed ho cercato il segno della lettura abbandonata prematuramente nell’ultimo trasbordo fra un mezzo e l’altro.
Mi sono voltato per assistere alla sua reazione al mio gesto. Mi guardava, ma appena i nostri occhi si sono incrociati ha fatto finta di nulla, dopo aver indugiato per qualche istante. Dalla sua piccola borsa in similpelle amaranto ha estratto un libro. Aveva la mia stessa copertina, bianca con la costina gialla.
Ho sperato che fosse lo stesso mio libro.
Il rumore delle rotaie ha annunciato l’arrivo del tram.
La folla ci ha travolti, magia del capolinea, non mi ero accorto dell’innumerevole quantità di gente che si era accalcata in attesa del tram. Un attimo di scoramento e sono salito anche io. L’ho preceduta perché non volevo apparire insistente. Mi son sistemato in piedi in fondo e spinto volontariamente dalla massa mi son trovato al suo fianco. Altro sguardo, un sorriso. Stretti come sardine, ma fieri lettori.
Ho cercato di sbirciale il testo che aveva fra le mani, ma non ci sono riuscito.
Alla fermata successiva è salita altra gente, ho riposto a fatica il mio libro nella tasca facendo attenzione a non urtare violentemente nessuno con il mio gomito e con l’aria un po’ dispiaciuta le ho detto: “Penso proprio che non si possa più leggere”.
Mi ha sorriso e ha accettato il mio velato invito a dedicarmi la sua attenzione.
Ed ora? Bisogna trovare argomenti. Mi ha preceduto condividendo con me la sua esperienza di lettrice itinerante, del bisogno di evasione tranviaria, il rifugio nella lettura, della necessità di trovare un marchingegno che agevolasse la lettura durante i viaggi troppo affollati.
Alternavamo discorsi inutili che servivano solamente a non farci cadere in un silenzio imbarazzante, nella condizione in cui nessuno dei due sarebbe stato in grado di riprendere il dialogo. Avevo un braccio ben saldo al passamano posto sopra le nostre teste. Saranno stati i primi freddi autunnali o la posizione protratta per molto tempo, ma iniziavo a non sentire più il braccio. Ho cambiato posizione, ma ora il mio braccio destro copriva il suo viso. Per qualche momento mi sono occupato solo di questo problema cercando di mantenere viva la comunicazione e annuendo al momento giusto.
Annuire al momento giusto la considero un’ottima prerogativa, l’ho imparata da mio padre, un uomo che odia le conversazioni sterili, ma è pur sempre gentile nei modi.
In questo momento non si trattava di una conversazione sterile ma ero stato costretto a cercare nuovamente una posizione che mi permettesse di vedere il suo volto.
I capelli a caschetto mi sono sempre piaciuti.
Anche se non amo i capelli corti in una donna, il caschetto mi ha sempre intrigato senza un motivo preciso.
Il suo era nero, la luce al neon del tram si rifletteva sulla parte alta della testa e le accendeva degli strani riflessi. Il taglio era scalato, con la nuca più in vista, prendeva una strana piega se abbassava lo sguardo. Sembrava che il caschetto le scivolasse e formasse verso il basso, con le ciocche laterali, degli strani spuntoni corvini dall’aspetto tutt’altro che aggressivi. Alternavo momenti di inquietudine a momenti in cui ero rilassato e attento alle sue parole. Mi piaceva ascoltarla. Solitamente se sono in imbarazzo divento logorroico e unisco più discorsi senza senso perché il silenzio mi fa sentire osservato.
Mi ha confessato di essere una forzata del trasporto pubblico, di lavorare nel centro storico della metropoli e quindi di essere obbligata a spostarsi coi mezzi pubblici. Io le ho sorriso: l’avrei rivista in altre occasioni, quindi.
Avevo iniziato da poco a spostarmi con continuità utilizzando il trasporto pubblico.
Sconfitto dall’ansia del parcheggio, dal traffico violento che ti assale puntuale ogni mattina nel momento in cui devi recarti in ufficio, avevo deciso di concedermi una tregua. L’automobile mi portava via tempo prezioso. Dovevo essere attento a sfruttare il minimo varco tra un’auto e l’altra solo per poter conquistare qualche metro nella processione quotidiana verso il posto di lavoro. Prima e seconda, prima e seconda, le altre marce erano diventate inutili e mi chiedevo che senso avessero. Cosciente anche della mia scarsa inclinazione alla guida veloce avevo imparato ad accettare di trascorrere in auto quasi 90 minuti ogni giorno per compiere 15 chilometri esattamente le distanza fra il mio appartamento e il mio posto di lavoro. A questo tempo doveva sommarsi un tempo X per il parcheggio. L’equazione portava matematicamente allo stress. Ogni mattina mi accompagnavo con la musica della stessa stazione radiofonica.
La conduzione non imbalsamata da rigidi schemi radiofonici la rendeva un’ottima compagna di viaggio e spesso se riuscivo a trovare un parcheggio in tempi decenti mi trattenevo in auto per aspettare la fine del pezzo trasmesso e dell’ennesima pubblicità esilarante. Nelle ultime settimane, però, tutto questo mi aveva stancato.
Ero lobotomizzato da un incedere meccanico e dall’eccessivo tempo tolto a me stesso: per questi motivi avevo deciso di disintossicarmi e di spostarmi con i mezzi pubblici.
Il percorso non è così semplice. Devi salire sul tram, poi sulla metropolitane e ancora sull’autobus. Il tram è il pezzo che fino a quel momento odiavo. Un mezzo malandato e oltraggiato dagli stessi passeggeri, ma su cui si incontravano quotidianamente razze, culture e vissuti diversi.
Le ho confessato i motivi che mi avevano portato a salire su quel tram e della possibilità di ritagliarsi del tempo per se stessi utilizzando il trasporto pubblico. Eravamo lì l’uno al fianco dell’altro, l’uno per scelta l’altro per mancanza di un mezzo alternativo ma inaspettatamente stavamo parlando di noi.
Piccoli sorrisi imbarazzati si alternavano a frammenti di discorsi, l’imbarazzo di doversi raccontare, e di un incontro inatteso e cercato. Il nostro parlare aveva spinto l’attenzione sulle inflessioni delle nostre voci e su gli accenti che tradivano le nostre origini.
Lei romana de Roma con un inflessione lieve ma presente. Avevo avuto poco tempo per collegare quella intonazione alla sua fisicità e non avevo capito ancora se stridesse o no.
I miei tratti somatici e il mio pessimo timbro di voce, fatto da suoni molto presenti e da vocali apertissime, erano un chiaro segno delle mie origini meridionali. Non avevo mai tentato di nasconderlo il mio accento e nonostante i dieci anni trascorsi lontano dal sud Italia era sempre presente, solo che aveva assunto sfumature diverse da quelle originarie.
“Sei siciliano?”
“No, sono pugliese”, le ho detto cercando di non farla sentire troppo in colpa per l’errore commesso e quasi per giustificala ho proseguito: “è una cosa che mi dicono di frequente, ma pur amando la Sicilia e soprattutto la sua parte orientale in cui vado spesso per lavoro, resto un pugliese convinto”.
“Anche a me piacerebbe andare a lavorare fuori Roma, spesso mi pesa viverci perché è troppo caotica, e mi piacerebbe andare in una piccola cittadina del nord. Andare a lavoro in bicicletta e avere una vita più semplice”.
Molte volte mi ero detto le stesse cose. Vivere a Roma non era facile, ancor più se non ci eri nato. Nei momenti più critici mi consolavo passeggiando per le strade affollate. Mi guardavo intorno e riscoprivo una bellezza disarmante che si celava sotto i ritmi frenetici della città. Amavo passeggiare da solo. Sceglievo la colonna sonora più adatta al mio umore e lasciavo partire la musica dal mio mp3 fino a coprire i rumori di sottofondo. Tutto così appariva più facile, più pulito. Quando ciò accadeva mi sentivo leggero, mi pareva come se fluttuassi ad un palmo da terra. L’incedere diveniva ritmato, sincronizzato con la musica che mi stordiva le orecchie, ma in quello stordimento, nel camminare senza meta, provavo serenità.
Mentre parlava mi sono sporto per guardarla frontalmente, in quel momento ho notato che sopra al labbro superiore, alla sua sinistra, si intravedeva l’herpes.
Ho iniziato a fantasticare sulle cause psicologiche che avevano portato a quello sfogo.
Ho unito i pezzi di un ipotetico puzzle fatto di sensazioni e di visioni, tutto per ottenere un’immagine di lei che fosse il più possibile completa.
Mi appariva sfacciatamente tenera. In tutto quello che diceva, nei suoi atteggiamenti c’era una fierezza latente, soffocata dalla timidezza. I sorrisi sempre accennati e forse strozzati, il tono di voce pacato ma chiaro e convinto, lo sguardo intenso e furbetto ma mai invadente
, curioso ma discreto e nascosto all’occorrenza dalla montatura dei suoi occhiali da vista.
Non ricordo quale strada abbiamo percorso per finire a parlare dei nostri segni zodiacali. “Io sono del toro”, le ho detto con diffidenza, facendole capire di non essere molto ferrato con i pianeti in transito.
“L’unica cosa che so e che non vado d’accordo con lo scorpione”.
“Io sono dei pesci e mi sembra normale che tu non creda nei segni zodiacali, sei del toro!”
Nel suo volto si era insinuato un sorriso malizioso, quella frase sembrava uno sfottò, sembrava dicesse: “Lo so che sei diffidente e testardo”.
Ho provato subito a dissuaderla, a farle credere che un segno zodiacale non poteva incidere sul carattere, ma più mi spingevo in questo discorso più sembravo scettico e testardo.
Nel frattempo il tram proseguiva il suo viaggio e continuava a caricare e scaricare passeggeri frettolosi di tornare a casa dopo una estenuante giornata lavorativa.
Tra pochi minuti sarebbe finita anche la mia corsa e avrei dovuto abbandonare quella conversazione.
Nella mia mente si sono accavallati i pensieri. Volevo sapere se avrei avuto ancora l’occasione di rivederla, volevo sapere ancora di lei e dei suoi interessi, del suo lavoro, del suo amore per i libri di John Fante, che automaticamente conduceva alla mia passione per la musica di Vinicio Capossela. Tante erano ancora le cose da dire e da catturare dal suo sguardo, ma poco era il tempo che avevamo a disposizione.
Mentre lei parlava, io pensavo a questo incontro inatteso, al piacere che mi dava questa sorpresa.
Avevo deciso, non le avrei chiesto il numero di telefono, avrei rischiato per il piacere di rivivere, forse, queste emozioni. Chiedere il numero di telefono mi sembrava una cosa banale, un gesto che avrebbe tolto qualcosa all’incanto dell’inaspettato. Questo era quello che volevo, conservare una sensazione nella bellezza di pochi istanti.
Alla fermata successiva sarei dovuto scendere, ma non potevo abbandonare quel discorso così, all’improvviso.
“Solitamente scendo alla prossima fermata ma anche quella successiva non è distante da casa mia”. Le ho comunicato interrompendola bruscamente per comunicarle che il nostro viaggio metropolitano avrebbe proseguito per strade differenti ma che avevo concesso ai nostri sguardi ancora un po’, ancora una fermata. Ero sicuro di non volerle chiedere il numero di telefono? Ero sicuro di sfidare l’inatteso e affidarmi ancora una volta alla casualità degli eventi. Non ero mai stato fatalista prima di quel momento. Concepivo il fatalismo come una sorta di abbandono disperato di un guerriero senza più il suo esercito, sconfitto nell’animo più che nel corpo. Pensavo che se esisteva una logica nel destino questa poteva essere scardinata con piccole azioni. Eravamo attori senza copioni, liberi di improvvisare e di costruire strade e percorsi in base alle nostre azioni. Questa volta era diverso, la bellezza di una donna e la possibilità di riviere l’incontro anche solo nella mia mente, sublimandolo nella rivisitazione delle nostre azioni rendeva tutto più prezioso.
I nostri discorsi intanto prendevano le strade più disparate e forse avevano il solo senso di dare fiato al nostro incedere e sottolineare affinità casuali.
Speranze future, passioni, aspettative e quant’altro riuscivamo a raccontarci arricchivano la cognizione che uno aveva dell’altro e ci avvicinavano.
“Questa volta devo proprio scendere”. Penso che si sia letto in una smorfia del mio volto il dispiacere di aver raggiunto troppo in fretta la fine del viaggio. Con un sorriso dolce ci siamo salutati.
Nelle orecchie lo stridere e del tram sulle rotaie, stava rallentando per fermarsi. Con il corpo proteso in avanti per bilanciare l’effetto di quella frenata e lo sguardo fisso verso di lei le ho detto: “Ah sì, comunque io mi chiamo Cristiano”.La mia voce non era più rilassata, era stridula e tremante, come se nella gola fosse stata strozzata.
“Piacere, Aclia!”, le ho posto la mano come si conviene nelle presentazioni più formali. Ma il mio cervello non aveva percepito l’esattezza del suo nome. Con imbarazzo e con la stessa voce tremante: “Scusa, come hai detto che ti chiami?”
“Aclaia!”.
Si capiva benissimo che non era stupita dal mio senso di disorientamento, doveva esserci abituata se si portava dietro quel nome. Sarà stato il nome insolito, e il rumore acuto della frenata, dello stridere del metallo per arrestare la corsa del tram ma io ero convito di non aver afferrato bene l’esattezza di quel nome. Un piccolo saluto, un arrivederci, mi sono lanciato verso la porta del tram. Facendomi largo fra i passeggeri accalcati, urtando buste di plastica cariche di spesa, gomiti, schiene, enormi sacchi dei venditori ambulanti che rientravano a casa dopo una giornata fredda, sono riuscito a scendere.
Ho guardato il mezzo allontanarsi come in un film dalla sceneggiatura troppo scontata, l’ho visto sparire dietro una curva, chiedendomi se quella sfida lanciata all’inatteso mi avrebbe visto vinto o vincitore.
Le luci arancioni che illuminavano la mia breve passeggiata verso casa lampeggiavano frenetiche a causa di qualche problema di tensione elettrica. Questo conferiva all’isolato uno strano aspetto, spettrale e futuristico. Una sorta di discoteca muta dotata di luci involontariamente stroboscopiche. Quei pochi passi che mi separavano dell’infilare la chiave nella toppa del mio appartamento furono spesi a ripetere incessantemente nella mia testa il nome di Aclaia. Non volevo dimenticarlo e soprattutto avevo fretta di capire se le mie orecchie mi avessero tradito conferendo a quella parola strani suoni non voluti.
In casa con la fretta di un maratoneta lanciato verso il traguardo, ho acceso il pc e ho lanciato la connessione ad internet. Momenti troppo lunghi, mille sensazioni ad accavallarsi. Una parte di me continuava da darmi del coglione. Potevo accompagnarla a casa, chiedere il numero, un appuntamento e invece no ero seduto alla mia scrivania in attesa di verificare il suo nome.
http://www.goole.it, cerca nel web ACLAIA. Invio.
Ecco cosa cercavo, questa piccola frase “Forse cercavi AGLAIA” clik.
Spulciando tra i vari risultati riuscii a trovare le risposte alla mie domende.

Aglaia (o, talvolta, Aglea) è una figura della mitologia greca, figlia di Mantineo.
Aglea è una delle tre Grazie.
Sposò Abante da cui nacquero due gemelli, Acrisio e Preto e una figlia Idomenea o Eidomene. Dal primo di essi, sposo di Euridice, figlia di Lacedemone, discenderà Perseo.
Le tre Grazie, erano dèe della bellezza del fascino e della felicità; figlie di Giove e di Afrodite, ciascuna aveva una caratteristica che la distingueva: lo splendore per Aglaia, la serenità per Eufròsine e la prosperità per Talia.

Aglaia era una delle tre Grazie, dea dello Splendore. Rimasi sorpreso dai risultati della mia breve ricerca. Mi chiedevo perché i genitori l’avevano chiamata così.Perché attribuirle un nome che le si addiceva benissimo nell’immaginario che mi ero costruito di lei, ma difficile da afferrare. Speravo che quei dubbi li avrei potuto dissipare nel prossimo incontro con AGLAIA. Confidavo nell’inatteso.

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