Paolo Cognetti, Una cosa piccola che sta per esplodere: recensione

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Cognetti e l’adolescenza esplosa
di Rossano Astremo

Secondo libro di racconti per lo scrittore milanese Paolo Cognetti. Dopo il fortunato esordio di “Manuale per ragazze di successo”, è da poco nelle librerie, pubblicato sempre da minimum fax, “Una cosa piccola che sta per esplodere”. Se il leitmotiv della prima raccolta era il mondo femminile, declinato in molte delle sue possibili varianti, in questo nuovo lavoro è l’adolescenza a divenire oggetto privilegiato di rappresentazione, attraverso cinque racconti diversi per contenuto e forma, tutti però accomunati dalla presenza del sottile tema della soglia, quella che separa l’età adolescenziale, per l’appunto, dall’età adulta, il cui superamento, a volte, non è scevro da “piccole esplosioni” interiori. In “Pelleossa” la protagonista è Margot, giovane anoressica rinchiusa in una clinica che cura i disturbi alimentari, ribelle ad ogni tipo di costrizione, libera e incontrollabile, dal corpo inavvicinabile: “Margot odia essere toccata, ha i brividi appena un corpo estraneo entra in contatto col suo: ecco perché sa tutto del sesso e non vuole farlo”. Il racconto può essere letto anche come una sorta di progressiva accettazione del proprio corpo, graduale crescita e impossessamento dell’idea di crescita. La psicologa della clinica obbliga Margot ad aiutare nei compiti una piccola paziente, Lucia, la quale, dopo la comparsa delle mestruazioni, ha totalmente smesso di mangiare. L’incontro con Lucia muta Margot, l’assunzione di responsabilità elimina quella patina distruttiva che aleggiava all’inizio del racconto su di lei. Il finale segna la compiuta evoluzione della protagonista: “Sorride con le labbra blu e poi sente i corpi arrivare: corpi nudi, corpi attorcigliati e brulicanti, corpi dotati di mani che la cercano, la stringono, la tirano sott’acqua, corpi che non sono nient’altro che corpi, e poi prende il respiro e si lascia andare a fondo”.
Anche Diego, protagonista di “La meccanica del motore a due tempi”, viene descritto nel momento topico della presa di coscienza del cambiamento della sua vita. In un paese che pulsa all’interno dell’immensa arteria di un centro commerciale, prima del quale c’era una fabbrica che dava lavoro a tutti gli abitanti del posto, Diego, dopo un compleanno rovinato da una discussione burrascosa col padre, incontra il suo amico d’infanzia Simone. Dal dialogo tra i due si comprende la differente percezione della loro esistenza. Da un lato Simone che chiede a Diego di ricostituire la banda di ragazzini di alcuni anni prima, dall’altro Diego che sa benissimo che quel momento è passato e che è di altro che ha bisogno. L’incontro in quella stessa sera con Sonia, sorella di Simone, che lavora all’interno del centro commerciale, si rivelerà epifanico. Diego la porta nell’officina del padre. I due si rinchiudono in un’auto, una Mercuri Grand Marquis del 1977, Diego non ha la patente, ma dopo un bacio con Sonia, decide di portarla a fare un giro: “E pensa: questa vita non è stata già vissuta. Le cose che devono succedere non sono ancora successe”.
In “La figlia del giocatore” la protagonista è Mina, una ragazza cresciuta senza un padre, con una madre afflitta da gravi disturbi, una sorella più grande dalla sensibilità molto differente dalla sua, e con una vicina, Antonia, maestra elementare in pensione che l’aiuterà a crescere. Mina è ossessionata dall’assenza del padre e l’unica maniera per farlo rivivere è attraverso la scrittura, attraverso la composizione di racconti che vedono il padre protagonista, senza però che gli stessi abbiano un finale. Solo quando uno dei tanti racconti di Mina troverà la sua puntuale chiusura (“Infilando la lettera nell’album, a Mina sembra di aver trovato la fine della storia. Un vecchio che se ne va, un bambino in arrivo. Conservazione della specie: ecco le ultime righe, la morale che restituisce un senso alle vite senza senso”), la sua adolescenza potrà dirsi risolta.
Nel quarto racconto, “La stagione delle piogge”, che ha come protagonista il dodicenne Pietro, il percorso di “esplosione” non potrà compiersi, per ovvie ragioni di età. Gli occhi di Pietro, però, diventano strumento privilegiato di analisi dello stato critico del matrimonio tra i suoi genitori.
Incantevole la storia che chiude il libro. In “Tutte le cose che non so di lei” l’io narrante è il figlio della protagonista Anita. Partendo da alcune foto della madre adolescente, il narratore dà vita ad un intenso ritratto non solo familiare, quello della radicale voglia di crescita ed emancipazione di Anita e della sua ferrea lotta con la madre Gilda, ma anche storico, di un’Italia che non è più, l’Italia che negli anni Sessanta si liberò da numerosi tabù facendone un Paese migliore.
Quello di Cognetti è un libro ben riuscito, totalmente coeso, stilisticamente pregevole. La conferma di uno dei più brillanti scrittori di racconti oggi in Italia.