William T. Vollmann: La camicia di ghiaccio: recensione

La conquista dell’America secondo William T. Vollmann

di Il Duka

Navigò per i sette mari e visitò ogni biblioteca al mondo, per questo era uno che faceva sul serio Herman Melville. E questo centocinquanta anni dopo, proclama William T. Vollmann (classe 1959), erede, è stato giustamente definito, della tradizione americana dell’esperienza. Per questo, nel 1990 Vollmann si mise zaino in spalla, nel quale stipò quattro cicli discordanti di sanguinarie saghe nordiche e i suoi appunti di viaggio, in marcia verso le desolate zone artiche sulle orme di Erik il Rosso, per scrivere il primo volume del cosiddetto “ciclo dei sette sogni”, uno dei progetti letterari più ambiziosi, che la storia ricordi.
Il primo dei sette libri, La camicia di ghiaccio , edito da Alet, è l’inizio di un viaggio lungo quattrocento pagine per volume, che ci accompagnerà dentro l’epopea genocida della scoperta, conquista e fondazione degli Stati Uniti d’America. Il filo che lega questi volumi, da intendere come un’unica grande opera tra narrativa e storia, è il confronto tra i nativi del Nuovo Mondo e i pionieri giunti dal vecchio continente europeo. L’autore, in merito all’opera, scrive: «Credo che il punto di partenza fondamentale sia stato la lettura delle Metamorfosi di Ovidio. Da Ovidio ho mutuato l’idea che nel nostro continente si siano succedute diverse ere, ognuna delle quali meno mitica della precedente». Sette sono i sogni a cui corrispondono le Sette età di Wineland La Buona. «Ogni età fu peggiore di quella che la precedette, perché noi pensammo di dover migliorare qualunque cosa scoprissimo».
Andiamo a scoprire attraverso quali avvenimenti l’autore fa coincidere le diverse ere di Wineland. Il primo sogno “The Ice-Shirt”, narra della scoperta e la tentata colonizzazione di Vinland da parte dei groenlandesi di origine norvegese, intorno all’anno mille. Il secondo “Fathers and Crows”, ci racconta le guerre di religione tra gesuiti francesi e gli Irochesi in Canada. Il terzo sogno “Argall”, ci parla della solita storia di Pocahontas e del capitano John Smith in Virginia. Il quarto “The Poison Shirt”, qui la storia si sposta nel Rhode Island per narrare dei puritani in lotta contro re Filippo. Il quinto sogno, “The Dying Grass”, racconta lo sterminio delle tribù indiane delle grandi pianure, specialmente i Nez Percés, e della grande vittoria indiana sul campo di battaglia a Little Big Horn. Il sesto “The Rifles”, parla della carestia provocata dall’introduzione del fucile a ripetizione nell’Artico. Il settimo ed ultimo sogno “The Cloud-Shirt”, parzialmente completato, narra della nazione Navajo in lotta con le compagnie petrolifere.
Nella prefazione de La camicia di ghiaccio Vollmann afferma, senza mezzi termini: «Ma noi non fummo certo da rimproverare, non più dei bacilli che attaccano e annientano un organismo vivente; perché se la storia ha un fine, allora il nostro erodere alberi e tribù deve essere servito a qualcosa». Così sia. Vollmann, non solo è privo delle sovrastrutture e dei pregiudizi tipici della cultura europea, ma ha una visione delle cose amorale. Prova simpatia e compassione per il più debole ma ama il più forte, chi prevarica ha quasi sempre la meglio, accettandolo come una costante di natura. Di ciò ne troviamo conferma in un mastodontico lavoro, costato all’autore ben ventitre anni di fatica, il suo saggio sulla violenza di 3.300 pagine dal titolo Rising Up and Rising Down . In Italia uscito, in versione ridotta di sole 960 pagine, con il titolo Come un’onda che sale e che scende (Mondadori, 2007). Un saggio che non si approccia al male come categoria morale, ma come espressione della bestia uomo. L’indagine tocca anche la violenza rivoluzionaria, cercando d’individuare il punto di rottura e di crisi, quando l'”uprising” legittimo si trasforma in “downrising”, cioè l’abuso da parte dei vincitori. Il lettore viene investito da un’onda con una portata d’acqua impressionante, fatta di massacri, pogrom, guerre, serialkiller, obitori, malattie e cancri. Un’opera che poteva essere tradotta solo da Gianni Pannofino, ex punk del Virus cresciuto nei cortili delle case popolari di Rozzano, uno dei quartieri più malfamati di Milano.
Torniamo, dopo questa divagazione, a La camicia di ghiaccio di cui riporto un passo tratto dalla saga dei groenlandesi, che forse invoglierà a leggere questo libro che vi sto spacciando. La scena che ci si apre davanti è quella di uno scontro armato tra i groenlandesi (Vichinghi) e gli skraeling (Indiani d’America). «Questa ebbe luogo, e caddero molti degli skraeling(ar). Un uomo era grande e bello tra la truppa degli skraeling(ar), e Karlsefni (il capo dei groenlandesi) pensò che fosse il loro capo. Ora uno degli skraeling(ar) aveva raccolto un’ascia, la guardò per un po’, la sollevò poi su uno dei suoi compagni e lo colpì; questo cadde morto. L’uomo grande prese l’ascia, la guardò un attimo e la buttò nel lago, più lontano che potè; allora fuggirono tutti a gambe levate nella foresta, e così finirono gli scontri». Vollman, non solo è un grandissimo scrittore, ma è anche un reporter di guerra, un esperto d’armi da fuoco, da piccolo fu testimone della morte per annegamento della sorella, ed è noto per essere un grande frequentatore e cliente di prostitute. Per lui le passeggiatrici sono uno strumento di comprensione del mondo, dovete sapere cari lettori, che uno dei suoi capolavori, dal titolo I racconti dell’arcobaleno (Fanucci, 2001), non parla della cosa rossa, ma delle aree di parcheggio dove le prostitute esercitano il loro lavoro. Buona lettura a tutti con William T. Vollmann.

 

apparso su Queer, settimanale di “Liberazione”, il 30 dicembre 2007

Annunci