Philippe Forest, la scrittura come struggente ossessione

(Sapevo che mi sarei trovato dinanzi a due libri che molto mi avrebbero scosso e, a viaggio terminato, posso dire che la lettura di “Tutti i bambini tranne uno” e “Per tutta la notte” di Philippe Forest, appena conclusasi, è stata un’esperienza intensa e straziante. Nulla potrei aggiungere senza svilire un’operazione di scrittura che nasce da una ferita immensa, la morte della piccola figlia Pauline, stroncata da un cancro, e che con quella ferita cerca di intraprendere una sorta di corpo a corpo ossessivo, dal quale ne uscirà sconfitto l’uomo e vincente lo scrittore Forest. Dopo aver postato l’incipit di “Tutti i bambini tranne uno”, pubblico qui sotto un’intervista di Linnio Accorroni allo scrittore francesce, dopo la pubblicazione in Italia di “Per tutta la notte”, apparsa il 5 dicembre 2006 su Stilos).

Linnio Accorroni intervista Philippe Forest

Pauline, Philippe e Alice
“Sarebbe troppo facile: aver scritto un libro e credersi a posto… Una bambina scompare, esce un romanzo, e tutto rientra nell’ordine… Ciascuno torna ai casi suoi…sarebbe così facile, così vigliacco… A volte mi dico che ormai, in realtà, è questa vergogna che cerco… La forma della mia follia, ti dicevo… Lì, ostinatamente, a ritornare su questa storia, fino a rendermi insopportabile a tutti.”
Così Philippe Forest, a distanza di appena un anno dall’opera precedente, motiva questa reimmersione nell’oceano infinito del dolore e del desiderio, la rivisitazione dello straziante calvario di ospedali, operazioni, farmaci, speranze e disillusioni. La struttura di questo Per tutta la notte ricalca quasi necessariamente la stessa del precedente Tutti i bambini tranne uno: anche qui padre, madre e figlia occupano quasi per intero la scena, personaggi alle prese con un copione che avrebbero volentieri evitato, protagonisti dolenti dell’indicibilità e dell’intollerabilità, mai tentati da fughe nel patetismo consolatorio o in compensazioni teleologiche. Il primo capitolo riprende le mosse dalle ultime pagine del precedente con la narrazione degli ultimi giorni di vita di Pauline. Qui nessun particolare, neppure il più terribile e sconvolgente, viene escluso o censurato perché se la scrittura è, per suo status, impotente e inutile, ma che serva almeno a ricordare quella macchia di polline sul pigiama bianco della bambina ancora viva o la dolcissima giornata primaverile, con il vento che soffia con violenza sotto il sole, e l’asfalto macchiato dalla peluria gialla del polline degli alberi quando Pauline viene portata all’obitorio, il suo sorriso dolcissimo e accusatorio. Nel secondo capitolo, i due ‘salvati’ tentano “di rimettere piede, inebetiti, sulla sponda del senso”: vagano per stanze d’albergo vicine al cimitero dove Pauline è sepolta, si isolano in un vuoto parossistico che esclude familiari, amici, meditano il suicidio, sono scossi da un senso perenne di “catastrofe” a cui sono riconoscenti perché, comunque, “in esso si perpetuava la disperazione di aver perso nostra figlia. Perché quella disperazione era quanto di più vero conservassimo di lei. Da una parte c’era il mondo del romanzo e dall’altra il mondo della vita”. Nel terzo una collezione di foto: nella prima parte si riesumano le istantanee che risalgono a un tempo che pare remotissimo e irrecuperabile, quando viveva una bambina felice e amatissima con genitori pieni di premure e cortesie, senza nessuna premonizione della distruzione prossima ventura dell’idillio. Nella seconda parte invece il lento, inesorabile progredire della malattia fino all’ultima foto, pochi giorni prima di morire, con il corpo devastato dall’orrore della metastasi (il cranio nudo, un nuovo ombelico aperto dal catetere, il braccio sinistro paralizzato con un’enorme cicatrice rosa …): “Ho voglia di scrivere che, in questa foto, è più bella di quanto non sia mai stata. Abita semplicemente il proprio corpo [..] Arrivo al punto di chiedermi se sia mai stata malata. Nessuno può immaginare la somma delle sue sofferenze. Ma un qualche cosa di lei è stato lì per davvero, caparbiamente splendido e dolce, e su di esso il cumulo incalcolabile degli anni non farà presa.” Nel quarto e nel quinto capitolo il lettore comprende quanto l’“elaborazione del lutto” sia un’espressione fondamentalmente inerte che magari può trovare ospitalità e senso tra lo spessore fragile delle pagine, ma non certo nella vita vera. Il rapporto moglie-marito adesso sfiora i contorni di una coazione con tratti paranoici, i viaggi prostrano più della sedentarietà, i libri e la scrittura non vanificano ma riesumano, amplificandolo, il potenziale dell’orrore. I deliri, le allucinazioni, la follia sembrano avere sempre più campo. Nelle ultime pagine una nuova voce narrante prende il sopravvento: forse l’annuncio di un terzo atto. Su ‘Stilos’ del 5 dicembre 2006 è apparsa questa intervista.
Evidentemente la vicenda dolorosa di Pauline non poteva essere contenuta solo in un libro: in finale di questo secondo capitolo che è Per tutta la notte, lei lascia intuire che ve ne sarà un altro, con novità magari significative (il cambio della voce narrante, per esempio). È così?
Sono convinto che a ciascuno di noi almeno una esperienza – e per qualcuno può essere soltanto una – ci è assegnata dalla vita. È a partire da quella esperienza che noi percepiamo tutto il resto della nostra esistenza. Tra la maggior parte degli scrittori, si può rintracciare questa esperienza da quell’insieme da cui la loro opera è uscita. Io ho scritto dopo l’avvenimento di cui ho parlato in Tutti i bambini tranne uno, ma ho provato a farlo ogni volta in una maniera nuova al fine di non lasciar svanire quella verità che mi era stata confidata. Per tutta la notte costituisce la ‘ripresa’ di Tutti i bambini tranne uno nel senso in cui Kierkegaard definisce la ripresa come un ‘ricordo in avanti’. Dopo, ho scritto altri libri. Un nuovo romanzo intitolato Sarinagara del quale una nuova traduzione italiana apparirà prossimamente, poi altri due libri ancora che saranno pubblicati l’anno prossimo in Francia: un saggio e un romanzo. Queste opere sono del tutto differenti. Sarinagara si svolge in Giappone. Il mio prossimo romanzo è un romanzo d’amore. Ma tutti questi libri mi riconducono in una maniera o nell’altra verso questa esperienza di desiderio e di dolore che si trova già contenuta nel mio primo libro.
Nel libro, lei spiega, a più riprese, con quel nitore dello stile che sembra caratteristica irrinunciabile della sua scrittura, le motivazioni che l’hanno portata di nuovo a riprendere la penna. Vuole spiegarcele?
Le ragioni sono molteplici. Io credo che ogni nuovo libro debba essere costruito contro quello che l’ha preceduto. Mi sono accorto che Tutti i bambini tranne uno era stato talvolta interpretato nel senso esattamente opposto a quello che gli avevo voluto dare. Si era voluto vedere in questo libro un esemplare viaggio nel dolore e la prova che la letteratura può superare la sofferenza, sublimarla, darle un senso. La mia convinzione è esattamente l’opposta. Io penso che la poesia non possa salvare dal disastro del vivere, che essa può solo testimoniare. Valeva la pena riprendere la spiegazione di tutto ciò. È ciò che ho provato di fare. Senza dubbio, non ci sono riuscito; è perciò ho continuato a scrivere. Ogni vera letteratura parte dal suo scacco e da questo senso di colpevolezza che l’accompagna.
C’è una novità rilevante a livello strutturale: gli inserti dialogici tra un ‘lui’ e una ‘lei’. A che cosa è dovuta questa scelta?
Il romanzo deve contenere più voci senza mai dar ragione a qualcuna di esse. È la sua legge. Esso non si concede al relativismo, al nichilismo che sono di norma nella società attuale. Esso deva far apparire l’aporia, l’assurdità, la contraddizione senza appello dell’esperienza umana. In quanto autore, non voglio avere l’ultima parola. In Per tutta la notte io lascio queste ultime parole al personaggio della donna, della madre. Credo che, confrontato all’esperienza del dolore, della morte di un bambino, il punto di vista maschile e quello femminile non si accordano mai del tutto. Il narratore di Per tutta la notte crede che l’impresa di trasformare la morte di un bambino in un libro non è del tutto sprovvista di giustificazione. La donna non condivide affatto questa illusione letteraria. Per questo volevo che fosse a lei che il romanzo lasciasse la preoccupazione della conclusione della narrazione, del suo significato.
Lei rifugge dal patetismo, dalla commiserazione, dalla pacca benevola sulla spalla. Si ha come la sensazione che tutte queste dimostrazioni d’affetto facciano perdere di vista l’enormità dell’esperienza che è stato chiamato a vivere. È davvero così?
Io non rifiuto né il patetismo né la vera compassione. Al contrario. Mi sembra che l’attuale letteratura postmoderna si è persa recidendo ogni legame con l’emozione. Tutti i maggiori romanzi d’oggi arretrano davanti all’emozione perché essi vengono meno davanti al reale e vanno a cercare rifugio dalle parti dell’ironia, del gioco, del virtuale. Essi sono semplicemente incapaci di affrontare la sfida che ci rivolge quella condizione umana che, oggi come ieri, consiste nell’esperienza estatica del dolore e del desiderio. Ma io diffido da quel sentimentalismo che costituisce una maniera di trasformare la sofferenza in un oggetto di gioia inoffensiva e di speculazione interessata. Bisogna ricordarsi lo scandalo della sofferenza e la risposta incompleta che ci consegna l’amore. Se la letteratura serve a qualche cosa, serve, malgrado tutto, a questo.
La scrittura non serve; Sherazade da lei evocata in una delle pagine più intense del libro, è destinata a soccombere. Non si possono salvare le creature, ma solo le parole che testimoniano che un tempo quelle creature sono vissute. Non è insopportabile tutto questo?
Mi si dice talvolta che i miei romanzi testimoniamo l’insopportabile. Ma questo insopportabile va comunque affrontato. Non abbiamo altra scelta. Si può non voler leggere un romanzo che si svolge tra gli ospedali e i cimiteri. Ma è soprattutto lì che finiremo tutti. Ed è là che s’inventa un arte di vivere e d’amare che manca purtroppo altrove. Come Sherazade, il romanziere inventa una parola che differisce la morte, che allunga la notte in maniera di allontanare il più a lungo possibile il momento del nulla e dell’abbandono prima di spandere davanti a lui la magia d’una parola che restituisce la meraviglia del vivere, lo splendore del mondo.
Eppure, nonostante tutto, questo viaggio nello strazio e nel dolore più profondo, non è, come dice lei in finale di libro, “un messaggio assurdo in corsa nel vuoto”, ma induce a gettare uno sguardo meno frettoloso e distratto sui nostri cari, a riflettere sulla gioia e mistero dell’esser padri e figli.
Tutti i veri romanzi sono romanzi d’amore. I miei non fanno eccezione a questa regola. Non si tratta di esaltare la sofferenza, il dolore, di gioire con compiacimento della morte. È esattamente il contrario: dire il prezzo della vita e il valore formidabile del legame che ci lega agli altri.

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