A che serve oggi la critica militante? #2

da L’orizzonte politico della critica letteraria
di Daniele Giglioli 

Posti di fronte alle opere letterarie, non dovremmo forse più chiederci quale sia il loro vero senso (interpretazione), e quanto oggettivamente valgano più di altre (valutazione), ma piuttosto che cosa possiamo o non possiamo fare con esse: quale mondo ci aprono, e quale mondo abbiamo intenzione di fabbricare per adempiere alla loro promessa di felicità.
Se l’ermeneutica si è ormai ridotta a interpretazione di interpretazioni, se la critica militante tradizionale assomiglia sempre di più a una guida gastronomica, col critico che assegna le tre forchette al prodotto migliore, se lo stesso insegnamento della letteratura ha perso la sua funzione classica di trasmettere un modello di lingua e un canone ideologico per le classi dirigenti, al discorso critico è rimasta forse una funzione esemplificativa: guardate che leggendo questa opera è possibile fare questi pensieri, questa esperienza, questa trasformazione di sé, e dunque posizionarsi diversamente, in quanto soggetti e non in quanto meri fruitori, in quella rappresentazione immaginaria del nostro rapporto con la realtà che è, come sapeva Althusser prima di Karl Rove, l’ideologia. Questo è il chiodo da battere, ed è un chiodo politico se mai ve ne furono. Solo a partire da qui possiamo cominciare a preoccuparci dei martelli.

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