Sullo stato della critica militante

Il giudizio di valore? È fuori mercato
di Massimo Raffaeli
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Proprio perché ricorrenti, i dibattiti sul senso e sul destino della critica possono sembrare tormentosi e evocare rituali interni alla corporazione dei letterati, ma le cose in effetti non stanno così; o almeno non dovrebbero. Il termine «critica» rimanda, infatti, per la sua etimologia, a «scelta, valutazione, giudizio», dunque quel che è in gioco non è mai semplicemente la validità di uno scrittore o di un libro bensì l’ottica con cui ci si mette in relazione con le cose del mondo.
Ma dire oggi cosa sia il «mondo», di cui abbiamo una esperienza così complessa e sofisticata da sembrare aleatoria, è più difficile di ieri. O almeno di uno ieri situato nel tempo (il ’68) cui rimanda quella poesia di Andrea Zanzotto, che appunto si intitola Al mondo, dove un uomo integralmente scettico gli dà del «tu» scongiurandolo di manifestarsi come si fa coi bambini, usando tutta la sua pazienza: «Mondo, sii, e buono,/ esisti buonamente,/ fa che, cerca di, tendi a, dimmi tutto»; il finale non è meno sconsolato: «Su, bello, su» – gli dice Zanzotto – e nell’ultimo verso, con uno scarto che somiglia a una frenata, «Su, münchausen».
Il richiamo è al Barone della favola di Raspe che per uscire fuori dal suo pozzo fu costretto a tirarsi su per il codino; ma quel che è plausibile nei confini della fiaba non lo è nei nostri, e la salvezza resta un desiderio irrealizzato. Lo volesse o no, si rendesse conto o meno di annunciare l’era digitale e postmoderna, Zanzotto denunciava ai contemporanei l’esaurirsi della materia prima, e cioè la realtà, la diretta esperienza del mondo, appunto; ma nel frattempo sanzionava, condannandola all’irrilevanza, l’idea di critica che la cultura del moderno le connette.
Una domanda ancora attuale
Se l’arte è la forma dell’esperienza – aveva scritto Lukács – la critica è, viceversa, esperienza integrale della forma: il mezzo secolo successivo si è poi incaricato di demolire, ovvero di de-costruire, tanto i fondamenti dell’arte quanto quelli della critica, segnalandone lo stato di crisi, di sospensione e di vuoto. In parole povere: se il mondo rischia l’immaterialità e se ciò comporta la condanna a ripetere il già fatto (sotto forma di calco, citazione, montaggio, parodia) ha ancora un senso la critica, vale a dire una attività che si giustifica nel giudizio di valore? È questa la domanda che, ognuno a suo modo, ripropongono tre libri appena usciti: il saggio in forma di pamphlet di Massimo Onofri, La ragione in contumacia (Donzelli), la raccolta di ritratti a firma di Filippo La Porta Maestri irregolari (Bollati Boringhieri) e un Dizionario della critica militante (Tascabili Bompiani) a cura dello stesso La Porta e di Giuseppe Leonelli.
Che sia ancora lecito o possibile esercitare la critica lo nega ormai il maggioritario, visto che anche un fuoriclasse come George Steiner recita in pubblico l’autodafè proclamando il suo mestiere parassitario, anzi nefasto per chiunque voglia leggere un libro. A Steiner ha già risposto con il garbo consueto, e in sostanza per le rime, Mario Lavagetto in Eutanasia della critica (Einaudi 2005): quanto all’altro grande nome della corporazione, Harold Bloom, le sue infervorate apologie appartengono all’oratoria wasp ed esprimono il terrore da dopo-Bomba di chi è sceso nel rifugio antiatomico con la lista dei salvati, ovviamente tutti quanti maschi, bianchi e occidentali. Più semplicemente, all’interno dei nostri confini, ci si è in genere astenuti dal giudizio di valore, dopo avere introiettato le ovvietà martellanti del Pensiero Unico, ovvietà che procedono con la stessa evidenza dei sillogismi: la «realtà» non è tale bensì coincide col suo «effetto» e perciò la «storia» è solamente una «narrazione», non solo una fra le molte possibili ma spesso la più bugiarda.
A nome di chi dovrebbe parlare, allora, un critico? E su cosa dovrebbe fondare il proprio giudizio? Per paradosso, l’unica realtà che il critico è in grado di esperire qui-e-ora è la fine del proprio mandato, l’eclissi del suo ruolo sociale di mediatore. Ha alle spalle il secolo dei partiti, l’ideologia persino militare (con avanguardie e retroguardie) dei gruppi politico-intellettuali e delle poetiche organiche, mentre scorge davanti a sé una distesa di merci e di reperti, cioè un enorme mercato in forma di museo, o viceversa. Con rare eccezioni anche fra i maestri (valgano a mo’ di esempio, per l’Italia, la lunga militanza di Luigi Baldacci o a quella di Pier Vincenzo Mengaldo, che intitolò un suo volume Giudizi di valore) la critica sembra essersi progressivamente e silenziosamente acquietata rinunciando ai suoi tratti elettivi: appunto il «distinguere» e il «valutare», ma anche, e soprattutto, il «giudicare». Dunque, coloro che ritengono defunta la critica valutativa e pensano che l’attributo «militante» sia un anacronismo non giudicano affatto, o meglio se lo vietano: costituiscono la maggioranza e si spartiscono, con equanimità, i reperti del museo e i prodotti del mercato. (Una coppia simbolica, quest’ultima, a lungo utilizzata da Edoardo Sanguineti, ma in tutt’altro contesto e alla stregua di una dichiarazione di poetica: tradurre i prodotti della neoavanguardia in reperti da museo per lui significava, e forse significa ancora, chiudere il cerchio del moderno, carcerare Babele in un silenzio definitivo).
Tra reperti e mercato
I reperti sono affidati ai critici nella veste di filologi o di scienziati della letteratura, che tendono a sottrarsi al giudizio in quanto già codificato dalla tradizione degli studi: sono gli accademici, gli storici della lingua e dello stile, gli editori di testi, e la qualità del loro lavoro è in Italia mediamente buona specie dove i caposcuola (per esempio Gianfranco Contini, Dante Isella, Maria Corti) hanno saputo seminare. I prodotti sono invece l’oggetto di chi scrive sui giornali e lavora nei media: qui è il mercato a dettare la linea e il giudizio sbiadisce volentieri nella nuda informazione o nel gioco della inclusione/esclusione che è la regola aurea dei pubblicitari e degli uffici stampa. Molto varia è l’origine di chi scrive su riviste e quotidiani, come usavano un tempo Giacomo Debenedetti e Sergio Solmi, di gran lunga i maggiori: anche oggi capita di intervenire sulla stampa a scrittori e poeti o ai medesimi accademici en travesti, ma la qualità delle loro pagine risulta inevitabilmente diseguale, ipotecate come sono da pregiudizi di affiliazione e di consorteria, come nel caso dei poeti che si occupano soltanto di altri poeti o di cattedratici che recensiscono di preferenza i propri allievi. Rari sono gli episodi, specie nel lungo periodo, in cui siano invece rintracciabili una scelta di fondo e una fisionomia compiuta. Ogni possibile eccezione, del resto, conferma la regola che divide la critica tra giornalismo e filologia. Di più: il suo stato di penuria o di eclissi noi lo percepiamo proprio nel momento di massima proliferazione, se è vero che gli inserti dedicati ai libri si moltiplicano così come le edizioni e le monografie relative agli autori classici e contemporanei. È evidente, allora, che all’ipertrofia del ruolo (la sua specifica collocazione all’interno dell’industria culturale, il rilievo dell’immagine pubblica) corrisponde la miseria della funzione critica. Perché non sono mai mancati, come non mancano affatto, i singoli critici di valore; a mancare, semmai, è più generalmente lo spirito critico, depotenziato nel senso comune quanto nella cultura che orienta/discerne/veicola il loro lavoro. Più che mai, nel caso della critica, il contesto determina la natura e la destinazione dei testi. Tale contesto equivale per noi, qui-e-ora, al «mondo» di quella vecchia poesia di Zanzotto; solo che non abbiamo più bisogno di invocarlo: lo subiamo, infatti, fino a sentirlo perfettamente naturale, eterno, e ormai persino in-creato. È il presente come orizzonte invalicabile, è l’intangibilità dei rapporti di classe e la rescissione del legame sociale, è una concezione edificante ed esornativa della cultura, è la politica come governance ed è la via televisiva all’eternità. È, insomma, l’ideologia italiana, da tempo metabolizzata dalla maggioranza dei cittadini, lettori e scrittori inclusi, quasi abitassero nel paese del dottor Pangloss e vivessero perciò nel migliore dei mondi possibili: una simile teologia dell’esistente non solo marginalizza il discernimento critico ma ritiene il giudizio di valore una indebita intrusione del singolo, un gesto esagerato e scientificamente infondato, quasi un abuso da dilettanti, a meno di non potersene appropriare nella forma della apologia indiretta. Tutto questo significa che spesso anche un no pronunciato da un critico può essere perfettamente riassorbito divenendo, nella strategia pubblicitaria, il no di un sì: Freud la chiama «denegazione», ossia una affermazione enfatica travestita suo malgrado nell’esatto contrario. Pertanto la pronuncia di un giudizio di valore equivale oggi a una scommessa, o meglio a una scommessa consapevole del massimo rischio: quello di provare ogni volta, nell’isolamento (di singoli o di piccoli gruppi) a distinguere ciò che è il semplice riflesso del mercato e/o del museo da ciò che invece corrisponde a un’esigenza di necessità; o, parola temeraria, di verità. Provare a restituire l’integrità di un’esperienza, cioè a distinguere, come si diceva una volta, il valore d’uso dal valore di scambio. Fosse facile farlo, ad apertura di pagina.
Dal fondo del pozzo
Un grande critico dell’epoca di Weimar, Kurt Tucholsky, scrisse in una specie di testamento tradotto nella bella monografia a lui dedicata da Susanna Bohme-Kuby, Non più, non ancora (il melangolo 2002): «Sono fra quanti ritengono che la fine dell’artista non sia ancora il peggio, poiché sono convinto che nei tempi a venire l’arte non sarà la cosa più importante. Ma penso che sarebbe un danno per la cultura se sparisse chi è in grado di dire alle persone la verità in modo indipendente e disinteressato». Perché il mondo, quel «mondo» a cui Zanzotto chiedeva di esistere pensandolo un bambino cocciuto, in realtà si scopre oggi armato fino ai denti, cioè vivo e fin troppo adulto: siamo noi, piuttosto, a essere scivolati nel pozzo, a ritrovarci isolati e per forza disincantati, appesi al filo di una semplice necessità come il Barone di Münchausen al suo codino.
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Articolo apparso su Il Manifesto del 27 dicembre
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