Todd Hasak-Lowy, Non parliamo la stessa lingua

L’America deforme nelle storie di Hasak-Lowy
di Rossano Astremo

Ogni volta che termino la lettura di un libro di racconti la prima cosa che faccio è cercare di scovare nella mia mente una frase o immagine che sintetizzi il contenuto del libro, una sorta di filo conduttore o, spingendoci oltre, una piccola monade che ha portato lo scrittore a mettere assieme tutte le storie. Ecco, dopo aver chiuso “Non parliamo la stessa lingua” (minimum fax, euro 13,50), esordio dello scrittore americano Todd Hasak-Lowy, docente di lingua e letteratura ebraica all’Università della Florida di Gainesville, ho pensato ad un video dei Soundgarden. Ricordate? Il gruppo capeggiato da Chris Cornell? Il video in questione è Black Hole Sun. Nel video appaiono e si succedono una serie di personaggi, casalinghe, pensionati, uomini palestrati, bambini e adolescenti, i quali, nel corso della canzone, perdono i lineamenti originari del proprio viso divenendo deformi, con bocche e occhi spalancati. Credo che Hasak-Lowy nei suoi racconti attui lo stesso effetto deformante. Lavora con estrema maestria sui paradossi quotidiani dei suoi protagonisti, li distorce, li rende mostruosi, come se li mettesse dinanzi ad uno specchio che restituisce un’immagine scontornata rispetto a quella di partenza, e facendo ciò non inocula storie d’ombelichi repressi, ma costruisce un perverso puzzle sociale e politico dell’America contemporanea.
“Non parliamo la stessa lingua” contiene sette racconti. In “Sul luogo dove sorge il museo dedicato agli ebrei vittime delle persecuzioni naziste” si racconta l’incontro-scontro, avvenuto tra un giornalista israeliano fallito divenuto barista e un ebreo americano che si trova in Israele per un viaggio d’affari, generato da un dolcetto stantio; in “Will Power” protagonista è una società californiana esperta in diete che fornisce ai propri clienti delle guardie del corpo capaci di tenerli distanti, soprattutto con la violenza, dalle tentazioni del pessimo e grasso cibo americano; in “La fine del portafogli” si assiste all’intersezione tra gli effetti deleteri di uno scontro nucleare tra India e Pakistan e il conseguente bombardamento mediatico che ne segue e un dramma quotidiano, quello che vede protagonista il povero Larry, alle prese con lo smarrimento del portafogli; in “Il colloquio di lavoro” Hasak-Lowy ci descrive un capo lardoso e sudaticcio alle prese con un giovane neolaureato, suo futuro dipendente, in un dialogo surreale, dove vita privata e dinamiche aziendali si confondono amabilmente; in “Il compito di questo traduttore” (mio racconto preferito) protagonista è un traduttore improvvisato di una lingua slava sconosciuta che si trova a fare da interprete tra un boss e quel che resta della sua famiglia trasferitasi in America dopo lo sterminio della precedente generazione; il racconto “La Nazione dei Predatori” si gioca tutto sulla differenza di carattere tra Brian, studente di critica letteraria marxista, e il rissoso Tony DeAnza. L’unica cosa che hanno in comune è l’attrazione verso una certa Lucy. La storia si conclude con una lattina ficcata all’interno di un megatelevisore; “Come morì il padre di Keith”, ultimo racconto, si sofferma sull’ultimo periodo di vita di un uomo di successo, condannato ad un’esistenza infernale a causa di un’insonnia raccapricciante, contro la quale cerca di lottare attraverso un po’ di attività fisica che gli sarà letale.
Ecco questa in estrema sintesi i contenuti dei racconti. L’ironia, la grande abilità tecnica e linguistica, che consente all’autore di scagliarsi in periodi laboriosi e infernali, e alcune dosi di “metafiction” presenti qui e lì mi hanno fatto pensare a due nomi ai quali quello di Hasak-Lowy si può accostare: Donald Barthelme e David Foster Wallace. Come inizio non mi sembra mica male.

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